Affittasi, vendesi. I cartelli scritta a penna, con il pennarello o stampati, attaccati alle porte, alle finestre, sono la testimonianza visibile del vuoto trattenuto dai muri delle case che compongono questo eremo chiamato Giugnola. Non ci sono più bambini che si rincorrono nelle strette vie, che portano al pascolo animali, fanciulle già instradate al futuro ruolo di madri, donne che camminano portando i panni da sciacquare nel lavatoio ora coperto, o le voci di chi giungeva da contrade lontane per vendere, aggiustare attrezzi, impagliare sedie, suonare ad una festa, un matrimonio, una ricorrenza religiosa, spesso unici contatti con il mondo quando ancora l’automobile, la radio, il telefono non esistevano o erano privilegio di pochi. Una lontananza non solo quantificabile in chilometri, ma piuttosto un distacco misurabile in decenni.

Giugnola

Eppure, anche in queste case ora silenziose sono risuonate parole d’amore o ubriache di gelosia, di rancori mai sopiti, dissapori casalinghi e passioni degne di una tragedia greca, di un dramma shakespeariano. Vite vissute ai margini quasi estremi della storia eppure, per un attimo, protagoniste anche loro del destino dell’intera umanità apparso anche tra chete colline come il cavaliere rosso dell’Apocalisse che ha sconvolto e trascinato come una marea di fango, una colata lavica, l’esistenza di persone che procedeva, quasi immota, da secoli.

Il fronte, come i testimoni rimasti usano chiamare quel periodo, segna nella loro mente, un prima e un dopo. Nell’ascoltare i loro racconti di bambine, di adolescenti, di soldati ancora ragazzi, la cesura della guerra, subita in casa o costretta a vivere nell’inferno della prigionia, della battaglia, è l’evento centrale delle loro esistenze e nello smarrimento causato dalla senile perdita della memoria, quegli episodi, le sofferenze patite, la gioia ritrovata, le immagini devastanti come un dipinto surreale e infernale di Hieronymus Bosch, sono ancora vivide e reali come se non fossero mai trascorse. E nel narrare la loro vita, le persone s’intimidiscono.

E all’interno delle case, come nella mia, sono ancora a volte conservati i reperti di quella vita: il lavandino di pietra serena, gli architravi in legno, il lavabo dove i vestiti venivano immersi nell’acqua con la cenere per poi essere portati al lavatoio pubblico per il risciacquo. E non puoi non pensare alla fatica, ai lunghi tempi necessari per un’operazione oggi svolta da una macchina e alle altre manuali e gravose incombenze quotidiane

Giugnola, passaggio 

E tutte le parole che sono lì racchiuse, come una perla dentro un’ostrica irraggiungibile nel fondo dell’oceano, non hanno più la possibilità di essere ascoltate. Le stanze si sono svuotate, esangui, hanno perduto non solo la fisicità ma il ricordo di avere, anche loro, vissuto. E le parole solo dette, la memoria orale, non è rimasta visibile nel suo transitare, come uccelli migratori che non lasciano tracce nell’aria.

Giugnola, prospettiva

Incidere sulle pareti delle caverne, sui muri umidi di una prigione, sopra enormi massi, intingere le mani nel colore vivido, scarnificare l’intonaco dei corridoi dei manicomi, scarabocchiare infantili ghirigori sulle bianche tinteggiature, inzaccherare le porte dei bagni per lasciare un segno del proprio passaggio, urlare al mondo la propria finita, esistenza, e cercare così di non disperdere il nostro ricordo; un bisogno innato, ineludibile del nostro essere umani. Ma queste logore e sbiadite tracce non abitano le pareti delle case, quasi che la nostra presenza bastasse a garantirci il passaporto per i giorni futuri. Eludiamo la parola vergata fuori dalla pagina bianca, come se quei segni rivelassero la nostra, intima, natura.

Ma tutte le parole dette nelle stanze rimangono nell’aria, non vengono scacciate dalla brezza che entra dalle finestre aperte, non evaporano ingoiate dall’aspirapolvere, non s’allontanano scacciate da uno spray alla lavanda e nelle notti senza luna, quando il silenzio è rotto solo dal respiro calmo di chi ti è accanto, puoi udire nelle vecchie case voci sussurrare storie.

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(Testo e foto di Mauro Conti)