I proletari, sosteneva Marx, non hanno madre Patria. Ciò non è mai stato del tutto vero. Ma lo è senz’altro per i loro odierni datori di lavoro. (Galbraith)

Ma quanto è stato salvato questo Paese?

E quanto ancora lo dovrà essere?

Con tutti questi salvatori che si sacrificano per noi.

Che se politica la fanno gli altri è una tresca ignobile mentre se la fai tu si trasforma nella più nobile delle attività umane.

Come le poltrone, che diventano scranni se a nobilitarle sono le tue terga.

Nel giorno della scomparsa di Macaluso le aule del Parlamento sono state teatro di uno spettacolo avvilente.

L’indignazione posticcia e l’altisonanza delle parole non riescono a nascondere la povertà delle argomentazioni, l’inconsistenza degli impegni, l’inaffidabilità di troppi “eletti”.

E visto che tutti sostengono di averlo fatto per l’Italia vien da chiedersi: come saremmo messi se, a turno, non ci fossero venuti in soccorso?

Berlusconi ha salvato il Paese dai comunisti.

L’Ulivo l’ha salvato da Berlusconi.

Bertinotti l’ha salvato da Prodi.

Renzi l’ha salvato da Bersani, da Letta, da Monti, dai politici e dai tecnici, dalla destra e dalla sinistra.

Una coalizione di scopo l’ha salvato da Renzi con un referendum.

I grillini l’hanno salvato da tutti ma non da sé stessi.

Conte l’ha salvato da Salvini.

Ora Renzi lo vuole salvare da Conte, che cerca dei volenterosi per salvarlo da Meloni e Salvini, che a loro volta fanno di tutto per salvarlo dall’avvocato prestato ( a lunga scadenza) alla politica.

Lancio un appello bipartisan: cosa direste, almeno per un po’, di non salvarci più?

Limitandovi magari, quando vi tocca, a governare un po’ meglio.

Che ce n’è tanto bisogno.

Perché l’Italia non funziona come dovrebbe.

Perché il sentimento di comunità si perde nel labirinto degli egoismi.

E i rischi di disintegrazione sono grandi.

Lasciamo perdere i sovranisti, che è meglio per tutti non vederli all’opera, specie in posizione dominante di governo.

E deponiamo la speranza di vedere i grillini trasformarsi in qualcosa più utile al Paese di quel che sono, che sangue dalle rape non ne è mai venuto.

Proviamo a fare un discorso di verità sulla sinistra, sul campo progressista come si dice, stretto, largo, rosso, rosa, verde, che comunque la pensiate al riguardo ogni progetto per rendere l’Italia migliore passa di qui.

Proviamo a farlo anche se il nemico ci ascolta, che chi ci è potenzialmente amico apprezzerà.

Che essere responsabili, quelli veri, di questi tempi, è gran cosa, ma proprio perché questi sono tempi di decisioni forti, intelligenti, durevoli, concretamente utopiche, sappiamo che quel che c’è stato non era adeguato e quel che c’è ancora non basta.

C’è un radicamento sociale da ricostruire, e una egemonia culturale da riconquistare.

L’assunto è quello di Croce: l’unità fra pensiero e azione.

Se sono validi, se non si contraddicono, i cittadini capiscono.

C’è un campo sconfinato che aspetta di essere seminato di buone idee e pratiche esemplari.

In questi decenni abbiamo consegnato poco alla storia e troppo alla cronaca.

Abbiamo dato al Paese la nostra dedizione e, assieme, le nostre beghe, le nostre divisioni, le nostre esitazioni.

Ogni volta ci siamo appellati all’emergenza, a una situazione eccezionale che richiedeva la nostra presenza al governo.

Anche quando non era sorretta dalla maggioranza degli elettori, rischiando di far apparire il richiamo alla responsabilità un espediente per trincerarsi nei luoghi del potere.

A buon titolo l’on. Gelmini protesta: anche noi siamo responsabili, anche noi amiamo l’Italia, anche noi che votiamo contro questo Governo siamo europei, non è una vostra prerogativa.

Negli ultimi trent’anni la sinistra, vecchia e nuova, in tutte le sue espressioni, poche volte è stata all’altezza delle sfide di governo.

Non siamo riusciti a realizzare e a volte neppure ad impostare le grandi riforme di cui il Paese ha bisogno: scuola, fisco, trasporti, giustizia, pubblica amministrazione, welfare…

Quasi tutti gli indicatori di efficienza nel campo dell’economia, dei servizi, dell’ambiente, sono peggiorati.

Le macerie dei terremoti sono ancora lì.

Siamo stati convinti europeisti, questo sì, che è tanta roba ma senza il resto, nel vortice di fenomeni come la globalizzazione, cambiamento climatico, le migrazioni, può anche essere poca cosa se ne hai la capacità di governarne le traiettorie e gli esiti.

C’ero anch’io, per un po’, seduto in un angolo, e potete credermi se dico che abbiamo fatto meno peggio degli altri ma dall’altra parte del tavolo non si è capito tanto.

Suoniamo pure le campane a martello: c’è la pandemia.

Ma poi bisogna dare al Paese una prospettiva che vada oltre l’affannosa ricerca di voti per tenere assieme quel che non starebbe assieme.

Quale progetto abbiamo oltre l’emergenza?

Quale società-mondo, quale società- Nazione, quale società urbana, quale società periferica, quali rapporti di lavoro, quali politiche sociali, quali libertà, quale sicurezza.

Quali speranze consegnamo ad una umanità che chiede un mondo più pulito e giusto?

Prima di rassegnarci all’idea che prevalgano gli egoismi.

E che le persone marginalizzate e intimidite da questa modernizzazione globalizzata comprendano solo il linguaggio del populismo.

Il cambiamento non verrà da solo.

Non è venuto dalla Ditta.

Non viene da Renzi.

Non può venire dall’incontro con i volenterosi.

Potrà essere il frutto solo di una ricerca, come avrebbe detto un antico dirigente del PCI, “di lunga lena”.

Paziente, modesta, curiosa, generosa.

Bersani sembra credere che la rottura della maggioranza possa rappresentare un evento provvidenziale.

E malo bonum, dice.

Che non è quasi mai vero.

La crisi aperta da Renzi può rappresentare l’occasione per aprire una stagione nuova solo se muove dal riconoscimento degli errori, dalla coscienza dei limiti.

Che sono principalmente ma non solamente suoi.

Scrutarsi dentro, senza bisogno di un Berlusconi, un Salvini, un nemico per definirsi, diventa la condizione per andare avanti.

Non è male dire male del male, sosteneva Barbara Spinelli.

Riconoscerlo può aiutare il bene a crescere.

Il filo da seguire è sempre quello.

Porta alle ragioni costitutive della sinistra.

L’idea di giustizia, il superamento di disparità oltraggiose alle quali oggi nessuno cerca di porre davvero rimedio.

È questo il nucleo attorno al quale la sinistra può ricostruire il tessuto dell’intera comunità.

Poi dipenderà dal l’abilità dei tessitori.

(Guido Tampieri)