L’influenza spagnola è l’ultima grande pandemia globale in un mondo che non era ancora globale. Ho letto il libro 1918 L’influenza spagnola di Laura Spinney, giornalista, scrittrice scientifica, collabora con National Geogrephic, The Economist, Nature e Daily Telegraph.

Immagine al microscopio elettronico del virus dell’influenza A sottotipo H1N1 ricreato in laboratorio (Photo Credit: Cynthia Goldsmith Content Providers)

Ho scelto di approfondire l’influenza Spagnola del 1918 perché nella seconda ondata, a novembre 1918, è morto mio nonno Battista, che non ho mai conosciuto essendo io nato molti anni dopo. Da qui la curiosità di conoscere una delle più grandi ondate di morte dell’umanità. Mio nonno è morto appena ritornato dal fronte della grande guerra all’età di 28 anni.

Leggendo il libro uno potrebbe concludere che nella prima fase dell’attuale malattia pandemica da Covid 19 si sono usati gli stessi strumenti: cordone sanitario, isolamento, quarantena, chiusura delle scuole. Non è così, è cambiato moltissimo.

La sorveglianza sulle malattie ha fatto progressi enormi, sappiamo cosa sono e come si comportano i virus, mentre nel 1918 lo si ignorava, e per questo oggi abbiamo test diagnostici che funzionano. Abbiamo i vaccini ottenuti in tempi record, farmaci antivirali che mitigano i sintomi, ma non guariscono. Però è vero che in attesa di essere vaccinati e sperare in una immunità di gregge, l’unica cosa che possiamo fare è essere responsabili.

All’influenza fu dato il nome di “Spagnola” perché la sua esistenza fu riportata dai giornali spagnoli. La Spagna non era coinvolta nella prima guerra mondiale, mentre negli altri paesi in guerra, dagli alleati all’Austria e alla Germania, la notizia fu tenuta nascosta perché la stampa era soggetto a censura.

Fu la prima pandemia del XX secolo, si infettarono 500 milioni di persone in tutto il mondo, incluse alcune zone dell’Oceano Pacifico e del Mare Glaciale Artico provocando milioni di morti (non ci sono numeri precisi, qualcuno azzarda 50 milioni ) su una popolazione mondiale di 2 miliardi.

Nel 1917 subito dopo l’ingresso in guerra degli Stati Uniti, furono fatte visite di massa e 3,7 milioni di uomini furono esaminati, 550 mila risultarono inabili perchè furono riscontrate delle difformità fisiche prevedili e curabili. Nel marzo del 1918 a Camp Funston in Kansas, nel giro di mezza giornata l’infermeria si trovò a gestire più di 100 casi di mal di gola, febbre e mal di testa, il numero dei malati crebbe a tal punto che l’ufficiale medico del campo dovette requisire un hangar per sistemarli tutti.

Influenza Spagnola, ospedali da campo in Massachusetts (Foto CDC, released into public domain., Pubblico dominio, da Wikipedia

Nel 1917 gli Stati Uniti erano entrati in guerra e in autunno diverse decine di migliaia di ragazzi provenienti dalle zone rurali raggiunsero i campi di addestramento. Camp Funston era uno di questi, da qui i soldati partivano per altri campi sparsi negli Stati Uniti, oppure direttamente per la Francia. Nell’aprile del 1918 l’influenza era già epidemica nel Midwest, nelle città della zona orientale dove i soldati si imbarcavano e nei porti francesi dove sbarcavano.

Dal fronte, l’influenza si diffuse per tutta la Francia e da lì in Gran Bretagna, Italia e Spagna. Sempre in maggio l’influenza si diffuse in Germania, in Polonia e nel porto russo di Odessa, questa fu la prima ondata relativamente blanda. La seconda ondata si ritiene che sia scoppiata a metà del mese di agosto negli Stati Uniti a Boston, in Sierra Leone e a Brest in Francia. A Boston arrivò con una nave a vapore proveniente dall’Europa e a Brest per il continuo via vai di di truppe americane. In Francia pensavano fosse entrata nel paese dalla Svizzera, in Svizzera pensavano fosse giunta dalla Germania e dall’Austria, malgrado i tentativi di imporre quarantena ai confini. Da Boston a Brest la seconda ondata si propagò seguendo i movimenti degli eserciti. Nei mesi successivi la malattia si diffuse dalla costa nord orientale degli Stati Uniti e a tutto il Nord America e in America Centrale. A Freetown l’influenza si propagò portata dalle navi che trasportavano militari provenienti dall’Europa.

La maggior parte delle epidemie influenzali uccide pazienti anziani o già indeboliti, Al contrario la pandemia del 1918 stroncò prevalentemente giovani adulti sani, si è quindi ritenuto che l’elevata mortalità fosse legata alle forti reazioni immunitarie. Un gruppo di ricercatori dell’Harvard University si recarono in Alaska a cercare di recuperare il virus dei corpi delle vittime congelate. Una volta ricostruito il virus responsabile della Spagnola, è stato possibile studiarlo più approfonditamente, ma le proprietà che lo hanno reso così devastante non sono state ben comprese.

Sulle origini del virus vi sono varie ipotesi, alcuni hanno ipotizzato che abbia avuto origine in Asia Orientale. Claude Hannoun il principale esperto dell’epidemia dell’Istituto Pasteur affermò che probabilmente era un virus proveniente dalla Cina e che fosse mutato negli Stati Uniti.

Il Climate Change Institute, presso l’università del Maine, ha identificato una grave anomalia climatica che ha avuto un grosso impatto sull’Europa tra il 1914 – 1919, con un aumento delle precipitazioni, temperature più basse che durante la seconda ondata da agosto-dicembre del 1918 hanno creato le condizioni ideali per la replicazione e trasmissione del virus. Il cambiamento climatico associato ad un aumento delle polveri atmosferiche a causa dei bombardamenti incessanti contribuì all’aumento delle precipitazioni.

Alla fine del XX secolo, più o meno come accade oggi, quando un europeo o un americano si ammalava poteva andare da un medico regolare oppure da un omeopata, un naturopata, un osteopata o un guaritore. Nel 1918, quando scoppiò l’influenza spagnola, la maggior parte degli abitanti del mondo si rivolse ai medici regolari che non avevano ovviamente vaccini, farmaci antivirali, nemmeno antibiotici per curare le infezioni batteriche. Dentro l’armadietto di un medico convenzionale vi potevano essere alcuni flaconi di una medicina miracolosa, l’aspirina, famosa perché faceva scendere la febbre e alleviava il dolore, dosi eccessive potevano provocare un accumulo di fluidi nei polmoni, cosa che i medici nel 1918 ignoravano. Il chinino usato per la cura della malaria, pur non essendoci alcuna prova che funzionasse per l’influenza, fu prescritto in grandi quantità.

Negli anni ’20 il batteriologo Edwin Jordan stimò che i decessi dovuti all’influenza spagnola fossero 21 milioni e seicentomila, oggi sappiamo che la stima di Jordan, considerata corretta per 60 anni, era bassa. Due epidemiologi americani nel 1991 aumentarono la stima a trenta milioni. Il 1918 segnò un ripensamento nella gestione della salute pubblica in tutto il mondo. La Russia e molti paesi europei optarono per sistemi sanitari universali, che garantissero la cura a tutti i cittadini. Gli Stati Uniti imboccarono un’altra strada, puntando su un sistema di assicurazioni. I nostri servizi sanitari che ci assistono oggi sono frutto della pandemia della influenza Spagnola.

Oggi ci troviamo a contatto con un Virus in continua mutazione, il vaccino non sarà una soluzione perché non ne conosciamo la capacità di copertura. Non potrà essere un liberi tutti perché il virus continuerà a circolare e a mutare, dovremo imparare a conviverci. Dovremo rivedere i nostri vecchi stili di vita fatti di sprechi e maltrattamenti del pianeta. Venendo alla Pianura Padana dove noi abitiamo, neppure durante il lockdown siamo riusciti ad abbattere tutto l’inquinamento, in particolare da polveri sottili. Non basta ridurre gli scarichi delle auto, il problema sono le emissioni agricole, animali, umane e la geografia del territorio. Alla fine della seconda guerra mondiale abbiamo avuto una classe politica all’altezza della sfida della ricostruzione, non possiamo dire lo stesso dei giorni nostri, dove la politica è l’espressione dell’attuale società in piena decadenza. Per risolvere questi problemi ci vuole ben altro, non so se saremo all’altezza prima che sia troppo tardi

(Renato Alberani)