Finalmente le vacanze natalizie sono arrivate. Questo è il periodo del profumo di resina, delle lucine colorate, dei dolci e delle cioccolate in tazza. Si mettono da parte le svegliatacce mattutine, si accantonano i vestiti preparati la sera prima, che però sembra sempre che non bastino mai ad affrontare il freddo del tragitto da casa, alla fermata dell’autobus per andare a scuola.

Ma fortunatamente, per qualche giorno, questi pensieri non mi toccheranno. Prepariamo armi e bagagli e partiamo: direzione, la casa dei nonni. Anche se da dove abitiamo ora non è tanto distante, perché sono solo trenta minuti di macchina, il viaggio è già di per se un avventura da assaporare. Le scuole sono finite e questi giorni saranno l’occasione perfetta per sviluppare le mie doti da piccola ladra di dolci. Così mi nascondo nella parte di casa in cui abitano i miei nonni e cerco di capire ciò che il nonno dice alla nonna in quella lingua così strana per me, che è il dialetto bolognese. In casa mia, con i miei genitori non si parla il dialetto, gli unici che lo fanno son loro i genitori del mio papà e a me piace sempre un sacco cercare di capire cosa si dicono.

D’un tratto dalla cucina della nonna iniziano le grandi manovre. Tegami e casseruole vengono tirate giù dai loro ripiani. Si sente lo sciabordio dell’acqua che riempie la pentola, il graffio del cerino sulla sua scatola, il soffio del gas, l’apertura del frigo, da sempre scrigno di ogni dolcezza, come cioccolata, mascarpone, fieste, fiorello… Il crac delle uova, il raschiare della forchetta poi, silenzio.
Da quando la conosco, la nonna parla da sola. Si fa domande a cui si da anche le risposte, a volte si arrabbia o non è per niente convinta di quanto si è detta poco prima: “C’è poco sale, non sa di niente, aspetta che aggiungiamo questo, si però se ci metto anche quello, sarà ancora meglio”. Poi inizia il rullare prima delicato poi forte del mattarello sul tagliere, preludio di tante bontà. Il nonno nella sala accanto, ascolta il giornale radio, col suo tipico suono del segnale orario: “Bip – bip – bip – solo le undici e trenta”.

Ormai ci siamo, dall’altra parte della casa, in fondo al lungo corridoio si sentono i rumori di chi sta apparecchiando. E’ mia madre che sta per mettere la tovaglia buona, quella bella e ricamata, quella che per undici mesi è stata sepolta dentro il cassettone della credenza avvolta in quella carta velina così rumorosa e preziosa. Oggi è giorno di grande festa, è il giorno del servizio buono, del sottopiatto, di un sacco di posate e del rametto di abete fresco sulla tovaglia, tagliato appositamente da mio padre dal nostro albero di Natale – vero – che spande un po’ dappertutto quel buon profumino di bosco.

Anche lei comanda a bacchetta come la nonna: “I bicchieri prendi quelli di la, e vedi di non romperli” rimbrotta a mio papà che in silenzio, con solo due bicchieri, uno per mano, viene nuovamente rimbeccato perché così facendo chissà se per l’ora di cena avremo finito di imbandire la tavola? Lui mi guarda sorridendo e mi fa l’occhiolino.

Io ritorno di corsa alla cucina della nonna, con l’orecchio teso, sento il rimestare del cucchiaio di lego nella pentola del ragù che gorgoglia. Deve essere fatto in quell’unica pentola capace di renderlo quasi una pozione magica, guai a spostarla dalla sua posizione, guai a cambiare quel vecchio e logoro coperchio, altrimenti perderebbe tutta l’alchimia. Poi lo schioccare della lingua della nonna a conferma che tutte le operazioni fatte finora hanno dato un buon esito, a bassa voce, in dialetto si compiace di se stessa e del risultato: “Sé sé, l è pròpri vgnó bän anc stavólta!”(Si si, è proprio venuto buono anche questa volta). Ormai ci siamo. Senza farmi vedere passo a osservare di nascosto cosa fa il nonno. Sulla tavola della sala ha apparecchiato il reparto farmacia: c’è la pillola della pressione, la pillola contro il colesterolo, una bella cardioaspirina e il collirio da darsi dopo pranzo per quell’occhio che proprio non si vuole spannare.

Tutto si compie come in un’antica cerimonia che io ascolto e osservo di nascosto, in beato silenzio, consapevole che tra poco le mie papille gustative saranno inondate di gusti e sapori difficili da dimenticare, sicura che nemmeno nei più rinomati ristoranti di Bologna si possono ritrovare. Sono proprio i profumi e i sapori di quelle lasagne curate in ogni dettaglio dei loro sette strati di bontà che, se chiudo gli occhi, vedo ancora fumanti sotto il mio naso, oppure l’odore pungente di aglio e rosmarino nello spezzatino con le patate. Mi viene ancora l’acquolina in bocca al solo pensiero e sono passati ben trentacinque anni.

Forse saranno questi bei ricordi di bambina tra una cucina e l’altra, forse il semplice simbolo del rametto di abete vero da mettere sulla tovaglia bianchissima da scegliere con papà, che fanno apprezzare questi semplici ricordi. Purtroppo ai nostri giorni, con tutta la frenesia che ci circonda, con gli alberi finti da cui non si può staccare più nulla, non c’è più quella magia così intensa come se fosse un rito necessario, di buono auspicio. Ma sono quelle giornate spese tra preparativi, addobbi, attesa di quel momento di festa che si aspetta tutto l’anno che rendevano magici quei giorni. Ed è proprio quel calore che riesce a darti solo la casa in cui hai trascorso tutta l’infanzia, con i pomeriggi passati a giocare a carte, a mangiare Saporelli come se fossero un premio a fine partita e a ricordare i miei nonni così particolari e diversi tra loro da rendere uniche e magiche quelle belle giornate di festa e cibo.

(Francesca Zanotti)