Volgiti indietro, e guarda, o Patria mia/
Quella schiera infinita di immortali/
E piangi e di te stessa ti disdegna/
Che senza sdegno ormai la doglia è stolta/
Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti/
E ti punga una volta/
Pensier degli avi nostri e de’ nipoti.
(Leopardi – Sopra il monumento di Dante)

Bisognerebbe essere così, come consigliava Fruttero: “Se ti convinci che non ci sono speranze e che il mondo è impazzito, da quel momento in poi puoi vivere benissimo: scherzi, conversi, perché quel problema l’hai chiuso. Non ci puoi far niente e allora ti resta tutto il bello della vita”.

Tutti quelli, invece, che non si rassegnano all’idea son qui a macerarsi l’anima e a chiedere un cambio di passo.

Lo chiedono i tifosi della Juventus disabituati a perdere, lo chiedono gli elettori del PD troppi abituati a perdere, lo chiede l’Italia tutta che aspetta un vaccino, possibilmente sicuro.

Il problema, dice il mio amico Zaccheroni, è che, per farlo, il cambio di passo bisogna avercelo.

E anche quando ne sei in possesso, si devono creare le condizioni per farlo valere.

Prendiamo la questione dei vaccini.

Siamo in molti a confidare nelle qualità di Draghi, e già il nuovo piano vaccinale che ripristina la priorità anagrafica calpestata dalle Regioni rappresenta un progresso.

E però le vaccinazioni non sono una variabile indipendente dai vaccini.

Se non ci sono, hai voglia di parlare di accelerazione.

L’esercito cosa spara se non ha le munizioni?

Che mancano per una serie di circostanze difficilmente addebitabili a questo o a quel Governo e men che meno all’ex Commissario Arcuri.

Che ha avuto quello che si merita uno che accetta un incarico del genere in un Paese degenere.

Era chiaro fin dall’inizio che ne avremmo fatto il capro espiatorio di tutti i nostri peccati, e così è stato, dal primo all’ultimo degli italiani, secondo un’antica consuetudine identitaria.

È forse il caso di ricordare che tutti salutammo l’accordo europeo con le case farmaceutiche come un successo.

Anche Giorgia nostra, dalla lingua lunga e la memoria corta.

Il coltello dalla parte del manico l’avevano loro.

Noi non sapevamo né se né quando nè chi di esse avrebbe trovato un vaccino.

Avevamo solo i morti e l’esigenza di salvare i vivi.

Fidarci era una necessità.

L’alternativa era restare a secco.

Non esiste un vaccino europeo, solo qualche stabilimento in Europa che produce vaccini creati da altri.

Come stupirsi che i Paesi d’origine se ne siano avvantaggiati.

Forse che se Pfizer fosse stato messo a punto in Brianza non avremmo detto “prima gli italiani”?

Ma davvero qualcuno pensa che ogni Paese del vecchio continente, con tutte le eccellenze scientifiche che volete, possa mettersi in proprio e competere con Big Pharma?

O non è forse meglio costruire una autentica cooperazione europea.

Per sequenziale le varianti, coordinare le ricerche, concertare le strategie e, se ci saranno le condizioni, creare e produrre vaccini.

Dobbiamo prepararci a una guerra di movimento prolungata.

L’impressione è che, se il covid non si converte al pacifismo, come fece l’influenza Spagnola un secolo fa, la storia non finirà qui.

Il virus varia, tu fai un vaccino, lui cambia di nuovo, specie se gli lasci in concessione pezzi di scarto del mondo, tu ne fai un altro e così per un po’.

Finché il più intelligente dei contendenti, che al momento sembra il covid, fa l’ennesima mutazione alla quale non sappiamo trovare per tempo un rimedio.

In fondo anche al tempo di Noè la gente quando comincio a piovere deve aver pensato che erano solo due gocce.

Un po’ come certi professori l’anno passato.

E certi politici ancora oggi.

Dobbiamo prepararci alle nuove sfide globali.

Noi, l’Europa, il mondo.

Anche il PD e la sinistra tutta lo devono fare.

Quello che sono, quello che sanno non basta.

Non basta mescolare diversamente le carte.

Non basta nemmeno più interrogarsi, come pure è necessario e non fanno da tempo.

Bisogna interrogare e ascoltare, mettersi a disposizione, imparare, cambiare assieme al mondo che cambia.

Bisogna “conoscerlo e coltivarlo”, dice Papa Francesco.

Non è vero che il PD è un partito ecologista.

Non lo sono neppure i grillini, non nel modo che serve.

Non è vero che la sinistra è avanguardia nella questione femminile.

Non è nemmen vero che abbiamo sciolto i nodi intricati dell’economia, del rapporto fra identità e globalizzazione, degli equilibri fra Stato e mercato, della riforma del welfare, della distribuzione della ricchezza.

Non è vero perché la risposta a questi problemi è un passo avanti a noi in direzione del futuro.

E noi quel passo, che suppone un ripensamento del pensiero, non riusciamo a compierlo.

Non ne abbiamo la capacità o forse siamo altrimenti affaccendati.

Sono le idee che dicono chi sei.

È da quel canale che passano gli interessi della società che la politica deve armonizzare.

Ed è la mancanza di idee importanti che svilisce il confronto a disputa personale, a contesa di potere.

Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era.

“Ci vorrebbero i paradigmi culturali del grande ‘900- ha scritto Romano Prodi in ricordo di Edmondo Berselli- per provare a districare qualcosa dal disordine poco creativo del momento.

Occorrerebbero le grandi costruzioni culturali di un Max Weber, di un Keynes, architetti irripetibili della modernità. Bisogna mobilitare la società con una visione del futuro. È questa che manca. Se la democrazia smette di pensare il domani non restano che l’anti politica e il populismo”.

Giganti del pensiero in giro non se ne vedono.

Ma con un po’ di buona volontà qualcosa di buono che inizi a camminare nella direzione giusta, magari senza sapere fin dove potrà arrivare e se ci arriverà, forse è ancora possibile mettere assieme.

Crederci è una necessità.

Il reclutamento è aperto.

Steccati non ce ne sono.

Solo quello di una salda fede democratica.

Nel 1942 il welfare prende la forma di un piano comune di lotta al bisogno con William Beveridge, un conservatore, che scrive su La società liberale: “Un periodo rivoluzionario nella storia del mondo è il momento più opportuno per fare cambiamenti radicali invece di semplici rattoppi”.

A conferma che, diceva Galbraith, solo un conservatore stupido è davvero un reazionario.

Prima di consegnare scriteriatamente Draghi e il suo Governo alla destra, certa sinistra imparata farebbe bene a rileggersi la storia: liberalismo e populismo sovranista non sono esattamente la stessa cosa.

Il PD fa bene a identificarsi con la missione di questo Governo.

Malgrado il costo di una coalizione spuria che è sempre la sinistra a pagare.

Questo la rende ai nostri occhi ancor più apprezzabile.

A rischio di apparire ottimista dirò che Letta è l’uomo giusto per interfacciare l’azione di Draghi nel punto più aspro del percorso e per provare a scuotere il PD dal pretenzioso appagamento cui l’ha condannato un gruppo dirigente avaro di pensieri e di sensibilità.

Il discorso di investitura è stato diretto, antiretorico, coraggioso, sovversivamente onesto.

“Noi non dobbiamo essere il partito del potere – ha detto – quella è la morte”.

Viva la vita, dunque.

Questo non è il momento di semplici rattoppi.

(Guido Tampieri)