Il viaggio di Papa Francesco nella terra del Tigri e dell’Eufrate, una terra che più di ogni altra si può definire culla della civiltà, mette in drammatica evidenza tutta la natura contraddittoria dell’uomo: il messaggio di una fede religiosa sulle pietre che proprio l’odio religioso e razziale ha prodotto in tutta la sua drammatica realtà. Francesco ha voluto con forza e determinazione recarsi in quello che forse si può considerare il luogo simbolo di tutto l’odio, dell’accanirsi, della rabbia cieca: la furia dell’uomo determinato a distruggere ciò che proprio l’uomo ha costruito. Dair Mar Elia (monastero), Nineveh (Ninive), Basthabya Castel (castello): Mosul.

L’immagine di quella tunica candida tra le macerie e le pietre, la solitudine di quell’Uomo tra le rovine e la disperazione fotografa, allo stesso momento, la crudeltà dell’odio e la forza della fede nell’uomo. Francesco, avanti nella fatica e negli anni, con grande sforzo per l’uomo e per il Papa, cerca con determinazione un anello che possa congiungere le volontà di pace, la determinazione per la fine dell’odio, l’accettazione dell’uguaglianza nella diversità. Forse mai, un Uomo fatto Pontefice, ha saputo spingersi tanto avanti nella preghiera, nella fede che lo anima, nella consapevolezza del danno e dell’amore. Un messaggio di una forza travolgente, insieme silenziosa e gridata, come quel coro di voci femminili, tipico delle donne arabe, quel verso che viene dalle gole e dal petto, dal senso di disperazione unito alla speranza della vittoria e della rinascita, quel verso gutturale che Pontecorvo fissò al termine del suo bellissimo film “la battaglia di Algeri”: uno sciame di voci che esce dalle finestre vuote di ciò che è rimasto delle case dell’uomo.

Un messaggio che deve indicarci la via dell’unione, credenti e non credenti, perché l’uomo è uno solo, in barba a chi tenta di inculcarci idee di diversità, di odio, di razza superiore. Un messaggio che ci raggiunge in un momento della nostra vita pieno di insidie, di paure, di dubbi, di incertezza: un momento tipico dell’uomo, capace di certezze solo nell’ignoranza. Riflettiamo, se ancora ne siamo capaci, e cerchiamo di fare nostro il profondo messaggio della speranza nella pace: non è un messaggio religioso, è un messaggio dell’Uomo.

(Mauro Magnani)