Il professore ha parlato con espressione arcigna, corrugando la fronte per enfatizzare la minaccia. Noi sullo schermo lo vediamo soltanto dal collo in su, come un ritratto eseguito male e con colori sfuocati, ma probabilmente da qualche parte nel mondo reale lui sta agitando un dito con aria di rimprovero, come se sapesse che al primo momento di distrazione ne approfitteremo per ingannarlo.

Non capisco come possa pensare una cosa simile. Noi, da bravi e responsabili studenti universitari, annuiamo e confermiamo di aver capito. Nella “stanza” creata dal docente per la videochiamata siamo cinque in tutto, compreso lui che è l’amministratore. Che poi, che senso ha chiamarla “stanza”? È un riquadro che riflette il faccione in primo piano del professore, sormontato da altri più piccoli in alto che contengono i nostri visi spenti. Voglio dire è tutto fuorché una stanza.
Questa attorno a me, o meglio al mio io nel mondo reale, è una stanza. Anche se è un ambiente che ormai mi ha stufato. All’inizio non era male, ero in pace, tranquillo, mi facevo gli affari miei, poi è diventata quasi una prigione.

<>, dice a un tratto il professore con aria meditabonda. È un tipo giovane, occhialuto, si vede che non ha né esperienza né voglia di insegnare. Oserei dire che ha scelto il periodo storico sbagliato per cominciare. <>. Fisso per qualche secondo lo schermo con aria sorpresa, poi borbotto un “Va bene” e con lentezza calcolata faccio compiere al portatile un giro su sé stesso di trecentosessanta gradi. Il professore stringe gli occhi per aguzzare la vista, come un esperto d’arte che cerca di capire se ciò che sta esaminando sia un falso o meno, ma tutto ciò che vede è una parete bianca e spoglia.

Niente post-it, niente cartelloni, niente di niente. Terminato il giro sentenzia: <> con voce piatta, forse appena delusa. Emetto un silenzioso sospiro di sollievo: per fortuna la manovra non ha messo in mostra i bigliettini che ho appiccicato lungo tutto il bordo dello schermo. Una volta terminata l’ispezione, legge le tracce dei problemi poi dà inizio all’esame, noi scriviamo in silenzio e con la testa china su un foglio di brutta copia che poi dovremo riportare in digitale su un file preimpostato.

Il prof da canto suo continua a fissarci con attenzione. A quanto pare, pensa che stiamo ancora cospirando contro di lui e la correttezza dell’esame. Per quanto mi riguarda, cerco di dare meno nell’occhio possibile quando sbircio gli appunti illeciti. Termino i calcoli, riporto sul foglio word i passaggi chiave e i risultati, saluto tutti quanti e mi congedo dalla riunione, chiudendo il programma di meeting.

Guardo l’orologio in basso a destra sullo schermo. Sono solo le undici di mattina. Mi aspetta un’intera giornata di noia. Non sapendo bene come ingannare il tempo, comincio a guardare una puntata di una serie su Netflix senza troppa attenzione. Ogni tanto scorro la bacheca di Facebook per rimanere aggiornato sul mondo là fuori e quando mi viene fame sbocconcello qualcosa. Rimanendo sempre disteso sul letto e con lo sguardo fisso sullo schermo mi alieno dal mondo, vengo riscosso solo quando scatta la serratura e si apre la porta di casa, a questo punto mi rendo conto che fuori è buio.

Fa capolino il volto di mio padre, solo che è nascosto da una mascherina bianca che arriva fin sotto agli occhi e da una cuffia per proteggerlo dal gelo. Quasi non lo riconosco, per un attimo mi sale il cuore in gola, ma no, deve per forza essere lui, quando mi ha salutato lo ha fatto con la sua solita voce, benché artefatta.
Dopo poco arriva anche mia madre, anche il suo arrivo suscita in me il medesimo effetto di poco prima. Dovrei provare sollievo nel constatare che esistono ancora persone reali a questo mondo, eppure non riesco a esserne entusiasta, forse perché dopo così tanto tempo vorrei incontrarne anche degli altri esemplari oltre a questi due.
A cena, tuttavia, ho un’interazione con persone che emanano calore, le cui parole e respiri sono reali e non nascosti da una maschera o da uno schermo che ci salvaguardino, durante questi minuti mi sembra di essere tornato alla normalità, come se là fuori il mondo non fosse mai cambiato e così dimentico il senso di delusione che ho provato poco fa.

Terminato il pasto devo però affondare di nuovo gli occhi nel mare di pixel del portatile: ho in programma una videochiamata di gruppo con gli amici. Apro la chat, copio il link per la “stanza” che uno di loro ha creato ed effettuo l’accesso. Subito lo schermo si riempie col suo viso, sfuocato, in ombra e che si muove a scatti. Sorrido e lo saluto con entusiasmo spalancando le braccia e lui lo fa di rimando. Man mano, su una striscia in alto compaiono i volti di tutti gli altri, alcuni più nitidi, altri meno, di uno di loro addirittura non si vede altro che uno schermo vuoto e oscuro, come se i colori nella sua stanza fossero stati risucchiati da un buco nero.

Gli facciamo notare che la telecamera non funziona, lui si inalbera col supporto tecnologico che non lo supporta, noi lo prendiamo in giro e si arrabbia ancora di più. Perdiamo tempo per diversi minuti cercando di trovare il modo di risolvere il problema, ma alla fine siamo costretti a rassegnarci, per stasera lui non sarà altro che un essere invisibile e amorfo.

Ci mettiamo a chiacchierare del più e del meno, ogni volta che qualcuno prende parola il suo volto prende possesso del primo piano relegando tutti gli altri ai piccoli riquadri in alto. Uno di loro, che lavora già, vede più persone e di conseguenza ha più cose da raccontare, come di un collega che ha preso una multa perché ha violato il coprifuoco per andare in cerca di dolce compagnia a pagamento. La storia scatena la nostra ilarità, anch’io rido, ma in maniera meccanica.
Non so perché, ma non riesco a trovare piacevole questa rimpatriata. In fondo, quelle che parlano non sono persone vere, ma solo immagini illusorie create dai pixel e la cui voce esce in maniera elettronica da un microfono.

A un certo punto decidiamo di metterci a fare una partita a un gioco online in cui interpretiamo astronauti con tute dai colori sgargianti. Tra di noi c’è un impostore che man mano dovrà cercare di assassinare tutti gli altri, mentre i “buoni” dovranno cercare di individuarlo prima che sia troppo tardi.
Ogni volta che viene riportata un’uccisione, ci spostiamo sulla pagina della videochiamata dove si scatenano chiassose discussioni in cui cerchiamo in maniera confusa di ricostruire quanto accaduto e ci accusiamo a vicenda cercando di individuare il colpevole.
Dopo un’ora di gioco e diverse partite chiudiamo la chiamata salutandoci in maniera troppo frettolosa e promettendoci di “rivederci” quanto prima.

Una volta che la call è chiusa, mi rendo improvvisamente conto che a parte per i saluti all’inizio e alla fine non ho quasi spiccicato parola. Ci penso un po’ su e realizzo il motivo: mi sembra assurdo parlare con delle persone che non sono presenti, con delle rappresentazioni che sono solo finzione. Le discussioni di prima sul videogioco non contano, quella è una finzione giustificata dal fatto di essere appunto un gioco. La parodia di chiacchierata di prima invece non è giustificabile. Spengo il computer e le luci, mi sdraio sul letto e cerco di prendere sonno. Domani sarà una giornata uguale a tutte le altre, monotona come tutte quelle che stanno arrancando da quasi un anno a questa parte. La cosa buona è che almeno non avrò esami.

(Alessandro Tozzola)