Il 9 marzo dello scorso anno eravamo appena entrati in un clima di emergenza sanitaria che ci ha impauriti ed ha avvolto e congelato ogni nostro pensiero e movimento. Anche ciò che abbiamo scritto e letto ha per lo più riguardato i temi della pandemia. Non è stato ricordato pubblicamente l’anniversario della morte di Maurizia Gasparetto ma, nel privato, questa nostra nuova condizione di vita, mi ha dato modo di pensare a lei in molti momenti.

Stare da soli e in casa per molte ore, ha rallentato il tempo delle giornate che, spesso, abbiamo potuto riempire con i ricordi e con molte riflessioni. E’ stata una bella compagnia anche questa e, personalmente, mi ha stimolata nell’immaginare un possibile dialogo proprio con Maurizia. Lei, che aveva sempre un punto di vista suo ed originale sulle cose, come avrebbe considerato questo lungo periodo di sconvolgimenti nelle vite di tanti e, soprattutto, in quella dei bambini e dei giovani? Mi manca moltissimo non potermi confrontare su un aspetto che, di certo, mi avrebbe aiutata ad approfondire e a chiarire.

Non ho competenze nè di tipo sanitario nè economico, lascio quindi ad altri discuterne e, generalmente, mi fido delle soluzioni che vengono proposte. Ma mi sono occupata di infanzia e, quindi, di educazione per molti anni, e questo argomento continua ad appassionarmi. Si, Maurizia Gasparetto è stata capace di farci amare profondamente la professione di educatore, svolta in modo più scientifico che missionario. E allora credo che vorrebbe davvero dire la sua sui nuovi scenari che la pandemia ha aperto sul fronte dell’insegnamento e della didattica. La chiusura delle scuole ha di certo sacrificato la socialità dei bambini e dei ragazzi e ha trovato molti insegnanti impreparati ad usare le nuove metodologie informatiche ma, d’altro canto ha squarciato il velo che da troppo tempo, credo, permetteva di nascondere le crepe profonde del nostro sistema scolastico.

Un sistema che si è retto negli anni grazie alla disponibilità e all’intelligenza di una parte del corpo insegnante di ogni ordine e grado, ma sempre a titolo volontaristico e personale. In questa circostanza si è anche assistito a situazioni in cui i ragazzi erano molto più pratici dei loro insegnanti nell’usare i computer e hanno fatto loro da maestri.

Questo indica quanta distanza ci sia ormai nella scuola tra ragazzi abituati ad un linguaggio veloce e capaci di raccogliere e combinare autonomamente quanto il web offre in termini di conoscenza, e una didattica ferma sulla consuetudine della parola assertiva, della somministrazione di una cultura preconfezionata e non sempre discutibile.

Quando la scuola si limita a dare risposte senza stimolare più le domande perde la sua funzione educativa. E queste cose mi viene da pensarle perchè io e tante altre colleghe, abbiamo avuto una formazione di tutt’altro tipo. La nostra crescita professionale ed anche quella personale sono avvenute attraverso l’osservazione, la riflessione, l’ascolto e la possibilità di porci le domande e trovare in noi le risposte migliori per elaborare metodi di lavoro adeguati. Maurizia non ci ha mai dato dogmi o nozioni da seguire ma ci ha fornito gli strumenti per crescere in maniera autonoma.

Ma non voglio fermarmi al come eravamo perchè in questi mesi ho sentito molte persone, più titolate di me, affermare in modo davvero preoccupato quanto sia necessario riformare la scuola. l’insegnamento e, in generale, la formazione degli insegnanti.

Non credo che siano loro da colpevolizzare se ormai è sempre più faticoso affrontare una classe, soprattutto in questi giorni, ma lavorano in un sistema ormai sclerotizzato e ripiegato sulle consuetudini. I ragazzi sono cambiati velocemente, forse troppo velocemente e se non tentiamo di metterci in ascolto rischiamo di non riuscire più a comprenderli.

L’anno scorso, in un’intervista, il Maestro Franco Scala affrontò questo argomento e disse che anche lui sentiva il bisogno impellente che si facessero ricerche e studi per aggiornare la didattica dell’insegnamento musicale poichè da tempo rilevava una grande precocità dei giovani nel raggiungere livelli di grande bravura interpretativa. Affermava a tal proposito che oggi non ci sono più i ragazzi prodigio perchè sono ormai così tanti che diventano la normalità e ci si deve adeguare alle loro capacità. In campo musicale non si può imputare allo sviluppo tecnologico il grande cambiamento quindi dobbiamo supporre che questo scatto in avanti di tanti giovani sia frutto di molti fattori, non ultimo quello evolutivo.

Sarebbe davvero un grande sogno di molti se, all’interno dell’Osservanza potesse sorgere un centro nazionale di ricerca per la didattica, associato all’Università, che studiasse appunto nuovi orizzonti per ogni tipo di insegnamento.
Certo che passare dal manicomio allo studio dell’evoluzione cognitiva delle nuove generazioni sarebbe un bel riscatto.

Negli armadi di Maurizia Gasparetto ci sono montagne di libri con tesori di conoscenza che andrebbero liberati e resi fruibili. Le fu pubblicato il libro “Le parole ai bambini”, titolo quanto mai perfetto per indicare una nuova strada per l’insegnamento. E se fosse ripubblicato e anche i non addetti lo potessero avere tra le mani? Per questo 9 marzo quindi, non il ricordo della morte di Maurizia Gasparetto, la coordinatrice pedagogica del servizio Infanzia del Comune di Imola, ma la voglia che la sua vita e le sue idee continuino in un percorso comune di formazione che possa dare ai bambini e ai ragazzi la scuola e l’educazione migliori a cui hanno diritto.

(Valeria Castaldi)