Cosa e quanti sono i diritti? Il moderno mondo occidentale sulla carta li ha di molto ampliati: il vivere liberi e sicuri, il non essere soggetti a servitù, l’essere uguali di fronte alla legge e da essa protetti, il godere di privacy, dignità, equità, il diritto al lavoro, all’educazione, all’assistenza e così via elencando. Di fatto però non abbiamo tutti le stesse tutele riguardo i diritti: i più deboli spesso non li vedono applicati, ed oggi si propone l’ulteriore tema della crescente povertà educativa e culturale.

Per rispondere a queste esigenze servono una costante attenzione ad una società che si evolve ed un ripensamento dei servizi pubblici e privati e del loro modo di operare: ciò appare strettamente collegato al tema della partecipazione.

Anche qui ad Imola il “senso di comunità” si è affievolito, dunque pare utile lavorare per favorire connessioni umane positive e stimolare la speranza.

Tematiche concrete su cui porre attenzione sono il ripensamento dei tempi di lavoro e di vita e lavorare per avere una città per tutti, anche per chi è molto impegnato ed in particolare per le donne, così come il porre una sempre maggiore attenzione alla cura dei Beni Comuni, sia da parte del pubblico che del privato.

A tal proposito possono essere utili una valutazione critica dei servizi da parte dei cittadini, una “carta dei servizi” al passo con i tempi, lo snellimento delle procedure, una maggiore flessibilità degli orari del pubblico e del privato, una sempre maggiore trasparenza che permetta di controllare le azioni pubbliche, come convenzioni, gare ed appalti (anche delle partecipate), cosa non sempre facile per il semplice cittadino.

L’attività delle strutture intermedie (tra cui le associazioni) può limitare l’individualismo e la delega, per cui pare utile coinvolgerle sempre più, magari tramite un “Forum permanente delle associazioni imolesi” che si possa esprimere su scelte e servizi.

Pochi anni fa fu commissionata dal Comune una indagine su questi temi ad una cooperativa toscana; sarebbe interessante rivedere quali siano stati i risultati e le proposte e fare una riflessione in merito.

Veniamo al welfare, un termine riadattato dall’inglese per indicare l’assistenza che viene erogata dallo Stato alle fasce deboli della popolazione come disabili, pensionati, disoccupati (prima tutto ciò veniva chiamata previdenza sociale).

Indubbiamente Imola ha operato per superare quella che Papa Francesco ha chiamato la “cultura dello scarto” che tende a confinare gli anziani troppo fragili, i disabili, anche mentali, in spazi separati; ha sviluppato iniziative a tutela delle donne, ha costruito spazi pubblici di incontro, ha visto un grande sviluppo del volontariato sociale ed a tutela dell’ambiente, ha attivato l’Azienda servizi alla persona del Circondario Imolese.

Non basta però amministrare questa ricchezza sociale come un fatto acquisito, è bene anche ripensarla aprendola ai nuovi bisogni, a partire da quelli dei migranti (con le necessità di accoglienza/inclusione) e dei “nuovi poveri”.

Per fare ciò è opportuno comprendere la direzione di una realtà economico-sociale in rapido mutamento.

Per millenni le nostre società occidentali sono state strutturate come una specie di piramide con pochi ricchi al vertice e classi sociali sempre più povere e numerose via via che si scende. A partire dagli anni Sessanta si è parlato di una “società dei due terzi”, da immaginare come una specie di uovo, con pochi ricchi, pochi poveri ed una maggioranza composta da ceto medio o “garantiti” (tra i quali molti operai e salariati). Poi ha avuto inizio il grande cambiamento, accelerato dalla globalizzazione e dalle ultime crisi, per cui oggi c’è una tendenziale scomparsa del ceto medio e si tende ad una specie di pera o clessidra con la parte superiore (i ricchi) più piccola, ma in crescita, e la maggior parte dei soggetti sempre più spinti verso il basso, verso povertà relativa o assoluta.

La caduta nel bisogno e nell’indigenza non riguarda più solo le tradizionali classi sociali e mestieri, ma tocca tante situazioni particolari: disoccupati, precari, lavoratori saltuari, finte partite iva, anziani soli, persone senza risparmi e così via, possono trovarsi improvvisamente in situazione di grande bisogno. I casi sono infiniti: persone separate con affitti o mutui da pagare, la grande schiera dei lavoratori precari, i non autosufficienti che non hanno l’appoggio di una famiglia larga, piccoli commercianti ed artigiani quando oberati da affitti e mutui.

Grazie al lavoro degli enti pubblici e dei privati l’Emilia-Romagna ed Imola in passato sono state citate come esempi di un welfare avanzato e funzionante; oggi pare necessario ripensare il sistema pubblico, così come quello aziendale, per essere al passo con i tempi e riappropriarci di un ruolo di leadership in questo ambito.

Per finire, una suggestione: in città vi sono energie e persone con le quali si possono promuovere iniziative di livello, ad esempio un convegno internazionale su “I diritti umani nei vari continenti”, oppure su “I diritti delle donne, degli stranieri e delle comunità LGBTQI (lesbiche, gay, bisex, trans, questioning, intrasex, ecc.)”.

Per continuare ad essere un esempio a livello nazionale, ma soprattutto per riflettere su noi stessi.

(Marco Pelliconi)

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