Modena. La consigliera regionale Palma Costi ha le idee chiare, a partire dal rilancio industriale del distretto biomedicale. “Aspettare ed arrendersi non sono verbi d’uso nella Bassa modenese, (la zona di provenienza della consigliera Palma Costi). Se qualcosa ci ha insegnato il sisma del 2012 è proprio questo. Il nostro territorio e le nostre imprese hanno, giocoforza, maturato esperienza di momenti complicati come quello che stiamo vivendo: a distanza di quasi 10 anni, la ricostruzione post-sisma ha significato più occupati ed export, con un incremento del PIL superiore a quello registrato a livello regionale. Le case erano distrutte, i capannoni delle aziende crollati, le multinazionali presenti nel distretto stavano preparando le valigie. Ma proprio in questo contesto è stato progettato e finanziato dalla Regione il Tecnopolo del biomedicale per dare il segnale che non solo non intendevamo recedere, ma la volontà era di rilanciare, aumentare gli investimenti nei processi di innovazione e sviluppo sul territorio”.

Realizzato dopo il sisma 2012 e inaugurato il 10 gennaio 2015, il tecnopolo di Mirandola è oggi, assieme al distretto del biomedicale, un’eccellenza internazionale della ricerca biotecnologica  che si è messo a disposizione nella lotta al Covid-19. “Le imprese del distretto del biomedicale (un centinaio concentrate tra la bassa modenese e il bolognese, tra cui grandi multinazionali presenti anche in Cina) stanno producendo prodotti fondamentali per la lotta al virus, dai dispositivi medici, farmacologici e di materiale di protezione per la prevenzione e la cura del Covid 19  dimostrando una capacità di reazione unica e il Tecnopolo di Mirandola è uno dei laboratori nazionali per la validazione della produzione di mascherine chirurgiche. Forti dell’esperienza maturata sul campo nell’emergenza del coronavirus, il Tecnopolo Mario Veronesi insieme alla collaborazione con Democenter, costituiscono una vera opportunità su cui incardinare una rafforzata azione di ricerca e d’innovazione a supporto e in cooperazione con la Sanità Regionale e dell’Area nord, verso la costituzione di un hub europeo sulla ricerca biomedicale.”

Si dice che nulla sarà come prima e quindi occorre innovare.
“Una trasformazione necessaria che riguarda non solo il settore biomedicale. Ad un anno dall’emergenza è necessario investire in risorse economiche ed umane, per disegnare la realtà Covid-free del nostro prossimo futuro. Altri settori hanno messo a disposizione innovazione e tecnologia. Materiali antivirali, (filtri, pellicole, vernici a nanotecnologie, tessuti repellenti, ceramiche) sistemi di ventilazione ad abbattimento della carica virale per le scuole, sistemi di condizionamento delle automobili ad alto abbattimento della carica virale. Ognuno ha messo a disposizione tecnologie intelletto e capitale umano di propria iniziativa cercando di apportare il proprio contributo. È il momento per la Regione Emilia-Romagna, ancora più di prima, di dimostrare visione organica per capitalizzare le risorse di questo territorio “unico “. Farsi regista della ripresa non soltanto fornendo i mezzi e gli strumenti economici ma di fatto operando da coordinatore degli attori che diretti secondo una visione ed un piano precisi possono diventare riferimento in Europa. Parlo quindi della Regione che verifica e mette insieme progetti e sperimentazioni valutandoli scientificamente, valorizzando le giuste interazioni con tavoli di osmosi tecnologica che mettono insieme le diversità tecnologiche in soluzioni uniche ed esemplari, fino alla realizzazione di prototipi pronti all’industrializzazione per mezzi di trasporto, aule scolastiche, ospedali, residenze sanitarie per anziani e disabili, luoghi di ritrovo per la perduta socialità dei ragazzi. Ma anche alberghi ed altro. A questo nuovo grande laboratorio associa strumenti finanziari che possano sostenere le filiere tecnologiche più in difficoltà, attraverso fondi di private equity appositi, garantiti dalla regione.  Questa è la sfida del nostro prossimo futuro, ambienti sani e sicuri contro virus e batteri. Potremmo partecipare al completamento e revisione del Piano di Ripresa e Resilienza e utilizzare i fondi della Next Generation Eu, per un progetto di lungo respiro anche economico. Poterci spendere nel mondo come la regione impegnata industrialmente nella realizzazione di ambienti covid free sarebbe una straordinaria opportunità di essere competitivi in un mondo cambiato.”

E per quel che riguarda l’assistenza sanitaria quali le innovazioni da introdurre?
“Anche la sanità è chiamata ad un cambio di passo. La gestione dell’emergenza si dice che occorre potenziare la medicina territoriale, ottimizzare la presa in carico del cittadino nei suoi problemi di salute, investire sul ruolo del medico di medicina generale e dei pediatri, “drenare h. 24” la domanda di cura nell’ambito di residenza delle persone, per evitare di intasare pronti soccorso e ospedali, se non per interventi e prestazioni appropriate, importanti e necessari.  Ma poi, nella pratica concreta, i percorsi non sono fluidi, al netto dell’impegno di tanti, medici, sanitari, operatori, amministrativi: non solo per motivi burocratici, piuttosto per nodi e carenze strutturali che occorre riconoscere, e poi superare. La prova che ci attende è un modello di ricostruzione della medicina territoriale”.

Quindi  una nuova visione?
“Si deve concepire una nuova sanità territoriale che sappia far gradualmente evolvere il rapporto di fiducia fra cittadino e medico di famiglia, in un rapporto di fiducia fra cittadino e Casa della Salute di appartenenza, della quale gli attuali medici di famiglia siano componente organica e nella quale operino specialisti, medici e professionisti della salute, delle diverse discipline e specialità.
Un ‘Punto unico di accesso’ per accedere alle prestazioni e ai servizi che attengono alla assistenza domiciliare per bimbi, soggetti fragili, minori e anziani, interventi a carattere residenziale per le fragilità (centri di aggregazione, centri diurni, residenze protette, ecc.), misure, nazionali e locali, per l’inclusione sociale e di sostegno al reddito, sostegni per gli affidi e le adozioni di minori, e prestazioni di pronto intervento sociale per i casi di emergenza. Insomma, tutto quanto oggi trova, quando lo trova, risposte frammentarie in relazione alle complessità dei bisogni dei cittadini e delle famiglie, anche da noi, dove pure il livello di risposta è elevato.
Bisogna ripensare ad un sistema socio sanitario integrato. Da anni si parla appunto di welfare residuale e ne consegue che la maggior parte della spesa sociale è a carico dei cittadini e delle famiglie, che ha determinato negli ultimi 20 anni un mercato sommerso e in nero (si pensi ad es. alle badanti, alle colf, alle babysitter), composto prevalentemente da donne, spesso dequalificate, sottopagate, a cui non viene proposto nessun percorso di emersione o professionalizzazione.
L’emergenza Covid ha determinato diversi interventi sociali in forma di bonus, ma questa non può essere la visione sul sistema socio sanitario del futuro. La risposta monetaria ripropone un modello che lascia soli i cittadini, le famiglie e soprattutto le donne. Oggi i cittadini chiedono servizi sociali, socio sanitari, di istruzione, di formazione, di avvio al lavoro, servizi per la casa e la mobilità.”

(a cura di m.z.)