Per la grande maggioranza di noi Italiani, abitanti di un paese tra i più sviluppati del mondo, l’assistenza sanitaria rappresenta una certezza acquisita. Utilizziamo il telefono per un contatto con il nostro medico di base, gli uffici per prenotare visite specialistiche sono aperti un po’ ovunque e siamo soliti lamentarci, anche vistosamente, per ritardi o lungaggini. Da qualche anno, viaggiando nei paesi europei, all’occorrenza è sufficiente mostrare la tessera sanitaria per ricevere la stessa assistenza che avremmo ricevuto nella nostra città. Tutto ciò ci appare come una “normalità acquisita”: in realtà si tratta di un privilegio di pochi.

Era il 1971, a Parigi, quando alcuni operatori sanitari e medici che avevano operato in Biafra e in Bangladesh, resosi conto dell’assenza dei più elementari supporti medici e assistenziali, decisero di fondare “Medici senza frontiere“: cinquanta anni fa prendeva forma la risposta, volontaria e gratuita, all’immenso bisogno di cure della parte di mondo abbandonata a sé stessa, quella parte di mondo che non vede un medico o un infermiere da sempre, quella parte di mondo che quando viene colpita da malattie, catastrofi naturali o causate dall’uomo, guerre, persecuzioni, discriminazioni di ogni sorta non può ricorrere al telefono per contattare un medico o un operatore sanitario, il più delle volte perché, in loco e anche un po’ più in là, un ausilio medico non esiste.


Una parte di mondo come la Repubblica Democratica del Congo dove, da gennaio scorso, il morbillo ha contagiato 13.000 persone (la maggioranza bambini), una parte di mondo nella quale di questa malattia si può ancora morire, una parte di mondo dove Msf ha intrapreso una grande operazione di vaccinazione. O nello Yemen, dove se si riesce a scansare una bomba qua e una cannonata là, si è quasi certi di infettarsi di covid: una seconda ondata sta prendendo forza e numeri.

In 80 (ottanta) paesi 65.000 operatori sanitari prestano assistenza medica e ospedaliera senza alcuna distinzione di razza, religione, colore della pelle, tendenza politica, portando cure mediche e sanitarie dove, fin troppo spesso, esiste solo il nulla. E in forma completamente gratuita. Per queste persone, giovani e meno giovani, è sufficiente sapere, con certezza, che sono esattamente dove di loro c’è bisogno.

A noi resta la certezza del loro lavoro, della loro scelta, nella fede nel diritto di uguaglianza per tutte le genti di questo affollato mondo. Ma proprio di tutte. A noi resta la possibilità di un contributo a quest’idea di uguaglianza, alla certezza del bisogno, alla necessità di sentirsi parte di un insieme. Quando leggo che con la somma di 50.000 euro, in certi paesi, si riesce a creare una sala operatoria in grado di regalare vita a chi ne aveva perso speranza, ripenso alla quantità di denaro pubblico e privato disperso nell’inutile, nel velleitario, nel superfluo. A noi la scelta: io l’ho fatto.

(Mauro Magnani)