La porta si aprì. Quattro uomini, il capo chino e i volti mesti come processione funebre, entrarono accompagnati da una folata di neve candida e leggera. Ognuno stringeva al petto uno strumento musicale che andarono a riporre sui miseri giacigli – E questa? – disse uno accorgendosi della presenza di una donna distesa sotto la finestra con una custodia di violino accanto.

Tutti e quattro si avvicinarono cauti e sospettosi come iene che temono la preda ancora viva avvertendone la pericolosità.
– Finalmente un po’ di divertimento anche per noi – disse un altro cercando di palpeggiarle i seni.
-Senti qui che roba.
– Piantala! – ordinò il più vecchio togliendogli la mano dal petto della donna che spalancò gli occhi. Ancora assonnata scrutava le facce chine su di lei, incapace di credere sé fosse morta o se era ritornata nell’incubo in cui era precipitata.

Где я? – Domandò con un filo di voce.
È russa – rispose il vecchio.
Не бойся. Вы среди друзей . Вы еврей? – Lei annuì.
Benvenuta all’inferno, Madame – replicò in ebraico l’uomo che l’aveva toccata inchinandosi in una grottesca riverenza.
Smettila, idiota – reagì il vecchio dandogli uno spintone per allontanarlo.
Metti giù le mani, sporco ebreo lituano. – E stavano per accapigliarsi quando intervenne un altro, separandoli. – Fermatevi! Siete impazziti! Volete farci finire alle docce?

Intanto la donna si era alzata con fatica e si era appena appoggiata al muro confusa ed illividita che subito si portò una mano sulla bocca per cercare di trattenere la nausea spaventosa ed incontrollabile. Il conato liquido che si sparse sul pavimento di legno grezzo ebbe l’effetto d’interrompere la discussione.
Signora! – disse il vecchio prendendogli il braccio per sorreggerla.
Ecco, ci mancava solo di pulire la baracca – ringhiò il terzo, rimanendo fisso ad osservare la scena, mentre gli altri tre cercavano di soccorrere la donna che fu fatta sedere.
Su, su, coraggio, adesso passa.
Da quanto tempo è che non mangia? – Le parole e le domande si sovrapponevano non lasciandole spazio per rispondere.

Intanto il vecchio si era avvicinato: – Ecco, è tutto quello che possiamo offrirle – disse ponendogli tra le mani una galletta di pane scuro e duro ed un bicchiere metallico rovinato pieno d’acqua.

La intinga, altrimenti si spezza i denti – disse premuroso.
Lei debole ed incapace di formulare qualsiasi pensiero od azione, prese ciò che gli veniva dato e mormorò un’impercettibile grazie. Le emozioni succedutesi nelle ultime ore erano state così angoscianti che faticava a vederle nella loro sequenza; la mente, ottenebrata dall’orrore, si rifiutava di riprendere coscienza della realtà. Con immenso sforzo aprì le labbra aride e secche e bevve tutto d’un fiato quel piccolo piacere, dopo i giorni trascorsi in balia di mostruosità che davano l’impressione di non avere mai fine. Allungò il bicchiere per avere altra acqua.

Uno di quegli uomini sconosciuti andò a riempirlo mentre gli altri abbozzarono un lieve sorriso.
Va meglio? – chiese uno.
Lei accennò di sì con il capo. Bevve di nuovo e intinta la galletta, con la bocca incapace di aprirsi del tutto, addentava il pezzo di pane a minuscoli morsi. La dura crosta non aveva nessun sapore ma lei s’impegnò a finirla. Intanto gli uomini si erano sparsi per la baracca.

Quando ebbe finito di masticare, il più anziano si avvicinò e gli porse la mano magra e secca: – Noi siamo l’orchestra di benvenuto al campo. Joseph Hayym, capostazione a Kaunas, Lituania, musicista dilettante.
Lei strinse la mano offerta. Dietro di lui, si radunarono anche gli altri tre.
Primo Spizzichino, italiano, professore di viola.
Chaim Strelher, clarinettista della Tymon Jazz Ensamble, purtroppo ebreo – disse con sarcasmo.
E lui – disse prendendo il braccio dell’ultimo – è uno zingaro, l’unico sopravvissuto del convoglio grazie al suo strumento, come tutti noi, del resto. Non sappiamo come si chiami. È muto.
Li scrutò dopo che si erano messi davanti a lei schierati. – Io sono Rachele. – Rispose, stupita di riudire la propria voce. – Dove siamo? – chiese con un gemito.
Non lo sappiamo – rispose dolcemente Joseph.
Siamo all’inferno. No, questo luogo è peggio dell’inferno – l’interruppe Chaim, ma fu fermato da un’occhiata fulminante di Joseph, che riprese: – Siamo in un campo di sterminio. – disse sottovoce, gli occhi colmi di dolore indicibile. Proseguì. – Non sappiamo esattamente dove. Forse in Polonia, ma potremmo essere anche in Ungheria, in Austria, in Cecoslovacchia.
Racchiuse gli altri con uno gesto eloquente e disse: – Il comandante di questo campo, lo Sturmbannführer Karl Baer, ha voluto allestire la recita cui ha assistito al suo arrivo per ingannare i deportati. Noi tutti siamo stati reclutati qui, al nostro arrivo. – E abbassò il viso.

Rachele si girò verso la finestra nel percepire solo ora il cupo rombo lontano che prima non aveva udito. Primo disse, osservandola immobile: – È il rumore dei camini. Hanno cominciato a bruciarli. Andranno avanti tutta la notte e forse anche il mattino.
Chi c’era, con lei? – chiese Chaim.
Gli occhi bassi, lei rispose: – Mia madre, due sorelle, una cognata e… le mie due gemelle… Tamara e Noemi. Tamara era già morta. Noemi è stata portata via, da un dottore. – Alzò il capo, senza trattenere la supplica – Lei… si salverà? – Chiese con occhi imploranti. Ma nessuno profferì parola.
Non possono, non possono… – e si prese la testa tra le mani.
Joseph appoggiò una carezza su capelli che rimase lì, immota, mentre lacrime sottili come ragnatele le scorrevano lungo le guance esangui. Il silenzio della stanza era riempito solo dai gemiti sommessi e continui di lei.
Chaim andò alla finestra, le mani raccolte in pugni così stretti che le dita erano ancora più bianche del pallore della sua pelle; da fuori filtrava la luce opalescente del pomeriggio che precipitava nella tenebra, immergendo sempre più la baracca nel buio. Il naso quasi attaccato al vetro assunse una calda colorazione arancione.

Quanti vagoni erano? – chiese lo sguardo fisso fuori.
Diciassette – rispose Joseph. – Diciassette per cento, millesettecento. – Fece una pausa. Si girò verso Rachele. – Solo tu domani sarai viva. – E lo disse come se fosse l’impiegato che comunica l’orario di una visita. Continuò. – Del resto, non potevate aspettarvi altro. Ebrei e comunisti – disse con un ghigno.
Tanto prima o poi ci finiremo anche noi, lì dentro. – disse con voce ora lacrimevole Primo.
Sì, – rispose Chaim – ma uno di quei bastardi viene con me – ed estrasse da dietro i pantaloni un lungo ed acuminato ferro.
Mettilo via! Sei pazzo! Se lo vedono, ci fucilano subito.
Sempre meglio delle docce – rispose Chaim e rimise il ferro dietro la schiena.
Smettetela. Noi ci salveremo tutti – disse con enfasi Joseph.

Chaim scoppiò una risata sguaiata. – Povero ebreo lituano. Credi davvero ancora al tuo Dio? Perché non ci viene a salvare? Dov’è? Dov’è il tuo Dio? – Urlò, il pugno stretto vicino alla gola, mentre lui lo fissava senza cedere. Gli altri due sì precipitarono per tappargli la bocca. La colluttazione si fermò subito.

Calmi, state calmi. Il vestito mi serve – disse Chaim con scherno sistemandosi l’informe divisa e si rimise scrutare ciò che succedeva oltre il vetro sporco. – Noi moriremo – disse con calma e quasi con indifferenza. Prima che uno dei compagni potesse replicare, riprese con indifferenza: – Eccoli là i più giovani e i più forti tra gli ebrei. Quale peso devono sopportare sulle loro spalle? Vanno avanti e indietro tra le porte delle camere più scure dell’inferno, e noi qui, dietro le quinte mentre loro recitano una parte che non hanno scelto, sicuramente la peggiore. Eccoli là, i più infelici tra di noi, costretti a subire la pena più grande, complici ed innocenti allo stesso tempo, della nostra fine. – E con sarcasmo – Cenere eravamo, cenere torneremo. Mai profezia è stata più azzeccata! – E con tono diverso continuò – Ma preferisco morire una volta sola, piuttosto che essere né vivo, né ancora morto, come loro.

Né vivo, né morto? – chiese flebilmente Rachele.
Udì la voce di Joseph: – Il Sonderkommando. Ebrei che sono obbligati a collaborare allo sterminio.
Chaim proseguì. – Golem. Golem al servizio del Reich. – Ognuno rimase bloccato nella propria posizione, mentre il pomeriggio tramontava, trasformandoli in ombre indefinite. Cadde tra loro, l’oblio. La luce naturale cedette il posto al lontano bagliore arancione dei forni crematori e alla fredda luminescenza delle lampade del campo.

Uno di quei fantasmi, infine, si mosse e subito dopo apparve l’incerto tremolare di candela accesa, come ultimo barlume di realtà, che lentamente avanzava dentro quel non buio, quell’assenza, quel vuoto tra corpi compressi nell’attesa di una fine tanto temuta, lasciando una debole scia di stella cadente, sino a quando non andò a posarsi sul tavolo, allungando lunghe e sinistre ombre sulle pareti.

Il mattino li sorprese ancora lì, quasi nell’identica posizione. Nessuno aveva trovato il coraggio di muoversi. La candela si era spenta da tempo. Rachele, la testa appoggiata allo schienale, dormiva. Chaim la guardò a lungo. Infine, si staccò dalla finestra, seguito dallo sguardo preoccupato degli altri. Si chinò e presa Rachele tra le braccia, la adagiò sul letto più basso, coprendola con la coperta. Prima di lasciarla, sfiorò con le dita, i suoi lunghi capelli biondi.

(Mauro Conti)

P. S. La stanza delle anime (nell’ebraismo luogo in cui “risiedono le anime in attesa dell’incarnazione”) doveva essere il lasciapassare alla vita per il personaggio femminile mentre tutta la sua famiglia viene sterminata.