Ho in mano due garofani rossi e sto guardando la foto sulla lapide. Metto i fiori nel vasetto e pulendo il vetro dell’immagine penso che non gli rende giustizia. Mio nonno per me era bellissimo.

Con gli occhi della mente lo rivedo: alto un metro e ottanta, con una folta capigliatura bianca, occhi piccoli, vivaci sempre attenti e in movimento. Elegante e con un portamento fiero, stava più dritto di me. Lo ricordo presente e lucido mentre ascoltava il notiziario e si arrabbiava per la violenza nel mondo, imprecando contro quelle “brutte persone”.

Adorava raccontare le storie della sua giovinezza, dei suoi amici, della vita che gli era passata tra le mani e fuggita via. Così mi diceva sempre “la vita fugge via..”. Anni dopo essendo “cresciuta” mi sono trovata a dargli ragione.

Parlava sempre del suo grande amico che chiamava: “il povero Gigetto” e delle disavventure di questo buonuomo che non era mai stato baciato dalla fortuna. Iniziava con il racconto di un episodio accaduto ad una festa con conseguenze tragicomiche, passando dal lavoro nei campi, alle enormi bugie che raccontava. I passaggi temporali erano confusi e a volte della stessa storia c’erano versioni con più particolari e risvolti diversi. Non era mancanza di memoria erano i ricordi nella sua mente che viaggiavano più in fretta delle parole.

Raccontava assorto, perso in un passato di cui era l’unico testimone, ricordando un tempo lontano, le cui immagini prendevano forma e colore di volta in volta. Spesso parlava anche della moglie, mia nonna, “buona ma voleva avere sempre ragione” che lo aveva lasciato presto, di suo padre “che lo picchiava sempre ma che gli aveva insegnato a vivere” e dei suoi compagni di lavoro.

Era stato un fattore in una tenuta di campagna, nelle sue storie comparivano il piccolo e furbo Ernesto con poca voglia di lavorare, Antonio che aveva tante fidanzate e Armando che cantava sempre con una bellissima voce.

Mi descriveva i posti in cui aveva vissuto ed io lo vedevo nel cortile di quella casa di campagna, polveroso, con le galline che razzolavano, il sole di mezzogiorno che scottava e con l’odore nell’aria dell’erba appena falciata.

La particolarità delle sue storie era che non arrivavano mai alla fine, dal mondo incantato dei ricordi la sua mente balzava di colpo alla realtà. Tutte le persone di cui narrava le storie non camminavano più su questa terra e lui era il solo sopravvissuto per raccontarle.

A questo punto i ricordi si interrompevano, l’emozione prendeva il sopravvento e lui immancabilmente finiva la frase con “da farne? Sono troppo vecchio!”.

Io credo però che in fondo al cuore amasse ancora tanto la vita, si vedeva dai vestiti curati, dai capelli impeccabili, dal cappello e dal bastone da passeggio. Andava spesso ai giardini per vedere il cambio delle stagioni e per chiacchierare con altri anziani. Si trovavano su una panchina ed erano tutti più giovani di lui di qualche anno.

Rimase l’unico ad andarci in quanto un po’ alla volta finirono tutti in case di riposo. Ricordo che questa cosa lo aveva colpito, li vedeva così giovani, in realtà il più giovane superava i novant’anni.

Un’altra cosa che ricordo di lui è che stava sempre bene, un autentico miracolo della natura.

Mi aveva confidato il suo mantra personale “Vedi io ho poco tempo devo passarlo bene”. Sarà stato perché era fortunato? Perché si era autoconvinto? Oppure aveva dei geni con degli anticorpi incredibili, di fatto funzionava, non gli veniva nemmeno un raffreddore.

Solo due volte era finito in ospedale in tutta la sua vita. La seconda volta era scivolato su una radice che sporgeva dal terreno e aveva battuto forte la testa. Ricoverato con trauma cranico e una terribile contusione al viso. Quando mi avevano chiamato ero stata avvertita subito che, data l’età, difficilmente si sarebbe ripreso e che era ancora in stato confusionale.

Arrivata di corsa in ospedale l’avevo trovato lucidissimo che stava raccontando, a modo suo, quanto era arrabbiato per essere stato così stupido da non vedere la radice. Parlava in fretta e nessuno si era preso la briga di ascoltarlo davvero. Il giorno dopo aveva rifiutato offeso l’aiuto per alzarsi dal letto muovendosi da solo e chiedendo quando poteva andare a casa. Trattenuto per degli accertamenti, per tutta la degenza mi aveva chiesto di fargli la barba e pettinarlo, perché “non si può vedere un uomo che gira in disordine”. Considerato il reparto di geriatria in cui si trovava avrei detto che non era un problema, ma evidentemente per lui lo era.

Mio padre mi ha raccontato che quando era più giovane era tremendamente severo e autoritario, descrivendomi una persona che io non avevo mai visto. Io ho conosciuto una persona diversa, un nonno che passava del tempo con sua nipote e a cui volevo bene.

Mi è rimasta in mente anche la sua malinconia per il tempo passato, come una vecchia musica sospesa nell’aria che solo lui poteva sentire.

Ci ha lasciato a novantotto anni, quasi novantanove.
Voleva arrivare a cento e c’era quasi riuscito!
Guardo la foto e gli sorrido, prima di salutarlo.

C’è ancora una cosa che a volte mi viene in mente, chissà come finivano le storie del “povero Gigetto”?
Non l’ho mai saputo!

(Milena Maccaferri)