Amo l’Italia ma mi rende triste perché è un Paese in cui i padri divorano i figli, si prendono tutto senza lasciare nulla e i giovani devono andarsene per avere un’opportunità. (Francis Ford Coppola)

L’associazione è venuta da sé, guardando un filmetto per bambini e anziani ai domiciliari.

Anche il titolo era appropriato: “Un’impresa da Dio”.

Per non parlare di quella lunga teoria di politici di ogni specie in processione consultiva da Mario Draghi.

Per salvare l’Italia.

Gli uni dagli altri.

Mancano solo i due liocorni.

Estinti, pare, a cause delle modifiche ambientali.

La mia Regione progetta di decarbonizzarsi nel 2050.

Un po’ tardi, non solo per i liocorni.

Qui piove sul bagnato.

Senza un’Arca e qualcuno capace di pilotarla affogheremo tutti.

Come si fa a dire no a Draghi dopo l’esito indecente dei Governi “politici”?

Senza devastare il prestigio dell’Italia.

Con l’economia che tracolla.

Con la società che si sbrindella.

Col rischio che la nostra democrazia si suicidi con metodi democratici.

Faremmo prima a uccidere i nostri figli.

Per risparmiargli atroci sofferenze.

Come si fa a dire no all’uomo che ci ha evitato il default e, assieme, al capo dello Stato, che gli ha chiesto di lasciare le cure dell’orto, come fecero i senatori di Roma con Menenio Agrippa, per venire a curare la Patria ammalata.

È Mattarella l’ispiratore provvidenziale della sua decisione.

Non Renzi.

Che è la causa del problema, non l’artefice della soluzione.

Chi non ha immaginato Draghi alla guida del Governo?

Ultima spes, argine alla presunzione incompetente, ai personalismi scriteriati, al degrado di questa politica.

Dove il nuovo si rivela ogni volta peggiore del vecchio.

Coi partiti ammassati uno sull’altro, senza diventare un insieme, senza trovare una sintesi.

Nell’interesse superiore della comunità.

Renzi non ha fatto quel che ha fatto per insediare Draghi.

Lo ha utilizzato come spauracchio per disarcionare Conte.

Poi le cose hanno preso la piega che ha dato Mattarella.

Trattasi di eterogenesi dei fini, allorché le azioni umane conseguono risoltati diversi da quelli che persegue chi li compie.

Ma capire cosa vuole Renzi, per fortuna, non sarà più così importante.

Adesso bisogna capire se i partiti che, di buona o di cattiva voglia, votano la fiducia al nuovo Presidente del Consiglio, che è un comandante senza esercito, gli consentiranno di fare le cose che servono.

Facendosi carico della tragicità del momento.

Oggi, 10 febbraio 2021, nessuno dei protagonisti dalla politica nazionale ha un’identità così preziosa, così utile da dover essere preservata per il bene della comunità.

Sostiene Cacciari che la scelta di Draghi certifica la fine del ceto politico.

Meglio parlare di fallimento.

Visto che questa fine l’abbiamo già certificata altre volte.

Al tempo di mani pulite, poi con Dini, con Ciampi, con Monti e, per altri versi, con Napolitano.

Che portò il Parlamento a scuola di responsabilità.

Inutilmente.

Siamo alla sesta volta.

L’ultimo sigillo prima dell’Apocalisse.

Una pausa di riflessione, un distanziamento dal potere, per chi ce l’ha e non lo vuol lasciare e per chi non lo esercita e lo concupisce, non potrà fargli che bene.

Tanto più che un Governo del Presidente presieduto da un uomo disinteressato alle proprie fortune e dedito a quelle del Paese lascia impregiudicato il dopo, non intacca le possibilità della destra di vincere le prossime elezioni né quelle della sinistra di ridefinirsi per contendergliele meglio di quanto non possa fare ora.

Entrambe, al contrario, hanno tutto da guadagnare da un impegno leale che faccia loro acquisire il credito che non hanno.

Il ceto politico l’abbiamo votato noi, questi Parlamenti strampalati li abbiamo voluti noi.

Appesi ai volenterosi, incomponibili in Governi omogenei.

L’abbiamo fatto con convinzione, ogni volta per sostituire il ceto politico precedente.

Abbiamo già dimenticato i vaffa e lo streaming, la chiamata di Monti, la sua giubilazione e, per stare a sinistra, quella di Prodi, di Bersani, di Letta?

E i barbari che avrebbero spazzato via il vecchio mondo decadente?

A che ceto politico appartiene la Meloni, che occupa poltrone da vent’anni?

Quello di prima, quello di adesso o quello di sempre?

È in crisi la politica e l’antipolitica.

È in crisi tutta la classe dirigente.

Non ci sono più nemmeno i filosofi di una volta, che vedevano quel che noi non vediamo, e ci aiutavano a pensare.

Il pericolo è il vuoto.

Che possiamo riempire solo affidandoci a persone capaci di garantire le parole.

Il fuoco può scaldare e bruciare.

Nessuno affiderebbe a Nerone il compito di accudire il camino.

Adesso il problema sembra diventato la compromissione in una maggioranza con la Lega.

Come se questa condizione fosse gradita al PD e non piuttosto il frutto della tirannia delle circostanze.

Come se Draghi, sulla base dell’incarico ricevuto, potesse discriminare fra le forze politiche.

Come se fosse meglio fare le elezioni in questo momento, o lasciare campo libero a Salvini.

Anche questo è opera di Renzi.

Dovrebbero vietare di chiamare i nuovi nati Matteo, il rischio è troppo alto.

Il saggio guarda alle tre emergenze indicate dal Capo dello Stato, alla mancanza di una maggioranza omogenea, all’esigenza che qualcuno faccia qualcosa per scongiurare un disastro.

Lo sciocco ferma lo sguardo all’inconciliabilità fra i partiti.

Il PD ha già pagato una volta il prezzo di un accordo bipartisan al tempo di Monti.

Nessuno ha mai calcolato il prezzo che avrebbero pagato gli italiani se non lo avesse fatto.

Lasciamo stare, per favore, lo spirito dei Costituenti.

Ogni mossa sembra fatta per sviare, per far male all’avversario.

Nessuno dice tutta la verità è qualcuno dice solo bugie.

Il PD non è il migliore dei partiti possibili e nemmeno il secondo ma è quel che resta del giorno quanto a responsabilità istituzionale.

Non si lasci condizionare dalle manovre e dalle critiche puriste.

Tanto più che non ha la forza parlamentare per fare altro da quello che ha fatto ieri e che deve fare oggi.

La via è stretta ma è quella giusta.

A chi si chiede per quanto ancora dovremo impegnare nel governo degli affari pubblici uomini dotti facciamo rispondere a Montaigne: “Fino a quando non siano più degli asinai a condurre i nostri eserciti”.

Per adesso ci basti questo.

(Guido Tampieri)