Imola. Ancora una volta il lockdown ha effetto positivo sulla qualità dell’aria cittadina. I dati relativi al PM10 (polveri sottili presenti nell’aria con diametro fino a 10 micrometri) hanno fatto registrare un abbassamento drastico a partire dal 4 marzo, giorno dell’entrata in zona rossa di Imola e di buona parte della regione Emilia Romagna. Lo testimoniano i due grafici a confronto, tratti dai dati messi a disposizione dall’Arpae (agenzia regionale dell’ambiente), nelle due settimane prima e dopo il lockdown imposto nuovamente per contenere l’espansione dell’epidemia da Covid 19 che in città e circondario ha subito una forte impennata, mantenendosi spesso in marzo sopra i 100 casi giornalieri.

Tra il 17 febbraio e il 26 febbraio alla centralina di viale De Amicis si sono registrati ben 5 sforamenti dei limiti di legge della media giornaliera di PM10 con valori sopra i 50 μg/mc (i dati in arancione nel grafico) e comunque non si è mai andati sotto i 30 μg/mc. Dal 4 marzo il livello massimo di polveri sottili nell’aria è stato registrato il 9 marzo: 30 μg/mc, mentre gli altri giorni i valori sono risultati tutti sotto i 25 μg/mc: tutta un’altra aria.

Questa ampia e lunga “sperimentazione”, su come la riduzione delle attività umane e del traffico dovuta al lockdown abbia avuto effetti positivi sull’ambiente e sulla riduzione dell’inquinamento dell’aria, purtroppo non pare costituisca una base di studio per ripensare a come vivere meglio, in un ambiente più sano, in città. Infatti quando il “motore” dei consumi è potuto ripartire, nei primi mesi del 2021 e fino alla nuova serrata, alla centralina di monitoraggio cittadina si sono contati ben 16 sforamenti dei limiti di legge del PM10. Si sottolinea che la legge prevede un massimo di 35 giornate di superamento di tale valore all’anno. Quindi un anno passato invano dal punto di vista ambientale.

Eppure testimonianze di come il 2020 sia stato un toccasana per i polmoni la riporta anche Arpae, che afferma che “per la prima volta” sono stati rispettati i limiti annuali di biossido di azoto (NO2 ) in tutte le stazioni dell’Emilia Romagna: “Per la prima volta, in tutte le stazioni è stato rispettato il valore limite annuale di 40 µg/m3. Tale risultato è stato raggiunto a seguito di significative riduzioni di emissioni di inquinanti gassosi (NO, NO2) dovute alle misure di contenimento adottate per contrastare l’emergenza sanitaria causata dal COVID-19; pertanto la concentrazione media annuale di biossido di azoto ha fortemente risentito dell’effetto del lockdown. In nessuna delle stazioni si è avuto il superamento del valore limite orario”.

A corroborare la stretta relazione esistente tra aria sana e salute e viceversa tra aria sporca e malattia è uno studio presentato da Leonardo Setti dell’università di Bologna eseguito in collaborazione con altri ricercatori italiani, che avanza una correlazione tra i superamenti dei limiti di PM10 nelle centraline di alcune città e il numero di ricoveri da Covid-19.

L’ipotesi alla base dello studio, suffragata anche da ciò che è stato verificato per altri fattori inquinanti come gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), è che il particolato fine agisca da vettore nel trasportare a più lunga distanza il virus che si coagulerebbe sulla superficie delle particelle.

Le analisi riportate nello studio “sembrano quindi dimostrare che, in relazione al periodo 10-29 febbraio (ndr 2020), concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di ‘boost’, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in pianura padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo (…). Si evidenzia come la specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico che ha esercitato un’azione di carrier e di boost”.

Altre ricerche continuano a evidenziare che comunque la presenza di elevate concentrazioni di inquinanti in aria è ritenuta responsabile di mortalità in eccesso. E da questi studi si può ragionevolmente affermare che l’inquinamento cronico dell’aria con picchi di polveri sottili e altri agenti agisca anche come fattore peggiorativo nei casi di epidemie e non solo per i disturbi del sistema respiratorio e cardiocircolatorio, come riportano altri studi.

Inquinamento pianura padana

L’Agenzia Europea Ambiente (EEA) già da alcuni anni include nel rapporto annuale sulla qualità dell’aria (EEA, Air Quality in Europe, 2019) in cui la mortalità in eccesso è correlata a tre parametri ambientali, il PM2.5 (particolato fine con diametro fino a 2,5 μg/mc), NO2 (biossido di azoto) e O3 (ozono). L’ultima stima per l’Italia (dati 2016) riporta un totale di 76.200 morti dovuti a questi parametri, la maggior parte (77% circa) legati al particolato fine (PM2.5). Se poi si guarda la mappa dell’EEA sul valore medio di concentrazione di PM2.5 balza agli occhi la drammaticità della situazione della pianura padana.

Politiche ambientali più severe per il miglioramento della qualità dell’aria sono importanti di per sé e l’emergenza attuale e le prove raccolte in questo periodo particolare di sospensione delle normali attività non può che rafforzare questa conclusione. Ma a livello locale niente o quasi si muove, a parte le blandissime misure del PAIR (il piano sulla qualità dell’aria) con un’ordinanza emessa dal Comune di Imola il 22 gennaio 2021, n. 2, sulle limitazioni previste per traffico, riscaldamento ed eventualmente spandimento di liquami in agricoltura quando si superano i limiti di inquinanti in aria per tre o più giorni consecutivi. I dati riportati dalla centralina di monitoraggio dell’aria di viale De Amicis non sembrano avere avvertito più di tanto il beneficio di tali misure, diversamente da quanto avviene per il lockdown.

(Caterina Grazioli)