Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato (Tsds) fu per il regime fascista uno dei principali strumenti per soffocare ogni forma di rivolta. Sappiamo di personalità del calibro di Gramsci e Pertini, incarcerate e processate da un tribunale che nulla aveva di equo o giusto.

Ma la storia di questo tribunale è piena anche di personaggi che non sono riusciti a possedere la fama dei nomi appena citati, e che ingiustamente rischiano di finire nel dimenticatoio. Era infatti assai facile finire nella scure del Tsds; bastava anche una soffiata, o il solo sospetto di essere un soggetto con idee antifasciste, per finire in carcere.

Chi scelse di combattere il regime, ben sapendo del grave rischio corso, merita quantomeno di essere degnamente ricordato. Tra questi possiamo (e dobbiamo) ricordarne uno: Paolo Silvagni, di professione contadino, nato a Bizzuno (frazione di Lugo) in data 01.01.1896.

Fu chiamato a rispondere avanti il Tribunale fascista nella causa n. 102/1931 del Registro Generale per questi capi di imputazione:
– Per il reato previsto dall’art. 3 Legge 2008/1926 in relazione agli articoli 120-252 Codice penale, per aver nel territorio della provincia di Ravenna, “in epoche imprecisate e fino all’agosto 1927, in correità con altri, alcuni dei quali rimasti sconosciuti, preso parte attiva alla esplicazione del programma rivoluzionario del Partito Comunista concertato, in omaggio alle superiori istruzioni direttive, di commette a mezzo di proseliti e simpatizzanti, fatti diretti a far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato e a suscitare la guerra civile”.
– Per il reato dell’art. 63 Codice penale in relazione all’art. 3 Legge 2008/1926, nonché art. 2 della stessa legge e articoli 120, 252 Codice penale “per avere, nelle predette circostanze di tempo e di luogo, in correità con altri, istigato a mezzo della stampa a far sorgere in armi gli abitanti del Regno e suscitare la guerra civile”.

Alcune precisazioni

La legge n. 2008 del 25.11.1926 costituisce una delle c.d. “Leggi fascistissime”, volte a trasformare l’assetto dello Stato italiano in dittatura fascista. Il citato articolo 3 di questa legge, come si è visto contestato a Silvagni per entrambi i primi due capi di imputazione, così sanciva: “Quando due o più persone concertano di commettere alcuno dei delitti preveduti nei precedenti articoli (attentato all’integrità del Capo del Governo), sono punite, pel solo fatto del concerto, con la reclusione da cinque a quindici anni. I capi, promotori ed organizzatori sono puniti con la reclusione da quindici a trenta anni”.

Gli articoli del Codice penale richiamati (precisando che si trattava del Codice Zanardelli del 1889, poi sostituito dal Codice Rocco ancora oggi vigente), punivano chi istigava i cittadini a farli sorgere in armi contro lo Stato o suscitare la guerra civile.

Quali fossero esattamente le azioni incriminate, non lo scopriremo mai, dal momento che per esser accusati di far sorgere l’altrui desiderio di imbracciare le armi ed attentare allo Stato, bastava veramente poco. Dichiarare di riconoscersi nel programma del Partito Comunista, era sicuramente sufficiente per finire alla sbarra del T.S.D.S.

Un ultimo aspetto da evidenziare: come si è visto, il capo di imputazione recita “in epoche imprecisate e fino all’agosto del 1927”, quindi anche in un periodo precedente al 1926, con buona pace di ogni principio di irretroattività della legge penale.

Il terzo ed ultimo capo di imputazione recita:
– Per i reati di cui all’art. 160 Legge 1848/1926 in relazione all’art. 158 Legge 773/1931 “Dei reati di espatrio clandestino a scopo politico dell’agosto-settembre 1927, e per non avere, nelle stesse circostanze anzidette, pagato una tassa di concessione governativa per passaporto”.

Anche in questo caso, essere accusati di espatrio politico era qualcosa di molto aleatorio e assai facilmente contestabile.

Questa fattispecie di reato, come si vede dal capo di imputazione, confluì nella Legge del 1931, che passava da una pena detentiva “non inferiore a tre anni e con la multa non inferiore L. 20,000” a “da due a quattro anni e con la multa nono inferiore a L. 20.000”. Anche in questo caso, l’irretroattività della legge penale viene dimenticata.

Venendo alla composizione del Tribunale, che giudicò Silvagni all’udienza del 27.02.1932, questi era costituito da Tringali Casanova Antonino, e dai giudici  Lanari (relatore), Lussorio, Ventura, Rambaldi, Oliveti, Torelli.

È giusto il caso di spendere due parole sul magistrato che per la causa di cui parliamo ricoprì il ruolo presidente del Tribunale.

Personaggio noto nella storia del Ventennio, Tringali nacque a Cecina il 10.05.1888; pochi mesi dopo il processo contro Silvagni assunse a tutti gli effetti la carica di presidente del T.S.D.S. e ne fu in assoluto colui che ricoprì questa carica più a lungo, ossia fino allo scioglimento dello stesso Tribunale (con il crollo del fascismo monarchico). Fedelissimo del Duce, intratteneva regolarmente colloqui col dittatore, informandolo al termine di ogni udienza sull’andamento delle giornate.

Proprio per l’altissimo numero di cause al ruolo del Tribunale, Tringali non poteva presiedere il collegio ad ogni udienza. Sta di fatto che per la vicenda di cui parliamo, forse per l’importanza della presenza di un seguace del Partito Comunista, sentì il dovere di esser presente, mandando un segnale chiaro contro quelli che lui stesso definiva feccia sociale.

Vediamo ora alla decisione del Tribunale, leggendo il testo originale della sentenza (n. 19 del 1932).

“Visti gli articoli (omissis), dichiara Silvagni colpevole del delitto di cui all’art. 4 I° capoverso, della legge 2008/1926, in tal senso modificando i capi di imputazione; nonché di espatrio clandestino e di contravvenzione alla tassa sulle concessioni governative. E, operato il cumulo giuridico delle pene, lo condanna ad anni 4 di reclusione, Lire 20.000 di multa e Lire 300 di tassa sulle CC.GG; con la interdizione perpetua dai pubblici uffici; col pagamento delle spese di giudizio, oltre ad ogni altra conseguenziale di legge”.

Il Tribunale ha quindi ritenuto “derubricabile” il fatto al reato di cui all’articolo 4, che puniva “Chi fa parte di tali associazioni, organizzazioni a partiti è punito, pel solo fatto della partecipazione, con la reclusione da due a cinque anni, e con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici”.

La pena quindi da eseguire è di 4 anni di reclusione oltre la multa, senza possibilità alcuna di appello, dal momento che le decisioni del T.S.D.S. non prevedevano impugnazione alcuna.

Dalla nota a sentenza vediamo che per effetto del provvedimento di clemenza di cui al Regio Decreto n. 1403 del 1932, Silvagni venne scarcerato in data 11 novembre 1932 dal carcere di Civitavecchia.

In tutto espiò un anno, sette mesi, venti giorni.

Ma per essere completamente “liberato” da ogni accusa dovette aspettare il 1963, quanto il Tribunale Militare di Roma concedette il beneficio dell’amnistia del 17.11.1945, per il reato di mancato pagamento della tassa governativa.

Bibliografia

Mimmo Franzinelli, Il Tribunale del Duce, ed. Mondadori 2017.

Ministero della difesa, Tribunale speciale per la difesa dello Stato – decisioni emesse nel 1932, Roma 2000.

(Andrea Valentinotti)