Lo scorso 5 febbraio è stato rinnovato il contratto di lavoro per 1,6 milioni di metalmeccanici  un fatto importante che va oltre il recinto delle relazioni industriali. Risponde ai profondi cambiamenti che stanno interessando il mondo del lavoro sul piano tecnologico e organizzativo e delle relazioni tra imprese e lavoratori, che si fanno più partecipative e collaborative. Un tema sempre più strategico e fondamentale, lo abbiamo visto con la pandemia. Con le imprese del nostro territorio che  grazie alla collaborazione attiva di sindacato, rsu in particolare, e capi del personale delle imprese, sono stati messi in piedi dei protocolli di sicurezza che hanno permesso di mandare avanti l’attività lavorativa in sicurezza. La pandemia ci ha fatto capire che si vince solo se si resta insieme. Ed ecco allora un contratto che nasce all’insegna del “valore del lavoro” da riconoscere, che Federmeccanica con intelligenza definisce “un investimento nel dialogo continuo e fattivo”, che si incardina su una riforma nella quale sparisce ogni distinzione tra operai e impiegati. E’ un contratto che mette al centro le caratteristiche attive del lavoro: formazione, competenze, confronti preventivi, e un’attenzione concreta ai giovani con l’aumento del contributo aziendale per la pensione complementare “solo” per gli under 35, riconoscendo tutele di welfare per il loro futuro. Come pure l’introduzione di importanti misure a tutela delle donne vittime di violenza, insieme aad cospicuo aumento medio salariale 112 euro per i prossimi 3 anni e mezzo, incrementando i salari del 6,15%, più del doppio dell’inflazione prevista.

Il cuore del contratto sicuramente la storica riforma degli inquadramenti professionali, ferma al lontano 1973 e fortemente voluta dalla Fim Cisl. Dal 1 giugno 2021 quindi, parte il nuovo inquadramento professionale attraverso un automatismo che porterà nelle varie realtà lavorative metalmeccaniche il passaggio  dai vecchi livelli contrattuali basati sulla descrizione della mansione lavorativa  a nuovi basati sulla professionalità delle lavoratrici e del lavoratore.

Una rivoluzione, quella dell’inquadramento professionale,  che guarda all’evoluzione del lavoro e della sua organizzazione,  negli ultimi 40 anni.  Nell’intesa si supera il concetto di mansione per introdurre il ruolo come identità professionale, si realizza un importante ammodernamento delle declaratorie che identificano i diversi livelli affiancando alle tradizionali competenze tecnico professionali e gestionali le competenze trasversali, la polivalenza, la polifunzionalità e la capacità di miglioramento continuo. E’ una riforma che comporta la sottoscrizione di un glossario e metterà in campo numerose iniziative di formazione e di orientamento delle migliaia di responsabili aziendali e delegati sindacali, che dovranno gestire con competenza e cura l’applicazione di questo nuovo importante sistema di lettura e riconoscimento dei contenuti nuovi del lavoro. E’ un contratto quindi che mette al centro le caratteristiche attive del lavoro: formazione, competenze, confronti preventivi. Tutte risposte alle sfide moderne del lavoro che sta cambiando, materie fino a 10 anni fa ai margini delle relazioni sindacali e che oggi acquistano centralità costituendo con la riforma  dell’inquadramento un disegno contrattuale unico e organico che mette al centro la valorizzazione della persona che lavora.

A chi lavora oggi, in qualunque posizione, viene chiesto di più in termini di attenzione ai risultati, capacità di lavorare in gruppo e di contribuire al miglioramento continuo dei processi e dei risultati. E’ una buona notizia per ogni sindacalista, che pesa ormai in modo nettamente prevalente sull’indirizzo delle relazioni industriali. Le trattative al tavolo si svolgono sempre meno nel minimizzare le azioni o gli obiettivi della cosiddetta controparte ma si orientano sempre più a ricercare la massimizzazione degli interessi reciproci. Dopo l’introduzione nel rinnovo del 2017 del diritto soggettivo alla formazione con le 8 ore obbligatorie a disposizione di ogni lavoratore, questo rinnovo si è preoccupato di rendere veramente accessibile un diritto ancora troppo rimasto sulla carta.

Il nostro Paese sconta ancora un basso tasso di competenze, disuguaglianze crescenti attorno alle competenze digitali, un numero di lavoratori inferiore agli altri paesi europei coinvolti in azioni di formazione continua e riqualificazione. A questo fine il rinnovo si preoccupa, come in altre parti, di aumentare il ruolo attivo delle RSU in azienda e il loro coinvolgimento pieno nella messa in campo di programmi condivisi e di dotare tutto il settore di una piattaforma che fornisca facilitazioni e servizi alle imprese in questa direzione. La contrattazione collettiva non è più chiamata a definire solo diritti generali ma sempre più a renderli accessibili soprattutto a imprese medio piccole e a tutti i lavoratori.

(Roberta Castronuovo, segretaria Fim Cisl Bologna)