Il primo discorso da presidente in carica di Joe Biden ha avuto questo messaggio centrale: la necessità di unire il Paese, “battere rabbia, odio ed estremismo” e “scrivere una storia di speranza, unità e luce”. Per uscire da questo “inverno di pericolo” e “risanare”, “ricostruire”, dare inizio a una nuova stagione di cura e rispetto reciproco. Sulle stesse scalinate su cui due settimane fa irrompeva l’assalto al Campidoglio, è andato in scena lo spettacolo di un’America normale, la vera eccezionalità dopo quattro anni di eccessi e scossoni. Accanto a lui una raggiante Kamala Harris, prima donna vicepresidente, figlia di immigrati, simbolo di una nuova America.

E migliore di quella che abbiamo conosciuto di recente, l’America deve esserlo per forza, se non altro per rispondere a una crisi sanitaria senza eguali: 400mila morti per Covid. Per loro Biden ha chiesto di osservare un minuto di silenzio, ma soprattutto ha chiesto a tutti gli americani di lavorare “insieme” per “risolvere la crisi della nostra era”.

Michelle Obama nel suo libro di memorie “Becoming” ricorda che quando partecipò alla cerimonia di insediamento di Donald Trump (che anche ieri si è rifiutato di incontrare il suo successore) rimase stupita dal vedere solo persone bianche, ricche, che rappresentavano una sola parte dell’America.

Vedere ieri le poche persone presenti, per via della pandemia, ma riconoscere i tratti di tutta l’America: afroamericani, latinos, bianchi, nativi è stato un segno tangibile del passaggio di consegne avvenuto davanti al Campidoglio.

Nel suo libro, in uscita in questi giorni, “Una storia americana”, Francesco Costa (vice direttore de Il Post italiano) racconta di come siano passati cinquanta anni da quando Joe Biden si presentò davanti a Nordy Hoffman, funzionario dei Democratici, burbero capo del comitato che si occupava delle candidature del partito al Senato. “Mi candido al Senato in Delaware” disse il giovane, appena 29 anni, seduto dall’altra parte della scrivania. “Guarda che qui non abbiamo soldi da buttare” gli rispose Hoffman sbuffando, e per venti minuti lo bersagliò di domande, senza aspettare che Biden completasse le risposte, e col passare del tempo si fecero sempre più provocatorie. “Ma cosa ti fa pensare di poter vincere?” Il motivo per cui il ragazzo era riuscito a candidarsi, infatti, era che nessuno voleva fare l’agnello sacrificale: il seggio in questione era saldamente nelle mani di Caleb Boggs del Partito repubblicano, con una lunga carriera alle spalle.

Dietro allo scout democratico che continuava a metterlo in difficoltà, il giovane decise che ne aveva abbastanza. Alzandosi in piedi disse: “Senti, sai che c’è? Non ho tempo da perdere con le tue stronzate”. Hoffman gli prese la mano e non la lasciò andare. “Faremo la nostra parte, senatore. Volevo vedere se avevi carattere. Avevo sentito parlare di te, ma volevo sapere se questo Joe Biden avrebbe rinunciato ai soldi pur di mandarmi a quel paese”.

Anche questa è una delle sue caratteristiche: è rimasto la stessa persona di quando nel 1972 si sedette davanti a Nordy Hoffman, vinse le elezioni per il Senato e poi giurò in una corsia di ospedale accanto ai suoi due bimbi piccoli, sopravvissuti all’incidente stradale in cui era morta la prima moglie insieme a sua figlia.

Nel suo libro “Papà, fammi una promessa: Un anno di speranza, sofferenza e determinazione” in cui racconta il calvario, culminato con la morte per un male incurabile di suo figlio Beau, Biden scrive di quando era  vicepresidente degli Stati Uniti e pensò di pagare le costose cure ipotecando la sua casa di Wilmington: non deve essersi arricchito molto in cinquanta anni di vita politica!

O di come il suo numero privato di cellulare sia conosciuto da tante persone che hanno sofferto e a cui lui l’ha lasciato, dicendo: “Chiamami quando non ce la fai più: io so cosa è il dolore e come provare a ripartire”.

Questo è il 46.mo Presidente degli Stati Uniti d’America!

(Tiziano Conti)