La Banda cittadina rievoca la giornata della liberazione d’Italia commemorando le tante vite cadute sulle nostre montagne mentre cercavano di contrastare l’avanzata tedesca. Le note della “Canzone del Partigiano”, invitano la folla che riempie la piazza, a cantare. Tu non canti, hai sempre detto di essere stonato, ma i tuoi occhi lucidi di commozione denunciano il tuo vissuto. Aveva diciassette anni Giulio, non era più bambino, ma non era ancora un uomo. Gli avvenimenti degli ultimi anni, gli avevano negato la spensieratezza della gioventù, in compenso aveva percepito la precarietà della vita, l’ineluttabilità del destino. Aveva visto l’indicibile sofferenza negli occhi di sua madre e la consapevolezza dell’impotenza, disegnata sul volto del padre, già avanti con gli anni.

Da parecchi mesi, la sua casa non esisteva più, distrutta nello spazio di un soffio, dalla potenza di una bomba lanciata da un aereo americano che cercava di colpire convogli tedeschi lungo la via Emilia; raso al suolo il fabbricato con tutto ciò che possedeva, che rappresentava il suo domani, la certezza di una continuità di vita.

A diciassette anni, Giulio, stava camminando lungo il paese, non sapeva esattamente dove andava, se c’era una meta, era imposta dalla canna del fucile di un soldato tedesco, puntata alla schiena, solo lui sapeva dove voleva andare.

Quel mattino d’aprile, poco dopo l’alba l’aria ancora fresca, nonostante tutto profumava di primavera. I soldati tedeschi, nel sentore dell’arrivo nel nostro paese emiliano-romagnolo delle truppe alleate di liberazione, si stavano ritirando, sconfitti, molto arrabbiati e delusi, arraffavano tutto ciò che potevano.

Era arrivato, il ‘crucco’, attraverso i ‘camminamenti’ che al tempo dell’ultima guerra, per imposizione, collegavano gran parte dei sotterranei delle case di Castel S. Pietro, in quella cantina dove Giulio con la sua famiglia, dopo il disastroso bombardamento, passava le nottate. Più che altro in dormiveglia, spesso tormentato da improvvisi sussulti di paura.

Con comandi brevi, resi ancora più concitati dalla durezza della lingua, scostando prepotentemente il padre che cercava di nascondere il figlio con il suo corpo, intimò a Giulio di seguirlo e tutti compresero che se ne sarebbe servito come ostaggio per la propria fuga.

Il padre si era offerto al posto del figlio: “Io, io”. Non ci fu nulla da fare, con una forte spinta del calcio del fucile, fu buttato sul pagliericcio e a nulla valsero le lacrime silenziose della madre.

Solo Giulio sembrava essere il più calmo. Non aveva avuto bisogno di vestirsi, perché tutti a quel tempo dormivano con gli abiti addosso; non si sapeva mai cosa sarebbe successo durante la notte, si poteva avere bisogno di scappare: “State tranquilli, vedrete, ritornerò presto, non facciamolo innervosire” e se ne andò senza fare tragedie. La sua giovane età gli impediva di pensare al peggio, ma al tempo stesso sperava in una occasione propizia che poteva apparire all’improvviso.

Sospinto dalla canna del fucile, lui davanti e il soldato dietro si avviarono in guardinga, veloce processione, lungo la via del centro, occhieggiando con circospezione dietro a ogni colonna del porticato. Giulio in cerca di salvezza, il tedesco con il timore di essere ammazzato.

La strada era deserta, nessuno in giro a quell’ora, forse qualcuno guardava da dietro le persiane chiuse, senza farsi notare. La paura che aleggiava nelle case e nelle strade, si percepiva come la nebbia autunnale quando penetra nelle ossa, e intorno, odore di partigiani.

Dove mi porterà questo soldato più spaventato di me? Si domandava Giulio. Avrà sì e no trent’anni, forse a casa, in Germania avrà moglie e figli. Un povero disgraziato come tutti noi, schiavo della guerra, forse anche la sua casa è stata bombardata, e nemmeno lui, come me, l’avrebbe voluta questa immane tragedia.

I loro passi rimbombavano sul selciato, sotto i portici; gli stivali del soldato sembravano aggredire il suolo castellano, irriverenti, sacrileghi, in una spasmodica fuga che pareva senza fine.

Ad ogni minimo cambiamento delle ombre dei caseggiati e delle luci del giorno, ad ogni sospiro del ragazzo, il soldato sobbalzava e gli spingeva la canna del fucile tra le scapole: “Schnell!”

Dopo avere varcato l’arco della Rocca, sbucarono allo scoperto, mentre una mitragliatrice tedesca appostata lungo il fiume, sparava all’impazzata. Era un attacco destinato ai rari veicoli che transitavano sulla via Emilia, sul ponte del Sillaro.

Oddio, Giulio si strinse nelle spalle quando il tedesco gli diede un colpo con la canna del fucile, talmente forte che questa parve penetrargli tra le reni e lo lasciò senza fiato. “Verbot !” E fu obbligato di corsa, di nuovo sotto i portici, giù oltre la Rocca e Giulio finalmente capì che si stavano dirigendo alla stazione ferroviaria. Chissà, forse il tedesco sarebbe salito su di un treno e l’avrebbe lasciato tornare a casa. O forse avrebbe portato anche lui, chissà dove?

Oppure l’avrebbe ammazzato?. In un lampo brevissimo, gli apparve il viso di Chiara, la ragazzina che da qualche tempo condivideva le sue giornate e le sue ansie. Non l’avrebbe rivista mai più?

Non è colpa mia, questa guerra, che male ti ho fatto io, soldato? Ho soltanto diciassette anni! E’ tutto così ingiusto!

Ripensò a sua madre, donna austera, silenziosa, a quel volto rigato di lacrime. A suo padre, impotente contro la violenza e incredulo di non poter difendere l’amato figlio, con la propria vita.

Si trovavano ormai a duecento metri dalla stazione, quando un aereo inglese, uno Spitfire che sorvolava la ferrovia, mandò una mitragliata. Il tedesco, urlando parole incomprensibili, fuggì e si precipitò nel fosso al limite di un campo.

Giulio, con il coraggio della sua giovane età, non ci mise nemmeno un attimo a cogliere al volo l’unica, inattesa, via di fuga per la sua salvezza. Prese a correre più velocemente possibile, saltò il fossato e si inoltrò nei campi circostanti, a testa bassa, rasentando i filari della vigna.

Soltanto una volta, cessata la voce della mitraglia, si volse per vedere se il tedesco lo seguiva. Lo vide correre verso la stazione.

Il fischio del treno che stava giungendo si confuse con l’ultima mitragliata, ebbe la sensazione del cessato pericolo, ma un pietoso pensiero fu per il tedesco. Chissà, forse in un altra epoca, in un’altra situazione, avrebbero potuto anche essere amici.

Attraverso i campi, evitando l’abitato, Giulio tornò a casa. Varcata la soglia del portone, si lasciò cadere pesantemente sul primo gradino della scala. Si prese il viso tra le mani in una muta preghiera di ringraziamento. Aveva 17 anni Giulio, non era più un bambino, ma non era ancora un uomo.

(Lina Cremonini)