Imola. “Gruppo di acquisto solidale – gas”, “MercolBio”, “Etico”, “Giusto scambio”, “Il Mercato della Terra”. Sono alcuni dei gruppi, marchi o mercati che anche a Imola guardano ad un diverso modo di acquistare.

Lo spunto deriva da un libro “Vivere senza supermercato” (Terra Nuova edizioni) e dalla sua autrice, Elena Tioli, attivista ambientale, scrittrice e giornalista. La logica è quella di “uscire per sempre da un supermercato, boicottare le marche che non rispettano l’ambiente, così come una grande distribuzione che sfrutta i lavoratori, inganna i consumatori e soprattutto schiaccia i produttori: come si può d’altronde pensare che una scatoletta di pomodoro pelato da mezzo chilo possa essere pagata tra i 18 e i 20 centesimi?”. L’autrice ha sperimentato in prima persona come non solo vivere senza grande distribuzione “è possibile, ma che è più facile e soprattutto più divertente”.

Anche a Imola sembra di intravvedere un’attenzione diversa e maggiore agli acquisti “etici”. Stanno prendendo sempre più piede i mercatini dove si incontrano consumatori e produttori a km zero, come quello di Slow food del venerdì al mercato ortofrutticolo di viale Rivalta che, dalle 16 alle 19 nel periodo invernale e dalle 17,30 alle 21,30 nel periodo estivo (da maggio) è un luogo dove “fare la spesa direttamente dai produttori del territorio, incontrarsi, conoscersi e stare in compagnia”; oppure in via Serraglio 20B presso il Centro sociale La Stalla, dove il mercoledì c’è il MercolBio, dalle 15,30 alle 19,00, per incontrare i produttori biologici delle migliori aziende del territorio, fino a quello del lunedì e giovedì, dalle 15.30 alle 17.30, nel cortile dell’associazione Primola a Imola in via Lippi 2/C. In generale, dice Tioli, vanno bene i mercati rionali, purché si opti per i banchi a chilometro zero e i prodotti senza pesticidi. Ma anche la Bottega del Giusto Scambio, il negozio Etico di moda sostenibile e consapevole con capi e accessori che rispettano i diritti dei lavoratori e l’ambiente e il Gas, gruppo di acquisto solidale e tutte le altre realtà locali che mettono al centro uomo e ambiente sono da sostenere e fare espandere.

Occorre uscire dalla logica dominante. Il cambio di passo lo devono fare i consumatori informati.  Occorre uscire dalla Gdo (Grande distribuzione organizzata) e cioè in parole povere ipermercati, supermercati, minimarket, grandi magazzini, ecc e guardarsi intorno: altre opportunità più consapevoli ed equilibrate per tutti sono disponibili.

E’ ancora troppa l’energia, lo spazio e il tempo che si dedica a questi luoghi, a partire dalla pianificazione del territorio decisa dalla politica, alla realizzazione delle strutture, al ciclo della gestione dei negozi (compresi trasporti, imballaggi e rifiuti), alla ricerca continua dei consumatori e non accenna a rallentare. Nonostante si tratti di scelte che vanno contro quella sostenibilità ambientale ed economica su cui anche l’insospettabile banchiere Mario Draghi, nuovo presidente del consiglio italiano, vuole puntare (come dichiarato nel discorso in cui ha chiesto la fiducia per il suo governo al parlamento). Neanche a Imola si pensa ad invertire la rotta e a smettere di aumentare le aree dedicate ai mega negozi, spesso a scapito delle realtà commerciali del centro storico o dei quartieri che non riescono a sopravvivere e chiudono. A che pro?

La statistica, anche se non aggiornata, della Camera di commercio di Bologna indica, per l’area metropolitana di Bologna (ex provincia), un continuo aumento in questi anni della superficie di vendita dedicata alle grandi strutture, passata da 401.626 mq nel 2015 a 403.458 mq del 2018 (anche se il n. complessivo dei meganegozi è rimasto fermo a 316 tra grandi magazzini, supermercati, ipermercati, minimercati ed esercizi specializzati), mentre il commercio al dettaglio ha subito una flessione dal 2013 al 2018 del -3%, con -823 attività non più attive (da un totale di 27.797 a 26.974). E si trattava di era preCovid.

Anche la pandemia da Covid 19, che ha sconvolto lo scenario tradizionale della GDO (grande distribuzione organizzata), in realtà ha solo favorito alcuni e penalizzato altri, non riuscendo a sovvertire le scelte dominanti in Italia. Lo rileva “L’osservatorio sulla GDO” dell’ufficio studi Mediobanca. Le vendite nella grande distribuzione organizzata in era Covid sono aumentate del 10%, con punte del 30%. Nello stesso periodo è andato fortissimo il canale online, che ha toccato anche + 200%. A fronte di dinamiche complessivamente favorevoli nelle vendite – osserva l’indagine – resta meno chiaro l’impatto che i maggiori volumi produrranno sui margini della Gdo nazionale. Cioè non si capisce bene se sono cresciuti i profitti: infatti mentre lo scontrino medio è aumentato, la frequenza della spesa si è ridotta cioè si acquistano più cose tutte insieme recandosi però meno volte al negozio. Hanno segnato progressi in doppia cifra i piccoli punti vendita del libero servizio, i discount e i supermercati, mentre le grandi superfici (ipermercati), che già provenivano da una crisi strutturale pluriennale, hanno subìto un’ulteriore marginalizzazione, così come hanno rallentato i drugstore, nei quali si sono ridotti i consumi di prodotti voluttuari (profumi e make-up) e sono cresciuti quelli legati all’igiene personale e della casa. L’ipermercato è stato penalizzato per la sospensione delle vendite di tutti i prodotti non alimentari e l’ubicazione all’interno di gallerie commerciali deserte nei vari periodi di lockdown.

In generale, le grandi superfici sono state associate dai consumatori a maggiore affollamento e lunghe attese all’ingresso, con conseguente preferenza per esercizi di più contenute dimensioni e di prossimità, raggiungibili a piedi. Basterebbe che questo modo di ragionare prendesse piede al di là dello stato di emergenza legato alla pandemia e le scelte relative agli acquisti cambierebbero: vale la pena accordare la preferenza a luoghi più piccoli, meno dispersivi, più facili da raggiungere, meno affollati ed inoltre il valore aggiunto su cui puntare sarebbe quello di rivolgersi a prodotti legati al territorio, con riduzione o assenza di imballaggi in plastica, con filiera corta (cioè dal produttore, trasformatore al consumatore in pochi passaggi) e con un giusto prezzo, che retribuisce equamente anche chi produce e lavora la materia prima e i prodotti.

Sempre Elena Tioli, sul sito internet https://www.ilcambiamento.it (“regalati una informazione autenticamente libera”) dice anche di essere “profondamente convinta che ci sia un altro modo: un altro modo di vivere, di pensare e di parlare e che spesso, questo modo, sia legato a doppio filo al modo di mangiare”. E ha pure creato un sito https://www.viveresenzasupermercato.it, luogo virtuale d’incontro tra produttori e consumatori, senza mediazioni: filiera corta, locale ed etica.

Food Coop, Comunità a sostegno dell’agricoltura, la rete dell’ Alveare che dice sì, economiasolidale.net (che raggruppa i gas – si tratta di gruppi anche ampi di persone che decidono di organizzarsi, comprando direttamente dai produttori piccoli e locali). Anche le varie realtà ecosostenibili imolesi dovrebbero prendere esempio e organizzarsi. Mettere insieme le energie e fuggire dalla logica dominante. Pubblicizzare le buone pratiche (e dove rivolgersi) per acquistare alimenti, vestiti, accessori senza danneggiare l’ambiente e senza sfruttare lavoratori e agricoltori.

(Caterina Grazioli)