“Hai preeeso il Cooovid!?”. Al telefono, la voce di Nadia mi frantuma i timpani, schizzandomi direttamente nel cervello.

“Direi piuttosto il contrario, è lui che ha preso me.”

“Come hai fatto?” mi colpevolizza.

“Non lo so.” Con la mente seguo il trailer delle mie ultime settimane di vita sana. A infettarmi, non sarà stato quel ciccione in fila alla cassa del supermercato? Continuava a starmi appiccicato, altroché distanziamento sociale!

“Ma non la metti, la mascherina?” insiste mia sorella.

“Sì, certo.” Dato che mi accusa sempre di pignoleria, non le confesso di tenerne una contabilità accurata. Mi preoccupo di esporle sullo stendino in terrazzo, nei momenti di inattività, e calcolo l’età media di ciascuna, assicurandomi che non ecceda le sei ore di servizio. Se potessi, le allatterei persino.

“Eh, figurati,” sospira, “eppure da qualche parte devi esserti infettata.”

“Deduzione interessante” penso, ma non commento. Riassumo invece i sintomi, minimizzandoli: un po’ di febbre, un po’ di raffreddore, un po’ di tosse.

Al termine della conversazione, la mia autostima è scivolata di un gradino più in basso e lei ha rafforzato l’idea che sono il solito impiastro con mania di protagonismo.

La fascia verticale di mondo che mi arriva attraverso la tenda scostata della finestra parla di vita. Dal letto osservo la gente che cammina per strada frettolosa, con le spalle incurvate dal freddo, le mani in tasca e i volti azzurrati dalle mascherine.

Sono loro i vincitori, gli eroi, i furbi, quelli che sfidano il virus senza farsi sopraffare, che con le sfere bitorzolute ci giocano a rimpiattino e non si lasciano colpire. D’altra parte, io, la palla avvelenata, non l’ho mai saputa schivare: proprio mentre pensavo di esserci riuscita, ecco il bang secco in mezzo alla schiena.

E ora inizia la battaglia. È così che la definiscono alla tele. “Ha perso la sua battaglia” dicono, come se vincere o perdere dipendesse dal malato. Comunque, nel mio caso specifico, spero di vincerla, la battaglia, anche se non mi sento per nulla guerriero. E guerriero, contro chi? Un mostro? Un drago, piuttosto. Sì, lo immagino come un drago che vomita le sue lingue di fuoco contro i polmoni e gli altri organi. Che poi, vista in questo modo, c’è poco da impegnarsi. Come si può vincere contro un drago?

Eppure non sono allarmata. In fondo, non sono più giovane ma nemmeno vecchia; almeno non vecchissima. Non ho patologie pregresse, a meno che… quella volta là… no, no qualche episodio di febbre persistente non è una patologia pregressa.

Credevo davvero che a me non sarebbe successo, queste cose capitano agli altri. Un ottimismo del tutto ingiustificato che ancora persiste. Perché, sarò sì caduta nel precipizio, ma non ho toccato il fondo. Mi sento che non finirò intubata in un letto di terapia intensiva o… peggio.

Non sempre l’erba dei vicini è più verde e il loro bicchiere è mezzo pieno. Questa volta l’erba più verde sta nel mio giardino ed è il mio, il bicchiere mezzo pieno.

(Lia Giberti Sarti – Imola)