Dall’inizio del 2021 sono 13 le donne uccise. Un massacro che non si ferma compiuto da compagni, mariti o ex. Una strage che non ha tregua. E mentre la pandemia e le misure restrittive hanno favorito la diminuzione di altri tipi di reato, compresi gli omicidi, fra questi ultimi i femicidi rimangono stabili o crescono addirittura. Nel 2020, tre in più rispetto all’anno precedente ma con un numero complessivo di assassinii in calo. Ciò significa che l’incidenza delle donne ammazzate è superiore.

Come da tempo si evidenzia, i femicidi sono solo la punta dell’iceberg. Diversi sono i tipi di violenza usata verso le donne: psicologica, sessuale, economica, molestie, maltrattamenti e percosse. Una realtà ben più estesa, gran parte della quale sommersa. L’emergenza sanitaria ha peggiorato la situazione. Lo sottolinea l’Associazione Trama di Terre presso la quale è attivo uno dei due centri antiviolenza del territorio imolese.

Una relazione dettagliata che entra nel merito del problema identificandone gli elementi complessi. Il riconoscimento e l’identificazione della violenza subita innanzi tutto. Poi la decisione di denunciare il partner e di intraprendere un percorso giudiziario troppo lungo, spesso penalizzante. Sono quasi sempre le donne che subiscono violenza a essere allontanate dall’abitazione e a dover rinunciare alla propria organizzazione quotidiana, invece del convivente violento. Infine la mancanza di autonomia economica e di un alloggio alternativo rendono il percorso di uscita difficile e complicato. In presenza di figli l’iter e la situazione si aggravano. “La violenza in presenza di minori dovrebbe essere classificata come violenza psicologica, più che violenza assistita” dicono al Centro. “Di frequente si chiede aiuto anche per la gestione dei conflitti di relazione conseguenti, che si traducono in sofferenza per i figli”.

I dati 2020 sul territorio

 In 118 si sono rivolte a Trama di Terre di cui 61 per la prima volta e 57 con percorsi avviati. Un incremento di 29 in quest’ultimo caso. Rispetto al 2019 le nuove richieste di aiuto sono diminuite di 96 unità. Secondo Alessandra Davide, Presidente dell’Associazione, il dato si spiega da un lato con la maggiore consapevolezza da parte delle donne di intraprendere un percorso prima di una compiuta elaborazione della violenza subita. Dall’altro la constatazione che le azioni violente non si esauriscono con l’interruzione della relazione col partner, soprattutto se la coppia ha figli.

Durante il lockdown, come evidenziato in diverse occasioni, le donne hanno avuto meno possibilità di chiedere  aiuto. Hanno per lo più anteposto la sicurezza dei figli alla propria, sopportando più a lungo le violenze. Più pressante e continuo il controllo dei partner combinato alla difficoltà di accesso ai servizi (scuola, ospedale, consultorio). Il 1522, numero nazionale da chiamare per chiedere aiuto non ha funzionato. Nessuna donna infatti è stata orientata al Centro a seguito della chiamata.

Molto scarsa, quasi nulla, è stata la comunicazione da parte delle Istituzioni sull’apertura dei centri anche in restrizione pandemica, denunciano a Trama. “Abbiamo prodotto insieme all’Associazione Grande Colibrì, una guida in diverse lingue per il supporto alle donne che avevano bisogno di aiuto. Ma non si è praticamente veicolata l’informazione relativa all’apertura dei centri”. Anche la rete Di.Re aveva al tempo emesso un comunicato in tal senso.

Fra le donne che hanno subito violenza, 28 sono italiane, mentre 32 hanno diversa provenienza. 46 con figlie/e, 13 senza. Il numero delle donne straniere è leggermente superiore rispetto all’anno precedente. Le donne migranti sono più a rischio in quanto migranti e donne, due discriminazioni che si sommano. La scarsa conoscenza della lingua e delle opportunità in Italia come donne , madri e lavoratrici rende più difficile l’accesso a percorsi di uscita dalla violenza. Sono così costrette nelle maglie della violenza, del ricatto ed esposte allo sfruttamento lavorativo e sessuale.

Il rapporto delle donne maltrattate con il centro si è intensificato. Molte sono tornate. Le ragioni secondo Trama di Terre risiedono negli ostacoli alla risoluzioni dei problemi che insorgono in situazioni di violenza, specialmente in fase pandemica. La casa, l’autonomia economica, il mancato riconoscimento da parte dei DPCM di una rete informale di relazioni a favore dei legami parentali. Molto spesso inoltre chi si rivolge al centro esprime sfiducia nei confronti delle Istituzioni. Si richiede l’accompagnamento presso i servizi o le forze dell’ordine per timore di non essere credute.

Delle donne che si sono rivolte al centro, 20 hanno fra i 30 e 39 anni, 10 fra i 40 e i 49. Rispetto al 2019 queste due fasce d’età sono maggioritarie mentre sono in diminuzione, 9 casi, le ragazze dai 18 ai 29 anni.

58 le situazioni di violenza psicologica, la più difficile da dimostrare, 36 quelli di violenza economica. Le donne che non dispongono di un’autonomia economica sono sotto ricatto, diverse hanno perso il posto di lavoro (precario o in nero) altre vi hanno rinunciato per occuparsi della famiglia e della casa.

In 38 hanno subito violenza fisica, 15 sessuale, 9 sono state vittima di stalking. In leggero aumento i casi di matrimoni forzati (7) si presume per un maggiore avvicinamento al Centro di donne migranti.

La grande maggioranza degli autori delle violenze sono coniugi, conviventi, fidanzati e amanti (34), gli ex (15), padri , fratelli famigliari (5), sconosciuti (4), altri (1), colleghi o datori di lavoro (1).

50 si sono rivolte al centro per informazioni, 49 per ricevere consigli e individuare strategie di uscita dalla violenza. In 9 hanno chiesto un’ospitalità di emergenza.

Per 31 la conoscenza del centro è avvenuta attraverso il passaparola di parenti, amici, Associazioni, altri centri, pubblicizzazione diretta, 7 tramite le forze dell’ordine, 4 attraverso il Consultorio 8 orientate dal Servizio Sociale, che corrisponde al collocamento in struttura protetta. Le altre si sono rivolte per accesso diretto.

Le donne di Trama di terre a una manifestazione

Ospitalità in emergenza

 Nel 2020 sono state 54 le donne provenienti da Bologna Città Metropolitana che, attraverso l’attivazione del PRIS o del Servizio Sociale competente, hanno chiesto ospitalità in emergenza, 18 in più dell’anno precedente. Di queste 11 dal territorio del Nuovo Circondario Imolese.

Nel periodo fra marzo e aprile le richieste sono state 7, un po’ meno che nel 2019. I mesi con maggiore richiesta di protezione sono stati maggio, giugno e luglio : 18 casi, triplicati rispetto al 2019. Alla fine del lockdown tra settembre e ottobre i casi sono quadruplicati sull’anno precedente (16). Questi dati dicono a Trama dimostrano come durante i mesi di restrizioni le donne abbiano sopportato per chiedere aiuto in situazioni di violenza estrema. Le persone (madre e bambino/a) ospitate in strutture protette nell’ambito dell’accordo metropolitano sono state 24 di cui 14 dal territorio di Bologna e 10 dal Circondario imolese.

Infine concludono a Trama, guardiamo con interesse al lavoro intrapreso verso gli uomini maltrattanti con cui c’è disponibilità alla collaborazione. I fondi tuttavia non devono essere sottratti a quelli destinati ai percorsi di fuoriuscita dalla violenza delle donne e i percorsi dell’uomo maltrattante devono essere slegati da quelli penali.

Insomma dati poco confortanti che riflettono una situazione sostanzialmente immutata rispetto agli anni precedenti. Passi avanti concreti quasi nulli verso la soluzione di problemi noti da tempo a cominciare da un sistema territoriale a contrasto che risponde con azioni sinergiche.

La situazione che emerge dai dati 2020  non è imputabile tanto alla pandemia quanto a un mancato approccio di genere alla pandemia stessa che ha evidenziato in modo ancor più chiaro i limiti di un sistema profondamente disuguale.

 

(v.g.)