Per aprile la libreria Atlantide di Castel San Pietro Terme vi propone una rassegna delle ultime pubblicazioni o ristampe che riguardano scrittori emiliano romagnoli.

L’Italia della ricostruzione

È nato un secolo fa a Bertinoro, Dante Arfelli, il 5 marzo 1921. Per l’occasione torna in libreria uno dei grandi successi letterari dell’Italia della ricostruzione, I superflui, pubblicato nel 1949 quando l’autore era giovanissimo. Accolto con favore in patria, sarà tradotto in diverse lingue, sbancando il botteghino negli Stati Uniti: ottocentomila copie! “Arfelli si è dimostrato abilissimo impegnandosi a fondo in una storia di gente sconfitta in partenza… ciò che avvince il lettore e rende tollerabile la tristezza del libro è la virilità del lamento”, scrive, sul New Yorker, Anthony West.

Dopo un simile esordio, romanzo generazionale di sconfitti, e una seconda prova narrativa (La quinta generazione) Arfelli decise di chiudersi in un silenzio durato 25 anni, alieno dalla vita letteraria dell’epoca, fino a Quando c’era la pineta, per poi chiudere il cerchio delle sue pubblicazioni con l’autobiografico Ahimè, povero me, diario dei giorni segnati dal Parkinson.

Dante Arfelli, I superflui, Readerforblind

L’Italia del dopoguerra è livida, stretta nella morsa della miseria e sfiancata dal tumulto della ricostruzione. Luca, un giovane di provincia, va a Roma in cerca di fortuna; ha in tasca due lettere di raccomandazione di altrettanti compaesani, il parroco e il segretario della sezione socialista, con le quali spera di trovare lavoro. Appena scende dal treno incontra Lidia, una prostituta che lo trascina nella pensione della “vecchia”, una vedova indigente quanto e più di loro, dove la ragazza alloggia ed esercita. Inizia così la questua del giovane che, rimbalzato tra notabili e uomini di chiesa, alla fine un lavoro, seppur precario, lo ottiene. Ma l’inadeguatezza non lo abbandona; così come non abbandona Lidia, né Luigi, l’anarchico militante, o Alberto, lo studente di Legge. Davanti ai loro sguardi si staglia l’orizzonte del possibile, che però non si può mai davvero afferrare. Una cricca di sconfitti, irrimediabilmente figli dei loro anni eppure così vicini ai nostri giorni, che guardano il mondo scorrere, a volte pensano di poterlo afferrare, e invece solo ciondolano, persi e insieme intrappolati.

L’opera prima di Melissa Magnani

Un esordio delicato e poetico per una autrice dal piglio sicuro, Melissa Magnani, condito dai riti e dai ritmi della vita contadina, un libro atipico fuori dalle mode e dal tempo.

Melissa Magnani, Teodoro, Bompiani

Teodoro è un bambino vissuto undici giorni. Teodoro abita in un luogo sospeso, a mezz’aria. Osserva la vita che accade dopo di lui. Torna nei suoi luoghi. Sotto il campanile, nel campo dove riposano i cavalli, dentro la sua casa. Cerca ancora il suo posto tra le braccia della madre, tra le parole del padre. Pronuncia i nomi dei suoi fratelli, Ero, Gedeone, Ada, Abele, Zaira, Giacinto, Libero, Pellegrino, Mario. Sono nove, nati dopo di lui, tutti all’oscuro della sua esistenza. La sua vita è un segreto sepolto nella memoria. Ma Teodoro parla, racconta, svela. Si avvicina, tocca, sfiora, consola. Instaura dialoghi d’amore, di complicità, di tenerezza, con i fratelli e i genitori. I pezzi in disordine di ogni esistenza si ricompongono nella voce sussurrata di Teodoro, in un paese di campagna dove la vita è scandita dal ritmo delle stagioni, dai rituali della terra, dalle migrazioni degli uccelli, dai rintocchi delle campane.

Vilo Vulcano, il libraio investigatore

La verve ironica e surreale di Gianluca Morozzi è declinata al meglio in questo suo nuovo libro.

Gianluca Morozzi, Prisma, Tea

In un vicoletto pressoché invisibile nel centro di Bologna, Vilo Vulcano mantiene in vita l’attività di famiglia: una libreria dalla scarsa clientela, ma ben conosciuta da chi ha problemi da risolvere. Sì, perché Vilo, per compensare le poche vendite, svolge lì una seconda, clandestina, attività: investigatore privato, impavido e decisamente a buon mercato. Lavoro per il quale può contare sull’aiuto di uno dei suoi pochi clienti abituali, ormai amico: l’Orrido. E quando, in uno dei tanti pomeriggi tutti uguali, entra in libreria una meravigliosa ragazza mora, e con la sua irresistibile voce roca chiede non un consiglio al libraio, ma un aiuto al detective, due cose sono certe: Vilo accetterà il caso, e finirà nei guai. La meravigliosa ragazza, Zelda Versalico, lo vuole assumere perché indaghi sulla morte del fratello, mago dalle dubbie qualità, trovato senza più vita dopo essersi murato nel sotterraneo della loro casa di montagna, con l’intenzione di compiere una sensazionale evasione e averla vinta sulla sua più grande rivale: quella maledetta pazza di Prisma.

Il mistero della commissaria

Una sorta di “giallo di formazione” ambientato sulle colline delle estreme propaggini di Romagna, un esordio nel genere da parte di Francesca Serafini, sceneggiatrice ed editor capace di irretire il lettore.

Francesca Serafini, Tre madri, La nave di Teseo

La commissaria Lisa Mancini a soli trentatré anni ha già alle spalle una carriera straordinaria. Tanti successi in Italia e all’estero di cui potrebbe vantarsi, ma che creano intorno a lei un’aura di mistero il giorno in cui decide di abbandonare l’incarico all’Interpol di Lione per dirigere il commissariato di Montezenta, un piccolo centro romagnolo con i pregi e i difetti della provincia italiana, e di tutte le province del mondo. Nessuno conosce il motivo del trasferimento di Lisa. Tutto quello che sappiamo sul suo conto è che, sbrigate le pratiche di routine, passa le giornate chiusa nel suo ufficio a giocare a Candy Crush sul cellulare. Finché non viene denunciata la scomparsa di River: un quindicenne di origine inglese che vive con la sua famiglia in un piccolo villaggio appena fuori dalle mura medievali di Montezenta. Una comunità libertaria e anticonformista che trasforma in opere d’arte i materiali di scarto, e che attira per questo su di sé l’ostilità e i pregiudizi del resto della popolazione. River – uno studente modello, capace di farsi amare da tutti – è davvero una vittima oppure sta scappando da qualcosa di cui è lui stesso responsabile? Per riuscire a rispondere a questa domanda, Lisa dovrà combattere i demoni del suo passato, e trasformare la ricerca del ragazzo in un viaggio a perdifiato dentro sé stessa.

Tesori gastronomici del casentinese

Due saggi de “Il Ponte Vecchio”, storico editore romagnolo che ha appena festeggiato i 29 anni di attività.

Graziano Pozzetto, I tesori gastronomici dell’Appennino casentinese. Raviggiolo, tortello alla lastra, ciavarro o salsiccia matta romagnola all’aglio, o sambudello toscano, Il Ponte Vecchio

Negli anni dei suoi “vagabondaggi” e delle sue indagini, al nascere di Slow Food (di cui fu uno dei fondatori), per Graziano Pozzetto la scoperta dell’Alto Appennino tosco-romagnolo e delle Foreste del Casentino fu come un dono prezioso, l’esperienza di sapori e profumi capaci di gratificare non solo il palato – quello evocato da Tonino Guerra quando ricordava “il raviggiolo freschissimo di Casteldelci» come «una carezza del palato!” -, ma anche il cuore e l’anima: la conoscenza dell’identità montanara; una bio-diversità (antelitteram) autentica; uno spirito di appartenenza ad un’altra Romagna, più silenziosa e genuina; una cultura gastronomica non priva di storiche contaminazioni toscane, nel felice legame identitario di due regioni: tutto questo significò per il nostro grande maestro della tavola l’incontro con gli orizzonti del Casentino e dei suoi territori. Così, in questo volume Graziano si è proposto di codificare una cultura montanara tra le più rappresentative. Lo ha fatto concentrandosi sullo studio di tre specialità: il raviggiolo presidio Slow Food; il tipico tortello alla lastra; il caratteristico ed esclusivo ciavarro o salsiccia matta all’aglio (il sambudello del versante toscano), assumendole come rappresentative di un intero mondo: del quale, come sempre, l’autore ci rende storia e cultura, uomini e paesi, dicerie e leggende, idiosincrasie e polemiche, e insomma un intero universo, ricostruito nelle ridenti allegrezze della tavola.

La fierezza del lupo

Il lupo è un animale straordinario. Qualcuno direbbe “nel bene e nel male”, ma il bene e il male, per il lupo, non esistono: quelli sono concetti tipicamente umani.

Eraldo Baldini, Marco Galaverni, Uomini e lupi, Il Ponte Vecchio (Prefazione di Massimiliano Costa)

Gli animali selvatici agiscono secondo natura, niente di ciò che fanno può essere giudicato con i nostri parametri e la nostra morale. Il lupo è straordinario perché è un emblema di fierezza, libertà, forza; è un predatore eccezionale, organizzato e infallibile. Ed è straordinario anche perché ha saputo adattarsi a mille cambiamenti, contendendo a lungo all’uomo spazi, risorse e il primato di dominatore dell’emisfero settentrionale del pianeta. È molto amato da chi si sente vicino alle cose della natura, e molto odiato da chi lo vede come un assassino e un avversario. Ma questi sentimenti contrapposti sono tipicamente umani, e dunque non congrui al caso. Invece, per secoli, l’uomo ha rappresentato il lupo come un crudele uccisore di animali e di persone, malvagio e antropofago, infido e letale. Con un’approfondita ricerca storico-documentaria Eraldo Baldini ricostruisce il millenario rapporto uomo-lupo in Romagna e dintorni. Ci fa anche conoscere come questo animale sia divenuto protagonista del mito, della cultura popolare, delle fiabe. Il co-autore Marco Galaverni, uno dei massimi esperti italiani del settore, dà poi conto della situazione odierna, della sua recente evoluzione e di come il lupo abbia potuto “riconquistare”, anche da noi, presenza e spazi, nel raggiungimento di una realtà molto positiva dal punto di vista ecologico e naturalistico e, nel contempo, nel ripresentarsi di problematiche da affrontare con razionalità e con nuove sensibilità.

Il trekking tra Gessi e Calanchi

Un percorso, quello che ci propongono Sara Cavina e Sara Zanni, che si snoda in un paesaggio unico di particolari formazioni geologiche, microambienti e microclimi differenti, animali selvatici, contrasti.

Sara Cavina e Sara Zanni, La Via dei Gessi e dei Calanchi a piedi. Da Bologna a Brisighella in 6 tappe, Ediciclo editore.

Oltre all’aspetto naturalistico, La Via dei Gessi e dei Calanchi collega alcuni fra i più bei borghi d’Italia. La Vena del Gesso Romagnola, tra le eccellenze dell’Appennino settentrionale, è candidata all’Unesco come patrimonio dell’Umanità. La Via dei Gessi e dei Calanchi è un itinerario escursionistico che unisce Bologna a Brisighella attraversando il Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa e quello della Vena del Gesso Romagnola. La Via percorre gli affioramenti gessosi più estesi d’Europa, in un paesaggio sorprendente costellato di cristalli scintillanti, grotte, doline e formazioni calanchive. Il percorso copre circa 100 km, suddivisi in 6 tappe modulabili, con la possibilità di raggiungere Faenza, patria mondiale della ceramica, in un’ulteriore giornata di cammino. L’itinerario si snoda su sentieri, sterrate e asfaltate secondarie, facendo tappa in alcuni dei Borghi più Belli d’Italia, come Dozza e Brisighella, e rinomate località termali come Riolo Terme. Il camminatore potrà immergersi con lentezza nelle unicità geologiche e naturalistiche, nella storia dei borghi medievali con le loro antiche rocche e nel piacere di un patrimonio enogastronomico unico al mondo (in libreria dal 15 aprile).