Quando la realtà trova una traduzione nei numeri è clamorosa. E clamore hanno suscitato i dati sull’occupazione pubblicati dall’Istat nei giorni scorsi. 444.000 posti di lavoro sfumati nel 2020, 300.000 dei quali riguardano le donne. Da novembre 2020 sono stati 101.000 i posti di lavoro persi di cui 99.000 occupati da lavoratrici. Tutta colpa del Covid? Non solo.

Da anni come donne denunciamo la situazione disuguale del mercato del lavoro e dell’occupazione. Lo squilibrio c’era anche prima. E’ endemico, strutturale. La pandemia ha messo in luce il gap in modo dirompente e lo ha aggravato. La novità è che da qualche tempo si riconosce la forza lavoro femminile come una risorsa per lo sviluppo economico e per il futuro. Non solo una questione di pari diritti.

Come ben ha evidenziato il manifesto “Donne per la salvezza, idee per una ripartenza alla pari”, sottoscritto da diverse Associazioni, manager, economiste, le donne non sono una categoria né un soggetto svantaggiato ma la metà della società. Le classificazioni consolidate hanno la loro radice negli stereotipi della cultura patriarcale. Una cultura che, come più volte denunciato dai movimenti delle donne, fa della disuguaglianza di genere un paradigma che ostacola lo sviluppo e riproduce il gap di genere.

Secondo stime pre-pandemia delle Nazioni Unite per colmare questo gap occorrerebbero 257 anni. Non a caso l’agenda ONU per lo sviluppo sostenibile 2030 include l’obiettivo n. 5. Un obiettivo globale che vede l’Italia in fortissimo ritardo e solo quattordicesima fra i Paesi europei. Il tema ha un aspetto quantitativo, ma anche qualitativo. E’ noto che da sempre l’occupazione femminile è maggiore nel settore dei servizi, largamente penalizzati dalla crisi in corso con la cancellazione di migliaia di posti di lavoro. Ma è altresì chiaro che il settore dei servizi ha fatto, in questi anni, abbondante ricorso al precariato, al part-time involontario e anche al lavoro nero. Una condizione massimamente esposta ai tagli occupazionali e peggio retribuita.

La divisione del lavoro

Da sempre la divisione sessuale del lavoro colloca gran parte dell’occupazione femminile nei servizi, secondo gli schemi radicati in una cultura sessista che ritiene le donne più “adatte” a certi mansioni e professioni. La cura delle persone, il turismo, la ristorazione, prevedono professionalità corrispondenti a percorsi formativi segregati (come si diceva negli anni ’90). Fra i laureati nelle cosiddette discipline STEM (science, thecnology, engineering and mathematics), quelle con maggiori prospettive di impiego futuro, le ragazze sono il 16% contro il 37,3% dei ragazzi. Solo il 22,4% delle femmine si laurea in Italia a fronte di una media europea del 35,5%.  Gli uomini sono in maggioranza nell’industria e nei settori che offrono opportunità qualificate. E anche quando le donne trovano lavoro in questi, faticano a migliorare la loro condizione con percorsi di carriera e/o manageriali. Il gap si riproduce. Non vi sono pari opportunità effettive per l’ investimento delle competenze.  Il mercato del lavoro è dunque per lo più diviso su binari sessisti e quando non lo è lo svantaggio risiede in altri fattori di ordine culturale o di organizzazione. Va inoltre rilevato come il lavoro nei servizi, segnatamente in quelli dove ci si cura delle persone, ha un valore molto inferiore nella considerazione sociale e nella scala valoriale. Il chè si riflette nei livelli di retribuzione, altrettanto bassi. Se immaginiamo per il futuro, un sistema economico e sociale che metta al centro le persone e il loro benessere come indice di salute sociale e di sviluppo, allora il valore del lavoro va rivisto, ripensato e retribuito in proporzione adeguata. Il lavoro di cura nella cultura patriarcale ha importanza secondaria, forse perché non crea immediato profitto e può sempre essere sbrigato dalle donne in ambito famigliare, se i servizi scarseggiano. Il risultato sono la penalizzazione dell’occupazione femminile e il doppio lavoro a carico delle donne. Doppio lavoro che è stato, in passato, la ragione fondativa del diritto al pensionamento anticipato riconosciuto alle donne. Oggi annullato dalla riforma Fornero ma le cose non sono sostanzialmente cambiate.

La conciliazione fra i tempi di vita e i tempi di lavoro

Un ostacolo all’occupazione delle donne e allo sviluppo economico è la difficoltà a conciliare il lavoro fuori casa con il lavoro di cura e il carico famigliare. L’emergenza pandemica ha rappresentato un doppio quando non triplo carico per le donne che hanno gestito, soprattutto durante il lockdown, lavoro e cura in una sovrapposizione di tempi. Il vantaggio dello  smart working con le scuole chiuse si è tradotto per molte in un evidente e pesante svantaggio. Una situazione di stress prevista e denunciata fin dai primi giorni di pandemia dalle Associazioni femminili (v. piattaforma della Rete delle donne imolesi e non solo) che ha portato diverse donne a rinunciare al lavoro. Del resto questa difficoltà si traduce in un fattore di discriminazione pesante in ingresso al mondo produttivo nelle mani dei datori di lavoro. Moltissime ragazze che affrontano colloqui per un’ambita assunzione si sentono chiedere se hanno intenzione di sposarsi e di fare figli. Nel caso, tanti saluti e arrivederci.

Affrontare il problema della conciliazione richiede un cambio di passo radicale sia per sostenere l’occupazione femminile, sia per disegnare un sistema economico e sociale funzionale a una prospettiva di sviluppo. Servono politiche e scelte importanti fra cui:

  • Lo spostamento di risorse economiche sulle infrastrutture sociali. Linda Laura Sabatini direttora centrale Istat indica 7 miliardi almeno sugli asili nido, 4 sul welfare di prossimità. Una scelta strutturale che non sostiene solo l’occupazione femminile ma offre ai bambini e alle bambine, nel caso dei servizi per l’infanzia, la possibilità di percorsi educativi e di socializzazione che, specie nelle aree più povere, compensino uno svantaggio di partenza. Colmare le disuguaglianze ed eliminare i meccanismi che le generano è un fattore di sviluppo. In generale, un investimento sociale sul futuro, come sottolineato dai movimenti delle donne fin dal dopoguerra;
  • La ripartizione fra i sessi del lavoro di cura e delle responsabilità genitoriali. Va rivisto l’istituto dei congedi parentali e le condizioni di utilizzo. La disparità salariale a parità di qualifica e di mansioni ancora in essere, nonostante l’esistenza di una legge dello Stato italiano finalizzata al suo superamento, porta a un ricorso maggiore dei congedi da parte di chi ha un salario inferiore, spesso le donne;
  • La riorganizzazione dei tempi, degli orari in relazione all’organizzazione del lavoro e a quella della società.

Manifestazione di donne a Bologna

Uno sviluppo del Paese che stia al passo col contesto internazionale per qualità e competitività, è possibile solo con il riconoscimento della risorsa che le donne rappresentano. E’ ormai assodato da diversi studi economici che una piena occupazione femminile avrebbe sul PIL effetti moltiplicativi enormi. Di più: la visione e l’approccio diversi che le donne esprimono sarebbero un valore aggiunto qualitativo dello sviluppo stesso . Diversi modelli di leadership, diverse sensibilità, capacità di problem solving, come dimostrato in storie aziendali e di governo di successo. La cultura della cura da sempre patrimonio delle donne è una risorsa per nuove soluzioni in ambito produttivo, sociale e sanitario. Continuare a classificarci come categoria svantaggiata o disagiata, significa, nella migliore delle ipotesi,  limitarsi a perseguire un riequilibrio invece che valorizzare una risorsa preziosa, in una visione miope e datata. Un esempio: nel bilancio del Comune di Imola le pari opportunità sono parte del capitolo del disagio sociale. Riflesso di una mentalità stereotipata e quindi contradditoria sulle presunte intenzioni. Fatta presente l’anomalia con mozione approvata dal Consiglio Comunale, non è chiaro se questa abbia trovato applicazione.

Ecco perché l’uscita massiva dal mondo del lavoro delle donne è una perdita per tutti. Le riforme strutturali che ci chiede l’Europa hanno bisogno di una visione fondata sulla parità di genere. Esse sono possibili con investimenti concreti sull’imprenditoria femminile, le pari opportunità, le infrastrutture sociali, il superamento delle disuguaglianze e la realizzazione dei diritti già riconosciuti da diverse leggi dell’ordinamento italiano. Servono misure robuste che favoriscano il superamento del gap di genere e l’affermazione di una cultura di genere. A tal fine l’allocazione delle risorse del Recovery Fund è una sfida. Di questo poco si parla, se si escludono le tante voci femminili autorevoli che in questi mesi si sono fatte sentire.  Vedremo se il Governo guidato da Draghi si fonderà su un programma all’altezza e saprà interloquire e acquisire, dimostrando spirito innovativo, i contributi competenti e autorevoli che il mondo delle donne esprime a tutti i livelli.

 

(Virna Gioiellieri)