Oggi ho pensato a me stesso in modo plurale; dobbiamo comprare i limoni. Mi sono fermato lì, sul terzo gradino dell’antica scala di pietra serena che conduce al secondo piano e mi sono chiesto se per caso non sto iniziando ad impazzire. Ormai è trascorso quasi un mese dall’inizio della reclusione e per chi come me e tanti altri, vive da solo, l’assenza fisica di un nostro simile, inizia a corrodere le fondamenta della ragione.

Nel semibuio della stanza, illuminata dalla luce del lampione che penetra dal finestrino e mi tiene compagnia, fatico a prendere sonno nell’arginare folli pensieri sino a quando mi sveglio che è già giorno.

Scruto le finestre lontane dei miei vicini, alla ricerca di un volto. Poche sono le case abitate in questo borgo. Le più sono vuote, in attesa dei villeggianti estivi, degli anziani che sono nati qui ed emigrati da tempo, che tornano nei fine settimana per arieggiare le camere, a fare la passata di pomodoro, a raccogliere i frutti di stagione, a ritrovarsi nelle rare occasioni di socialità che continuano a riempire le piazzette di pochi risicati metri quadrati, riempendole di grida, risa, discorsi che rimbalzano sui muri e si propagano tra gli stretti vicoli.

Mi stupisco di risentire la mia voce quando scendo in paese a comprare ciò di cui ho bisogno, quasi non riconoscendola. Poche battute frettolose per non fare perdere tempo agli altri avventori che in attesa dei conti si raccontano le ultime vicende familiari tra chi si conosce da decenni, che ha vissuto pressoché sempre nella stessa casa, nello stesso paese, sotto sempre lo stesso cielo. Ma queste radici sono ancore che non permettono di essere trascinati al largo preda della tempesta.

Ritorno nell’isola dove non posso sperare neanche d’incontrare un Venerdì o di cadere prigioniero di Lillipuziani, nella mia casa di bambole dove non esiste un armadio magico in cui entrare che mi porti in un’altra dimensione o vedere apparire sul cornicione della finestra un qualsiasi Peter Pan in cerca, anche lui, di parole d’ascoltare e da raccontare.

Giugnola

Le giornate di sole si sono allungate e la primavera ormai arrivata mi attira fuori dalla porta e mi conduce a compiere l’ennesima passeggiata che dopo qualche metro fuori dal mio giardino diventa altamente irregolare visto che entro in Toscana. Percorro la breve discesa e nell’arco di cinque minuti, Giugnola è ormai alle mie spalle, e sono solo, lungo la strada. Ma la mia solitudine è la solitudine che avvolge il villaggio, le colline, il torrente laggiù in fondo. E questa solitudine di cui faccio ormai parte integrante non è la solitudine dell’esiliato, di Cristo si è fermato ad Eboli, forse perché non è subita come condanna. In qualche modo, questa solitudine figlia dell’emigrazione, fa ormai parte del paesaggio interiore del luogo, non è asfissiante, è più una sorta di eremitaggio, ed ogni cosa che mi circonda ora, per quanto ancora sconosciuta ed avvolta dal mistero, è familiare, come se io fossi nato e vissuto qui, come se il lungo ghirigoro infantile del mio involontario peregrinare di casa in casa in sessant’anni di vita, lasciando sempre qualcosa di me dentro le mura che la vita mi ha costretto di volta in volta ad abbandonare, non sia in realtà mai accaduto.

Raggiungo la vecchia strada ora divenuta carraia, che da Giugnola arrivava a Piancaldoli, percorrendo il fianco della collina in un dolce saliscendi che faceva risparmiare fiato e gambe a uomini ed animali. A metà strada il borghetto di Mercurio che si attraversa sotto un breve portico, forse anticamente chiuso da un portone. Gli usci hanno la chiave sulla porta aperta, un vecchio cane sonnecchia al sole, gatti mi osservano senza mostrare interesse, alcuni arbusti sono pieni di fiori come il rosmarino abbarbicato sul fianco di un rudere di casa, macchie di vivo colore impressionista tra le piante scure e prive di foglie che spiccano contro il verde smeraldo d’Irlanda dei prati punteggiati di margherite e viole.

Mi siedo, al sole. Estraggo il blocco e la matita. Provo a tratteggiare l’angolo della casa con il rosmarino. Dalla prima passeggiata compiuta giorni orsono, mi è rinata la voglia di riprendere in mano la matita per ritrarre le antiche case, il bosco ora spoglio con i nudi rami stagliati contro l’azzurro, il groviglio di arbusti, liane, rami caduti sopra un ruscello, l’interno di Giugnola da cui mi aspetto di vedere apparire Romeo e Giulietta che corrono veloci tenendosi per mano alla ricerca del luogo segreto che tutti gli innamorati hanno. A casa ripasserò con sottili pennarelli a china nera il tratto sottile e nervoso della grafite, aggiungendo le ombre, ed infine con le matite acquarellate, punteggiare i fiori, arrossare i tetti, trovare la giusta tonalità di verde per i pini, gli abeti, gli scuri chiusi, o imitare con il giallo la luce del sole su di una parete senza peraltro colorare tutto il disegno. Un tentativo che provi a sposare il bianco e nero con le tinte, per soddisfare il bisogno innato e inspiegabile della creazione, della sazietà mentale che mi procura, e riempire questi giorni così lenti, così lunghi, in attesa, di un nuovo inizio.

Sulla strada del ritorno, dopo l’ultima salita, mi fermo. Il villaggio è lì davanti, come una Ghost Town abitata da spettri, illusioni, voci senza corpo. Ma i sottili pinnacoli di fumo che salgono pigri sopra i tetti fanno svanire l’inquietudine e come uno Stalker, infine, mi muovo per uscire dalla zona di alienazione che ci circonda e ha cristallizzato le nostre vite per entrare nel conosciuto mondo che sono le mie stanze.

(Mauro Conti)

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