Otto segretari in poco più di 13 anni di vita del Partito Democratico, di cui nessuno mai giunto a scadenza naturale di mandato. Dai tempi di Veltroni, che all’atto delle dimissioni disse “quello che non vorresti fatto a te non farlo agli altri”, il copione è sempre quello: viene eletto un segretario annunciato come un salvatore, rimane in carica qualche anno, si dimette dichiarando di avere contro di sé metà partito (e spesso è vero), viene eletto come traghettatore il vice-segretario.

Nicola Zingaretti

Quindi è tutta colpa di una sindrome “tafazziana” del Pd che regolarmente trova gusto nell’affossare i propri leader? Forse, ma non solo. Il problema è, a parere di chi scrive, ben più ampio.

Il Partito democratico doveva nascere per essere un’entità politica di centrosinistra (senza il trattino, diceva Veltroni), in grado di unire in un unico partito tutte le forze positive del paese, dai radicali ai popolari, dagli operai agli imprenditori. Ricorderete quando per le politiche del 2008 Veltroni decise di candidare sia un operaio della Thyssenkrupp, miracolosamente sopravvissuto ai fatti del 2007, che l’imprenditore Calearo, ideologicamente lontano dal mondo della sinistra.

Poi è accaduto di tutto e a scadenza regolare una parte del partito chiede un congresso per trovare l’identità dello stesso. Ancora oggi, a distanza di più di 13 anni, le parole sistematicamente utilizzate sono sempre “identità del partito”, “rilancio del Pd” ed altri slogan, il tutto condito da un dato che forse non viene mai ricordato: il Pd non ha mai vinto le elezioni politiche, se consideriamo quelle del 2013 una non-vittoria.

A ciò si devono aggiungere le tantissime scissioni avvenute, sempre bollate come atto di personalismo, ma senza mai azzardare un mea culpa di quanto accaduto.

La conclusione può essere la seguente: un partito che non riesce a trovare una sua identità. Le guerre interne tra correnti ne sono una conseguenza, non la causa.

L’immagine che il Pd offre è quella di una barca senza bussola e senza timone, che si fa trasportare, in balia delle onde e della marea, senza poter intervenire, mentre al suo interno si litiga su tutto, divisi tra Guelfi e Ghibellini, senza che nessuno possa dichiararsi estraneo alle inutili lotte interne. Non stupisce, quindi, che dopo un decennio passato a proclamarsi avversari dell’antipolitica prima e del populismo poi, il Pd zingarettiano-orlandiano (pare senza alcun dibattito interno) stringa un accordo politico con i 5stelle, costituendo un “intergruppo”.

Pertanto senza accorgersene il Pd si ritrova ad aver sposato alcune delle battaglie dei 5stelle, anche utilizzando una parte del loro linguaggio (il dimissionario segretario ha accusato di poltronismo altri del suo stesso partito).

Forse l’assemblea del prossimo 13/14 marzo potrà essere un momento cruciale per il Pd, diviso tra chi punta ad un Ulivo 2.0 con LeU e M5S e chi guarda ad una coalizione cosiddetta “moderata”.

Potrà essere questa l’occasione per scoprire il futuro del Partito democratico. In ogni caso non può escludersi una nuova scissione.

(Andrea Valentinotti)