Paesaggio invernale (disegno di Mauro Conti)

Inverno

Bianchi cristalli sono cominciati a scendere dalla volta celeste plumbea e fredda all’interno della notte, sui pendii spogli, le rive di sassi e fango, le bestie silenziose, strette l’una all’altra in un primitivo abbraccio, sui ruderi senza più luci, né schiamazzi, né suoni, sui tetti ancora vivi, sui lunghi respiri addormentati. Cadono i cristalli trasparenti, particelle della clessidra, sui rami spalancati verso il firmamento in muta adorazione. Svanisce il limite. Oscurità medievale. Bianchi cristalli scivolano e si posano senza rumore, ricoprono e addolciscono le forme della terra, abbeverano le fonti carsiche. Si adagiano l’uno sull’altro, pigramente, minuto che diventa ora che diventa giorno, nel cancellare strade, cavedagne, sentieri, nel raggiungere e ricoprire porte e finestre e stalle.

Primavera

Il vento che corre veloce lungo il crinale scarmiglia le ciocche dei capelli delle donne sotto i fazzoletti annodati stretti, sull’acciottolata piazza del mercato, solleva le ampie gonne contadine allungate nei campi, tra le vigne, a rastrellare, ad allattare l’ultimo nato. E le folate nervose spengono le lanterne, s’insinuano tra i vetri, entrano nei camini sempre accesi, sollevano briciole di fiamme e cenere, piegano gli alberi nei frutteti, le querce, i castagni secolari, i cespugli di rosa canina, di mora selvatica. Portano a giocare le cornacchie gracchianti e i giovani gheppi, strapazzano i passeri e rallegrano le rondini instancabili d’acrobazie, di repentini tuffi e miracolose risalite. E trascinano la polvere mulinandola sulle aie, mentre ondeggiano le messi incendiate di giallo van-Gogh, i rossi papaveri di Monet, i fiori di campo di Renoir.

Trasporta gli odori, il polline, i profumi fino alla pianura e alla foce lontana, sventola i candidi panni stesi sui fili come quelli abbandonati sulle siepi, toglie il respiro alla fatica pesante di uomini e bestie e solleva le tegole antiche e danza al ritmo di una melodia senza tempo. Regna incontrastato, il soffio di Eolo, per giorni e giorni, turbinando le scure mammelle grosse e gonfie di pioggia sul passo lontano, in un girotondo acquerellato di macchie e sfumature grigio/nere; scompiglia le gocce sottili per disegnare poi arcobaleni dentro l’indaco gioioso della primavera.

Estate

Fratello sole prende per mano il ventre prezioso della terra, come sapiente e antico mago rinnova l’incantesimo, dispensa di calore il manto, spalma di arancio, oro, rosso, i frutti succosi. E dispensa riposo e silenzio nelle larghe ombre stese accanto alle case, attorno alle aie, tra le rive ronzanti e ramate del Sillaro. Prende tra le sue braccia dorate i nuovi nati nelle tane, nelle stalle, nelle case, i primi passi, i primi vagiti, i primi sguardi stupiti sul paesaggio.

E sorella luna piena imbianca e ammutolisce le colline nere, ornate di solitari bagliori, costellazione del vivere, nell’accompagnare con il suo nascere e rinascere, l’incavo immobile del tempo. Le ombre della notte estiva sono nette, a picco; intagliate le forme proiettate sulle rive, sulle vigne, sui muri. Senza rifugio i campi illuminati d’argento per le prede e nessuna protezione nel cielo splendente per i cacciatori.

E le notti nere sono segnate dai graffi di stelle cadenti, voli mortali nell’aria immobile, fughe veloci nella brezza improvvisa e breve. Rumori, suoni, latrati lontani, gracidii e ronzii vicini, soffocano il respiro lieve e il battito morbido della terra, l’alito del Sillaro laggiù in fondo, immerso in un nero primordiale, caldo materno, immensità senza fine, irraggiungibile.

Nuvole e Nebbia (disegno di Mauro Conti)

Autunno

La nebbia lentamente arriva dalla pianura umida, cresce, si allarga lungo le rive disadorne dell’autunno, risale come marea inarrestabile, invade la strada polverosa, avvolge i mulini, i disadorni pioppi alti e sottili, le rovine avvolte d’edera e di mistero dei dimenticati castelli malinconici, raggiunge la base dei colli assolati, li lambisce, li circonda, li avvolge nelle sue lattiginose spire, per fermarsi contro il calore del sole, immobile, prima della cima, lasciandoli, isole dell’oceano, in mezzo al bianco.

E la pioggia allaga sentieri, carreggiate, crepe del nudo e secco suolo. Aggrappati alla salita i piedi mordono i rivoli, il fango, le pozzanghere trascinandosi dietro bianche vacche ciondolanti, piccole greggi e cani riottosi, biciclette pesanti. Nuove cicatrici di creta appaiono sui fianchi, lungo i lombi delle colline. Liquidi graffi rabbiosi strappano e denudano la terra, trasportano a valle lo strato sottile di pelle viva, frane che scorticano i pascoli che come lava eruttata precipitano sui bordi del torrente, per lasciare solchi, ferite cineree che sanguinano acqua piovana e si allargano sotto nuovi temporali. E prendono forma, forgiati da pioggia e vento, millenari gotici pinnacoli che sbeccano e ornano la linea morbida dell’alveo contro l’infinito.

(Mauro Conti)