Ogni stanza che si rispetti copre le nudità delle proprie pareti con un quadro. I quadri tradiscono l’idea che il proprietario vuole dare di se stesso, rappresentano la voglia di comunicare, silenziosamente, un qualcosa che l’ospite, lo spettatore, ha già dentro. È una sorta di riconoscimento reciproco che le persone costruiscono, una sorta di ponte, di rottura del muro della distanza.

Se si ha l’occasione di entrare dentro una sede del PD (e la fortuna di trovarne una aperta al di fuori degli appuntamenti deputati a discutere delle liste di una qualche elezione) si può scoprire la “gestione” iconografica delle pareti che tradisce provenienze e aspirazioni.

Il dibattito innescato dalle dimissioni di Zingaretti allude anche ad un possibile stravolgimento necessario di questa gestione: vincesse la linea di “base democratica” sarebbe necessaria la sostituzione delle immagini di Moro, che spesso affiancano quelle di Berlinguer o Gramsci, con quelle di Andreotti. Sostituzione che imporrebbe la rimozione delle altre per incompatibilità manifesta nelle pareti.

Bernard Berenson sosteneva che, nel grande gioco d’azzardo della storia dell’arte, vince chi possiede più immagini da esporre. La politica di oggi, paradossalmente, non solo non è più associabile alla voglia di esporre le proprie radici, di esplicitare le proprie bandiere, ma lotta furiosamente per nasconderle, per annacquarle, per renderle “liquide”, buone per “tutti”. Oggi rischia di vincere, in un gruppo dirigente del PD tutto proteso al mantenimento di posizioni di governo e sottogoverno di cui ha fatto “la sua ragion di vita”, un’anamorfosi iconografica, cioè un’immagine distorta all’interno di uno spazio definito da una prospettiva diversa dall’insieme degli altri elementi. Ora, occorre capire come il “popolo del PD”, quello che fa ciò che il segretario ha deciso “perché rappresenta la sintesi”, possa accettare come segretario un ex-andreottiano e la sua linea politica. Un’anamorfosi politica che il popolo dei militanti e l’elettorato del PD hanno già sperimentato con l’ex segretario Renzi e che rischiano di ritrovarsi nuovamente servito al loro tavolo.

Forse l’accelerazione di Zingaretti, come una cartina di tornasole, ha segnalato l’acidità della ricetta prima che si configurasse come nuovo piatto della politica italiana. Ma, se questo è il tornante, non basta la scelta di un “segretario traghettatore” o una “segretaria traghettatrice” per risolvere questi problemi. Se il PD vuole contribuire alla “rinascita del paese” deve fare un atto forte e chiaro, percepibile ai più: dismettere l’idea di pensare di poter rappresentare “tutti” e scegliere il proprio campo di battaglia. Insomma dismettere l’idea di una “vocazione maggioritaria” in una fase politica che di maggioritario non ha più nulla, mentre di partecipa ad un governo con Salvini e si naviga intorno al 15%.

Ciò che serve, ora non fra 6 mesi, è il coraggio di un gruppo dirigente di candidarsi a farsi da parte per consentire la costruzione di una nuova forza della sinistra, consentendo la possibilità di incontro e di coagulo – non tanto a giovani “allevati” alla forma della politica fin qui perseguita – ai pensieri e alle persone che si interrogano sul futuro aperto dalle rivoluzioni aperte dai processi di innovazione e dalla crisi delle istituzioni esistenti, che guardano alle nuove forme di produzione del valore nella società del digitale, ai soggetti sociali che emergono da tali processi, che affrontano lo tsunami dell’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nella società contemporanea, riprogettando un welfare più inclusivo e compatibile con le necessità della terra e di tutti i suoi abitanti.

Insomma, un farsi da parte che significa essere il concime di un nuovo veramente “nuovo” e non la proposizione di un “riduzionismo permanente” sul piano della rappresentatività ed autorevolezza.

Qualche quadro, nelle sezioni del PD, probabilmente sarà rimosso o sostituito ma speriamo che i nuovi, nelle sedi del futuro “partito” che dovrà nascere, sappiano tenere non solo lo sguardo al “come eravamo” ma soprattutto al “come vorremmo essere”.  D’altronde, quei personaggi che sono appesi alle pareti sono lì perché seppero tagliare i ponti con il pensiero e le pratiche precedenti e produssero l’innovazione necessaria. Seppero costruire le nuove radici, non tagliare semplicemente quelle vecchie.

(Sergio Bellucci)