8 marzo 2020 in Piazza Matteotti a Imola

Un anno fa il lockdown. Era l’8 marzo. Dopo 12 mesi siamo di nuovo zona rossa e, dove va meglio, vigono comunque restrizioni. Una condizione per le donne di invisibilità, aggravata dal Covid. Una invisibilità che si fa visibile grazie ai dati negativi che da settimane compaiono sulle pagine dei giornali. La pandemia ha aggravato la condizione femminile su tutti i fronti. E di molto. I numeri parlano e sono clamorosi. I cambiamenti avvenuti nella società, nel mondo del lavoro, nelle relazioni industriali e nell’ambito famigliare emergono come muri scoperti da un mare che si ritira. Sommersi fino al diffondersi del virus da una coperta di emancipazionismo dato per scontato e così divenuto luogo comune ma che cela una realtà ben diversa.

Viste le restrizioni, non possiamo manifestare nelle piazze pur avendone numerose fondate ragioni. Ancora una volta invisibili. Relegate nella rete dove non abbiamo cessato di incontrarci e di confrontarci con faticosa distanza. La rete non basta. E’ una somma di individualità che comunicano fra loro pur anche insieme, ma al riparo da quella coralità che fa della presenza nelle piazze una storia collettiva creando forza. Che le donne stiano pagando un conto salatissimo per questa congiuntura sanitaria è ormai sotto gli occhi di tutti. E’ un prezzo dovuto alle evidenze di un sistema con limiti strutturali, non congiunturali, dominato dal potere maschile che si fonda sulla cultura patriarcale.

Una opportunità senza precedenti per l’Italia e l’Europa

 11,7 punti di differenza nel tasso di occupazione fra uomini e donne (dati Eurostat 2019 pre – Covid) con differenze di divario fra i Paesi. Fanalini di coda Italia, Grecia, Malta. Il gap salariale è del 14,8% con poche varianti negli ultimi dieci anni. Il part-time femminile involontario è mediamente il 32,9%, quattro volte quello degli uomini. Fra gli Amministratori delegati di grandi società, le donne sono meno del 10% con uno stipendio inferiore del 23% e fra i salari alti la forbice aumenta. In Italia il numero delle donne occupato è diminuito del doppio rispetto alla media UE (-4,1% contro il 2,1%) mentre il gap salariale è cresciuto dell’1,7%. Su 100 lavori persi in Europa, 46 sono femminili, ma in Italia salgono a 56. Questo, il fondamento della fragilità della condizione femminile.

E’ ormai assodato e sostenuto dalle principali organizzazioni economiche internazionali che la crescita dell’occupazione femminile produrrebbe una decisiva spinta all’ economia con un aumento del PIL in Italia dell’11% e, in diversa percentuale, in molti altri Paesi. Questo obiettivo, tuttavia, implica cambiamenti strutturali nell’organizzazione sociale, nell’organizzazione dei tempi e del lavoro e negli strumenti di conciliazione fra lavoro produttivo e cura, nel Welfare. Implica un robusto investimento sui servizi, sulla formazione e sui settori economici che hanno più chance di sviluppo in futuro e strumenti efficaci di tutela contrattuale. Per questo le decisioni che riguardano l’allocazione delle risorse del recovery fund hanno valore strategico per le donne. L’assunzione della visione di genere è imprescindibile. Non si tratta solo di quantità, bensì di abbattere tutte le barriere materiali e culturali che impediscono alle donne pari opportunità formative, professionali, economiche e una redistribuzione del lavoro di cura fra uomini e donne. In una parola si tratta di eliminare le dinamiche che producono il gender gap. Per questo da settimane si avvicendano interventi e appelli di donne fra cui molte autorevoli e competenti in questo senso.  Da come si uscirà da questa emergenza sanitaria, economica e sociale dipende la ripresa del Paese e la sua capacità di avere stabilità in futuro.

La cultura di genere :capriccio femminista o risorsa strategica?

 E’ ormai dimostrato che la visione espressa dalle donne in diversi settori di attività si traduce in un approccio diverso nell’affrontare i problemi e le sfide del futuro. Scarsa propensione al rischio nella sfera imprenditoriale e finanziaria, minore inclinazione alla competizione, attitudine a tenere relazioni con entrambi i sessi. Ancora: in politica esprimono maggiore apertura sui temi dell’immigrazione e una maggiore sensibilità ai temi ambientali. Lo ribadisce Paola Profeta docente di Scienze delle Finanze alla Bocconi di Milano nel saggio “Parità di genere e politiche pubbliche”. Ma vi è altro, le donne hanno una visione di “cura” non solo nel privato ma anche nel pubblico. Qualità e competenze peculiari molto utili al sistema sociale ed economico. Lo renderebbe più attento alle persone, più umano e probabilmente più resiliente. Quell’apertura e quella mentalità che servono per affrontare il presente e i conflitti in corso e potenziali.

Comune di Castel S. Pietro

La politica e le donne in politica

 Nel contesto descritto, la politica pare guardare altrove. Donne comprese. C’è un problema di rappresentanza evidente che le quote rosa non hanno risolto e non risolvono. Le donne sono, come gli uomini, scelte dalle segreterie dei partiti e quelle che hanno incarichi nelle Amministrazioni locali raramente rappresentano le istanze delle donne. In occasione della formazione del Governo Draghi abbiamo assistito a polemiche sulla presenza delle donne. Giuste in linea di principio. Ma quante delle aspiranti a incarichi di responsabilità sono espressione dei movimenti delle donne?

Assistiamo per lo più a una competizione di visibilità e di assegnazione di responsabilità basata su modelli e schemi maschili. Il tema della rappresentanza è un tema di rappresentatività di visione, contenuti, proposte. La presenza delle donne deve fare la differenza nelle politiche applicate dal Governo nazionale e da quelli locali. Se non si riesce attraverso la presenza di più donne a ottenere politiche che migliorino la condizione femminile e in grado di realizzare i cambiamenti strutturali citati, un numero più elevato delle elette è irrilevante a tal fine. Se almeno le donne che siedono nelle sedi decisionali non tengono una relazione col Paese e con i movimenti e le realtà femminili rischieranno di essere anch’esse una élite di potere che si limita a dichiarazioni di principio.

Le stesse di molti uomini loro colleghi che solidarizzano sulla violenza sulle donne o che celebrano l’8 marzo affidandosi a formalità senza contenuti con quel pizzico di galanteria di circostanza.

Alla politica chiediamo sostanza e fatti. Ci aspettiamo apertura alla partecipazione e ai contributi delle donne per idee innovative e risultati concreti. In questo le forze politiche devono distinguersi e dire chiaramente da che parte stanno, per che cosa lavorano.

Assistiamo nel mondo all’attacco sistematico ai diritti delle donne. Segnatamente in Paesi con governi di destra e autoritari. In Turchia, Cile, Pakistan, Egitto le donne domani andranno in piazza per protestare a milioni contro queste tendenze. Nonostante il pericolo. Esposte alle violenze delle forze dell’ordine con conseguenze permanenti. Si pensi agli stupri e agli abusi come forma di punizione fuori e dentro il carcere, (Cile). Alle minacce, anche via internet, alle donne che chiedono formazione, uguaglianza sociale ed economica in Pakistan. Alla riforma del diritto di famiglia in Egitto dove si propone addirittura la figura di un guardiano che avrebbe il diritto di dare consenso alla donna che vuole viaggiare, sposarsi o prendere decisioni sulla salute dei figli. Che può annullare il matrimonio di una figlia, sorella, nipote entro un anno, se da lui non condiviso. Nonostante le otto ministre nella compagine di Governo. Per non parlare dell’europea Polonia e della sua legge proibitiva sull’interruzione di gravidanza per cui da mesi le donne riempiono le piazze.

Da tempo un movimento globale chiede ai governi politiche che riconoscano e applichino i diritti delle donne e lavorino sul superamento del gap di genere come previsto dall’obiettivo 5 ONU 2030.

In Italia chiediamo che le forze che si dichiarano progressiste aprano una relazione coi movimenti e le realtà delle donne e si distinguano dalle destre per scelte chiare e precise sul gender gap. Ci aspettiamo inoltre che le donne elette diano senso, a questo proposito, al loro impegno politico.

(Virna Gioiellieri)