Bologna. Stefano Bonaga, docente presso la cattedra di antropologia filosofica nella facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna, è stato consigliere e assessore del Comune di Bologna. È tra gli ideatori della rete civica bolognese “Iperbole”. Segue con grande attenzione il movimento delle sardine.

Stefano Bonaga

Professor Bonaga, partiamo delle origini: le sardine sono nate come fenomeno di partecipazione poco più di un anno fa, ma in un contesto profondamente diverso da quello in cui ci troviamo oggi.
“Le sardine sono state una vera rivoluzione paradigmatica negli ultimi 30 anni da un punto di vista dell’iniziativa politica. Tutti i movimenti precedenti, da Moretti al Popolo Viola, si riconoscevano in una chiave di lettura per cui ci si doveva ribellare nei confronti del governo e/o della classe politica, accusati di non rispondere più alla funzione della rappresentanza e di non eseguire i compiti intrinseci nei suoi doveri. Le sardine hanno sancito un’altra cosa: l’impotenza della politica, perlomeno della politica come la conosciamo oggi. Hanno capovolto completamente il paradigma, sostenendo che alla base della politica non c’è soltanto il bisogno di rispondere ai bisogni dei cittadini, ma che tra le sue premesse indispensabili vi è la capacità effettiva di mettere in pratica delle soluzioni. Con il messaggio “la politica ha bisogno di noi”, le sardine hanno detto molto chiaramente che, senza cittadinanza attiva, il sistema politico basato sulla delega è destinato all’impotenza rispetto ai suoi compiti”.

Il tema della potenza è centrale anche nel dibattito che, assieme ad altri studiosi, ha aperto sulle pagine del Manifesto.
“Sì, più o meno un mese fa è iniziato un percorso, cui hanno risposto diversi intellettuali, sul tema dell’isocrazia. Con questo termine non intendo suggerire che tutti i cittadini dispongono di un uguale potere sostanziale, naturalmente, ma che tutti i cittadini hanno una pari capacità di iniziativa, senza la quale il sistema politico è destinato a spegnersi. Esso si sta spegnendo non dal punto di vista dell’intenzione o dei valori, ma a causa di un’incapacità strutturale di ottenere dei risultati concreti nei confronti della comunità, in termini di giustizia sociale, equilibrio, diritti ecc. Per questo il tema della potenza è centrale. Le sardine hanno rotto lo schema proprio in questa direzione: dietro la politica ha bisogno di noi, c’è un sottotesto, ovvero “la politica ha bisogno della nostra potenza”, ognuno di noi ha la possibilità di occuparsi della cosa pubblica. Purtroppo una serie di fattori, in primis il lockdown, ha determinato un passo indietro rispetto a quanto si era generato nelle piazze, ma la questione dell’isocrazia, quale strumento di potenziamento del sistema politico, è un concetto estremamente attuale, come il problema che le sardine hanno sollevato in Piazza Maggiore. In questa fase delicata, ho voluto proporre sul Manifesto una riflessione su un tema strutturale, per andare al di là della contingenza, perché è proprio ora che bisogna interrogarsi sulla società in cui vogliamo vivere domani. Bisogna creare una democrazia in cui ci sia un vero e diffuso kratos della cittadinanza: la democrazia è tale in quanto tratta il potere reale, inteso come espressione di tutte le capacità di intervento sul territorio culturale e sociale, nelle loro varie declinazioni”.

Nella società Italiana, così come negli altri Paesi europei, sembra che non ci sia una via di uscita dal declino dei corpi intermedi. Dove si collocano le sardine rispetto ai partiti, ai sindacati e alle altre istituzioni che hanno segnato il periodo storico che abbiamo alle spalle?
“È uno dei grandi temi del nostro dibattito. Siamo di fronte allo sfaldamento totale dei corpi intermedi, che dovrebbero essere rinnovati non tanto in una prospettiva del “cosa fare”, ma del “come fare”, il che riguarda, ancora una volta, la potenza. Le sardine hanno segnalato il vuoto enorme di queste istituzioni: oggi i partiti si devono ricostruire, oltre che sull’identità e la capacità programmatica, sulla base di una reale acquisizione della potenza sociale disponibile, dal tempo libero al volontariato. Ad esempio, i volontari della Caritas non esprimono una forma di potenza sociale? Le debolezza dei partiti e dei sindacati impone come unica possibile via di uscita la linea della cittadinanza attiva. In un momento in cui non è possibile fare incontrare i corpi, gli sforzi del movimento devono prendere forma attraverso un uso pienamente politico della Rete. Ogni cittadino ha nel computer e, più in generale, nelle moderne tecnologie di comunicazione, degli strumenti di grande valore da un punto di vista politico, che possono essere impiegati tanto per riprendere il controllo sulla verificabilità delle notizie quanto per organizzare iniziative sul territorio. Le sardine devono costituire un’Alternet, e trovare il modo di connettere e mettere in relazione tutti i punti di potere diffusi sul territorio”.

Ritiene che sia possibile esercitare un’azione partecipata in questa direzione, in mancanza di una copertura mediatica che favorisca la conoscenza di queste realtà?
“Le sardine all’inizio hanno avuto un’attenzione mediatica internazionale, con una risposta in termini di corpi di centinaia di migliaia di persone. Poi si sono progressivamente trasformate, all’interno di un dibattito surreale sulla scelta tra partito politico e comitato elettorale itinerante in sostegno dei candidati di centro-sinistra: non avete compreso che questi sono aspetti secondari! Io ho sempre detto alle sardine con cui ho avuto modo di confrontarmi che stavano sottovalutando il grande potenziale dell’iniziativa: far capire ai cittadini che hanno il potere di influire sulle cose. Il sito delle sardine può essere il punto di raccolta per tutte le iniziative organizzate da chi si dà da fare sul territorio, ovviamente all’interno di un perimetro di valori insuperabile, quello tracciato nel manifesto. Riprendo quanto accennavo prima: il problema, in questo caso, non è dirigere i movimenti dei corpi, ma rendere interconnessi tutti questi progetti. La copertura mediatica era inevitabile all’inizio, ma anche questo è un aspetto secondario, non è centrale per trasmettere la potenza reale dietro questo processo. Quando con il Comune di Bologna abbiamo immaginato Iperbole, l’idea era proprio questa: coinvolgere la cittadinanza attiva, non costruire un altro spazio per le cosiddette “comunicazioni di servizio”. Dovete dare un senso al vostro percorso costruendo una rete di potenza. Fate vostra l’idea di Alternet: la rete deve diventare un luogo di politica attiva, i media vengono in un secondo momento. Voi avete cominciato a essere sottovalutati dalla stampa quando siete andati dalla De Filippi per comunicare che “la bellezza salverà il mondo”, quando vi siete sostanzialmente fatti interrogare su questioni che non c’entrano niente con la vostra funzione, dalle autostrade all’Afghanistan. Le sardine non devono fare questo: devono fare politica attiva nei quartieri e in Rete, dove possono organizzare la propria dimensione. Non in un mondo in cui i confini dell’azione politica sono disegnati da qualcun altro”.

(Alberto Pedrielli)