Scrivo mentre negli Stati Uniti, non in un paesino sperduto del nostro Appennino, assistiamo al più incredibile attacco alla democrazia che si sia mai visto. Portato oltretutto in un Paese pieno di contraddizioni ma, almeno in quanto a libertà di stampa, ancora da prendere ad esempio.

Ribalto lo scenario del triste teatrino, prendendo spunto dal dibattito mediatico. Cosa c’entra l’Ordine? E cosa l’America? Io credo in tutta umiltà che spetti alle istituzioni, quindi per quanto riguarda la nostra categoria, all’Ordine, prendere decisioni importanti e significative nei confronti di colleghi che mistificano ad arte i dati di fatto. Sono i principali responsabili, loro, con titoli vergognosi, scandalosi, con l’opinione faziosa usata come verità nascosta, del degrado della professione che – privata di una censura naturale, quella del buon senso e del rispetto delle regole – cola a picco. Sono loro ad aizzare e istigare il popolo social, quello che su qualsiasi piattaforma non perde occasione per negare la realtà dei fatti, per dare addosso al giornalista che fa il giornalista, merce rara, cercando di dare riscontri oggettivi alla narrazione quotidiana della realtà. L’evidenza dei numeri delle vendite dei giornali, la crisi d’interesse che ormai travolge la televisione, si combatte mediaticamente restituendo autorevolezza al nostro mestiere, non facendo l’esatto contrario. Si ha invece l’impressione che fin dagli organi di controllo sia in atto un “muoia Sansone con tutti i Filistei”: i giornali, con buona pace degli  editori sono sempre meno professionali perché la professionalità ha un costo che riconosciamo agli operai specializzati, ma non più a chi fa il nostro mestiere.

Occorre prendere le distanze con sempre maggiore forza e vigore con i colleghi che si sono impadroniti del Palazzo come sta accadendo al Paese simbolo della libertà di stampa. È inammissibile che, anche in un giorno così drammatico di attacco alla democrazia, si leggano commenti volti a scaricare colpe di un pazzo invasato su chi racconta la realtà. La colpa, insomma, è nostra. Di tutti quelli che accettano quotidianamente che altri, come noi, in nome di esperienze professionali autorevoli, per interessi privati in atti d’ufficio, neghino la realtà, scatenando così il più assurdo negazionismo: di un sistema politico, di una pandemia, della vita e della morte.

È dovere del giornalista aggrapparsi a quel che rimane di un relitto, come si conviene a un’imbarcazione, chiudendo le falle, restituendo al mestiere un’antica autorevolezza, ma sono gli ammiragli a indicare la rotta”.

(Diego Costa, giornalista)