Troppe cose assieme fanno il rumore e il rumore non è uno strumento di conoscenza. (Umberto Eco)

Come diavolo si trasmette questo virus?

Ammesso che esista, che quei 120.000 morti siano autentici, che i reparti di rianimazione siano davvero pieni di persone che stanno male e non la sala giochi di medici e infermieri perditempo.

C’è anche gente che la pensa così in piazza a protestare.

A manifestare il proprio disagio psichico.

Accanto a chi esprime il proprio disagio economico.

Tra quelli che “non capiscono” le ragioni delle restrizioni in presenza di 500 morti al giorno e quelli che le capiscono bene ma escludono l’apporto delle loro attività alla diffusione del virus perché considerano il tributo che viene loro richiesto nella lotta alla pandemia troppo alto.

Come in effetti sovente è.

Non per tutti, non allo stesso modo, che in questa notte tutti i gatti si ammantano di nero, quelli che operano al mare e quelli che operano in montagna, chi ha locali angusti e chi può respirare all’aperto, chi non ce la fa più e chi ha solo guadagnato di meno.

Un quarto delle richieste di cassa integrazione, attesta l’INPS, sono di imprenditori col bilancio in attivo.

Limitiamoci dunque a considerare le ragioni delle imprese più esposte, con e senza lock down, agli insulti della pandemia.

In discussione non è il loro disagio, che nessuno nega, ma come alleviarlo in vista della fine della bufera che pare imminente.

Senza arrecare danno alla lotta contro il covid che avrebbe il solo effetto di protrarne i costi umani ed economici.

E senza pretendere l’impossibile perché la nostra disponibilità finanziaria è incomparabile con quella della Germania.

Nessuno Stato al mondo, foss’anche molto più solido dell’Italia, può risarcire un danno economico pari al 9% del PIL.

Sarebbe forse tempo di quantificare qual’é la soglia del possibile per noi, quanti altri scostamenti di bilancio possiamo permetterci, a chi sono andati e con quali risultati gli oltre 200 miliardi di euro già destinati allo scopo, che non sono un’elemosina ma una montagna di soldi, che i contribuenti dovranno pagare.

E ancora, se è il caso di allargare la platea dei destinatari, come ha fatto l’ultimo decreto, o non piuttosto di concentrare tutto quello che si può in un sostegno più incisivo a chi soffre davvero.

È in questo spazio di irrisolto o solo di inespresso che scava la talpa degli agitatori.

L’idea che ci sia qualcuno, un grande vecchio o il povero Speranza che, per oscure ragioni, vuole la rovina del parrucchiere di sua moglie o del barista che gli serve il cappuccino è talmente idiota che offende l’intelligenza di chi la sfiora.

Non è per un disegno ostile che i ristoranti in Sardegna tornano a chiudere.

La sola congiura è quella delle circostanze.

Un’avventura oltre i limiti del conosciuto, la difficoltà di trovare un equilibrio stabile in una situazione precaria, nella quale troppe variabili sono fuori controllo, a partire dai nostri comportamenti.

Tocca allora ai vaccini chiudere il cerchio.

Li abbiamo salutati come un fatto scontato ma non era così.

Dovremmo accoglierli col riguardo che si riserva a un dono.

Che, più a rilento non del previsto ma dello sperato, stanno arrivando pian piano a casa di ognuno.

E, se saremo saggi, farà ripartire le cose.

Errori ne hanno commesso tutti, lockdown, anche più duri li hanno fatti tutti.

Le stesse responsabilità dell’Ue, che le anime belle di casa nostra enfatizzano per sottrarsi alle proprie, andrebbero contestualizzate.

Le grandi case farmaceutiche, settimana più settimana meno, stanno consegnando le dosi pattuite.

Sono altri i popoli del mondo che purtroppo non ne beneficeranno.

Noi possiamo permetterci di fare gli schifiltosi, rifiutando i vaccini che non ci piacciono quando fino a ieri non ci eravamo fatti scrupolo di sottrarli a chi ne ha più bisogno.

È AstraZeneca, non un complotto del capitalismo planetario, con le forniture mancate e l’immagine compromessa, il sasso nell’ingranaggio.

Che nessuna clausola contrattuale può rimuovere.

Per inadempienza puoi ottenere risarcimenti non vaccini quanti e come li vorresti.

Se ti danno un pugno puoi chiedere i danni ma non far sparire il dolore.

Le difficoltà di Johnson &Johnson confermano che non c’è niente di scontato.

Quanto alla scienza, vi stupirà sapere che è auto-correttiva.

E se la sperimentazione di un vaccino su un campione prevalentemente giovane non mostra problemi sembra logico autorizzarlo limitatamente a quella fascia di età , in attesa che la quarta fase, quella su larga scala, fornisca ulteriori elementi.

Suscettibili di indurre la correzione dell’indicazione originaria.

Nel nostro caso più incompleta che sbagliata.

Prendersela con gli scienziati non sta né in cielo né in terra.

Tutto, in questa vicenda complicata dovrebbe spingerci a una maggiore serenità di giudizio.

Può ben darsi che un’attività sia meno pericolosa di un’altra, che le occasioni di contatto a rischio siano più frequenti in alcuni luoghi che in altri, che il decisore istituzionale sbagli nel chiudere questo e nel lasciare aperto quello.

Fin qui nel ragionamento ci si può stare.

Il problema insorge allorquando metti assieme le ragioni di tutti i frequentatori di quelle piazze e al tirar delle somme vien fuori che nessuno , neanche in minima parte, concorre alla diffusione di una malattia che si propaga per contatto.

Col risultato che bisogna tenere tutto aperto, dalle scuole agli stadi, come se nulla fosse.

E che questa, col corredo di centinaia di migliaia di morti di cui nessuno porta una colpa individuale ma tutti assieme portiamo una responsabilità collettiva, è la libertà.

Scambiando il male con la medicina, il virus con i provvedimenti per contenerlo.

Come se un ammalato di cancro, che in queste condizioni non può nemmeno essere curato, se la prendesse con la chemioterapia.

Si può essere disperati e rimanere intelligenti.

Troppe persone si sono sacrificate in nome della libertà per apprezzarne una pronuncia storpiata.

Lasciate perdere le parole che non capite.

Chi soffre è legittimato a gridare le proprie ragioni, perfino a rappresentarle con parzialità.

Ha diritto di chiedere che vengano considerate con attenzione.

Non può tuttavia pretendere che i cittadini le facciano proprie quando configgono con l’interesse generale.

Siamo tutti popolo.

Anche noi, la maggioranza forse troppo silenziosa che difende il suo diritto a vivere.

Chi chiede comprensione per il proprio disagio deve a sua volta comprendere quello della comunità in cui vive ed opera.

Se tutti compiamo uno sforzo per capirci forse qualcosa di buono si potrebbe fare.

(Guido Tampieri)