Imola. Sabato 3 aprile si è svolta una breve cerimonia in ricordo di don Giulio Minardi quale simbolo autentico di solidarietà e coraggio, avendo il sacerdote imolese anteposto la vita degli altri alla propria incolumità. Il sindaco Marco Panieri, e il presidente dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia, Gabrio Salieri, hanno deposto corone presso il busto eretto nel 2000 nel giardino dell’Istituto di Santa Caterina, in via Cavour. La commemorazione si è svolta in forma ridotta, senza la presenza di cittadini, in ottemperanza alle normative in vigore per il contrasto alla diffusione del Coronavirus.

Da sinistra il sindaco Marco Panieri, il busto di don Minardi e il presidente dell’Anpi Gabrio Salieri

Durante la seconda guerra mondiale, il parroco imolese diede asilo a partigiani, perseguitati politici, ebrei e a militari disertori, ospitandoli nelle grandi cantine della canonica della chiesa del Carmine e in altre strutture religiose, salvando così  la loro la vita. Nominato cappellano delle carceri di Imola, don Minardi si prodigò anche a favore dei detenuti, visitandoli, confortandoli, divenendo il tramite fra essi e i loro familiari.

Per la sua preziosa opera, dopo la guerra don Giulio Minardi ha ricevuto attestazioni ufficiali di riconoscenza da parte della comunità ebraica e dalle organizzazioni antifasciste di Imola. Il 2 giugno 1962 l’allora Capo dello Stato, Antonio Segni, lo ha nominato Cavaliere ufficiale al merito della Repubblica e, nella seduta solenne tenutasi il 3 luglio 1971, il Consiglio provinciale di Bologna ha conferito al religioso la Medaglia d’oro di benemerenza per le attività sociali ed assistenziali svolte durante gli anni del conflitto bellico e nel resto della sua vita, primo imolese a cui sia andato un così alto riconoscimento.

Giulio Minardi era nato il 24 aprile 1898 a Zagonara, nel lughese, in una famiglia di contadini. Ordinato sacerdote nel 1923, inizialmente aveva esercitato il ministero nella frazione di Sesto Imolese; poi, nel 1927, gli era stata assegnata la parrocchia di San Giovanni Battista di Imola, dove era rimasto fino al 1934, quando era divenuto parroco del Carmine. E nel 1935 era stato nominato direttore dell’Istituto artigianelli Santa Caterina di Imola, ente fondato allo scoppio della “grande guerra” dal canonico don Angelo Bughetti per accogliere i profughi e gli orfani.

Don Giulio, uomo “di poche parole, di molti fatti”, dotato di grande audacia, ha dedicato tutta la sua vita a favore dei più deboli, in particolare dell’infanzia e dei giovani. L’avversione verso ogni sopruso, inculcatagli dai genitori, si è poi rafforzata in lui durante gli anni della dittatura fascista, quando ogni libertà venne negata. A partire dal novembre 1943 incominciò così ad ospitare perseguitati e ricercati da nazisti e fascisti. La canonica del Carmine, l’ex convento delle Carmelitane, il monastero delle Clarisse, l’Istituto artigianelli, la colonia agricola di Ortodonico, divennero luoghi sicuri per soldati disertori, prigionieri fuggiti ed ebrei.

Non solo. Nelle strutture dirette da don Minardi vennero accolte anche intere famiglie, sfollate a seguito dei continui bombardamenti, con le relative masserizie. Inoltre diversi contadini, per paura delle confische fasciste, nascosero dentro la canonica i propri animali (vacche e vitelli, cavalli e somari, maiali, galline oche e tacchini), assieme a verdure, grano e macine. Riserve alimentari che permisero ai rifugiati del Carmine di avere pane fresco, uova e latte per tutta la durata del conflitto, senza soffrire la fame.

Nell’autunno-inverno 1944, con la stasi delle operazioni militari da parte delle truppe alleate ed il contemporaneo acuirsi delle persecuzioni nazifasciste, anche molti partigiani vennero ospitati negli spazi del  Carmine, dove peraltro ebbero luogo molte riunioni del Comitato di liberazione locale. Nel periodo di maggiore affluenza, la chiesa ospitò circa 350 persone.