“Le donne rivendicano il diritto di disporre della loro sorte […] chi dice che il posto della donna è nella casa tradisce e mente. Le case crollano e il fatto che la donna sia l’angelo della casa non lo può impedire” (dal Manifesto dei Gruppi di difesa della Donna della provincia di Cuneo, Perché la politica la devono fare anche le donne, in Partigiane per la libertà).

I Gruppi di Difesa della Donna

Quando gli eventi storici sono travolgenti al punto da imporre una scelta i cui esiti decideranno il futuro, schierarsi è doveroso e necessario. Così molte donne durante il ventennio fascista e poi con la guerra, hanno scelto di fare la loro parte, rifiutando la passività pretesa e auspicata da una gran parte del mondo maschile. In questo 25 aprile, 76 anni dopo la liberazione dal nazifascismo, voglio ricordare il lavoro fondamentale di cui le donne si sono fatte carico in quella svolta storica. Un lavoro che solo negli ultimi anni ha riscosso un riconoscimento diffuso più evidente, lasciato sempre un passo indietro rispetto alle “valorose” battaglie degli uomini. Oggi si ammette più esplicitamente il ruolo fondamentale delle donne per determinare l’esito della guerra da cui nasce la Repubblica Italiana. Alcune di queste siederanno all’ Assemblea Costituente e poi nei banchi del neonato Parlamento. Altre hanno trovato la morte prematura durante l’adempimento dei compiti affidati o, arrestate, sono state torturate, stuprate, annientate. La partecipazione delle donne alla Resistenza è stata raccontata con la produzione di film e di libri per lo più dalle donne stesse. E’ stato un movimento di massa a cui hanno preso parte in tantissime, sconosciute, di estrazione popolare in gran parte ma anche borghese. Ciascuna a suo modo, a seconda delle circostanze e delle occasioni, ha scelto una strada spinta da motivazioni personali e da ideali e valori condivisi in base ai quali aspirava a un mondo nuovo. Consapevoli dei rischi che valeva la pena correre per un riscatto delle classi oppresse, e per nuove possibilità di vita oltre le discriminazioni di sesso.


La Resistenza non nasce dal nulla

La cartolina realizzata per i 50 anni della frazione comunista di Imola

Prima ancora della guerra molte donne erano impegnate nella lotta contro il fascismo. Vite clandestine che si svolgevano accanto ai rispettivi compagni uniti dai medesimi ideali e valori. Nate a fine ‘800 o nei primi anni del ‘900 diventavano adulte in fretta. Assistendo alle riunioni domestiche di militanti socialisti che organizzavano le lotte contadine e operaie dei primi decenni del XX secolo, appena adolescenti fecero scelte di campo nette. Imola era un territorio particolarmente attivo. Non a caso ospitò poco più di cento anni fa la nascita della frazione comunista che sfocerà nel Congresso di Livorno del 1921. Quella generazione di ribelli che col fascismo ha vissuto esule, in clandestinità, viaggiando in continuazione fra Parigi, Bruxelles, Mosca e la Svizzera e cambiando abitazione ogni due mesi per prudenza, ha pagato prezzi personali altissimi. Pervicaci e tenaci, hanno scelto il futuro come priorità, sacrificando il presente degli affetti e dei legami famigliari e affrontando con dignità il profondo dolore che ne conseguiva. Ne ritroviamo le tracce per esempio, nelle parole di Marina Sereni, compagna di Emilio Sereni, nelle lettere di Rita Montagnana, moglie di Togliatti e nelle testimonianze delle vite difficili dei figli , una generazione arrabbiata e segnata emotivamente da separazioni e distanze.  Come dimostrano gli scritti di Clara Sereni in perenne conflitto col padre e le vicende di Aldo Togliatti. Sorte analoga toccò a Vinca Berti, figlia di Giuseppe Berti e dell’imolese Maria Baroncini.

L’imolese Maria Baroncini

Nell’ introduzione a “Memorie degli anni difficili” scritto da Maria e terminato nel 1981 su sollecitazione di Enrico Berlinguer, Maria Luisa Righi descrive bene la fierezza di queste donne. Di Maria dice: “(…) una militante coraggiosa, “ribelle alle cose ingiuste”, consapevole dei rischi che assumeva, pronta a sopportare le conseguenze delle sue scelte, ma non incline a farsi compatire per la sorte avversa che le era toccata, che sapeva comune a tanti suoi compagni. E’ probabilmente per difendere questa fierezza che Maria non accenna mai ai periodi di detenzione che dovette subire (…) o alle malattie patite che la condussero in due ricoveri in ospedale (…)”. Contano le ragioni di una scelta, la dignità e la soggettività di chi assume il potere di decidere della propria vita affrontandone le conseguenze senza sentirsi vittima.

Maria Baroncini al confino a Ponza

Maria Baroncini nasce a Sesto Imolese l’ 8 febbraio 1903. Aderisce al partito comunista dalla sua fondazione (21 gennaio 1921) in conflitto col padre, socialista. Organizza subito una cellula comunista femminile a cui aderiscono 57  donne. Staccate dall’organizzazione maschile “perché a quel tempo le compagne erano timide e preferivano svolgere dei compiti specifici nell’ambito delle problematiche femminili”. Nel 1922 partecipa al Convegno Nazionale femminile del partito sulla condizione della donna e del suo ruolo nella società borghese. Le donne convengono sulla necessità di combattere a fianco di operai e contadini per preparare un avvenire migliore. Maria ne conosceva le condizioni, per avere lei stessa lavorato come operaia e aver dovuto interrompere la scuola per occuparsi dei cinque fratelli fra cui Nella che aderirà, come lei, alla lotta clandestina. A Roma conosce Giuseppe Berti, segretario nazionale dei giovani comunisti, che sposerà. Rimasta incinta prima del matrimonio e vigilata speciale a Imola, riesce col marito a organizzare la fuga in gran segreto. Ne consegue l’arresto della famiglia rinchiusa nel carcere della Rocca sforzesca. “Il carcere era orrendo” scrive Maria “solo tavolacci sporchi con qualche coperta e un recipiente per i bisogni corporali, che non è possibile descrivere, tanto era lurido. Topi  e scarafaggi non mancavano. Per il mangiare era mia cognata che preparava qualcosa con l’aiuto di amici, compagni e conoscenti”.  Nel 1932 di ritorno in Italia da Parigi per una missione che la incaricava di portare documenti, viene arrestata. Affronta una lunga separazione dal marito e dalla figlia di 5 anni rimasti a Parigi. Dopo qualche tempo in carcere è  inviata al confino a Ponza. Lì trova conforto nelle altre donne, organizza con gli altri confinati momenti di studio facendosi arrivare libri, camuffati per evitarne il sequestro. Tiene una corrispondenza costante in codice col marito. Questo consentirà una continua relazione con l’esterno che contribuisce all’aggiornamento sulle vicende in essere e l’organizzazione di corsi, di attività culturali, eludendo il controllo della direzione e della milizia fascista.

Maria non ricorda mai i momenti dolorosi, solo i successi della lotta, valorizzando, pur fra gli stenti e la dura quotidianità, la forza  degli ideali e della scelte agite, di cui non si è mai pentita. Per questo, scontati i primi cinque anni di confino, viene condannata ad altri cinque anni con una decisione arbitraria. Sconta così la pena due volte per lo stesso reato senza alcuna motivazione. Comunicata al marito questa decisione, riceve da lui una lettera con la quale la informa che non se la sente di aspettare altri cinque anni il suo ritorno.

“Fu per me un momento assai triste e doloroso. Ero talmente sconvolta che per alcuni giorni non mi resi conto del significato delle sue parole, tanto mi appariva la sua decisione sbalorditiva e ingiusta e – perche no?- anche vile. Risposi perciò con una lettera molto dura dicendo che se il fascismo mi aveva condannato due volte per uno stesso reato, lui mi condannava una terza volta senza alcun motivo, e aggiungevo che solo un irresponsabile era capace di comportarsi in quel modo. Questa fu l’ultima lettera che gli scrissi, tutto era finito per sempre fra noi.” Berti partì poi per l’America lasciando a Parigi la figlia.

Il pensiero di Vinca è per Maria una preoccupazione continua. La brusca chiusura del rapporto coniugale vanificò la speranza di vedere un giorno riunita la famiglia. Una speranza nutrita con le lettere che a volte includevano fotografie della bambina. Un conforto ispirato dalle piccole cose ritratte in quelle rare immagini. “Anche le piccole cose rendono felice una mamma lontana, forzatamente strappata agli affetti famigliari”.

La figlia la raggiunge in seguito a Ventotene ormai tredicenne, dove i confinati erano stati trasferiti. Di quell’incontro Vinca Berti dice “Fu uno strano appuntamento. Tanto atteso e sofferto da parte di mia madre, distaccato da parte mia, ragazzina di 13 anni che andava ad incontrare una “estranea””. Il distacco aveva cancellato la serenità dei primi anni dell’infanzia. L’incontro con la madre che Vinca definì anche “sconosciuta” fu imbarazzato, freddo. Si rivelò completamente diverso dalle aspettative. Maria pianse tutta la notte. Rimasta inerte e indifferente a quel pianto, Vinca dirà poi di vergognarsi di una sua mancata reazione.

Nella sede dell’UDI, 1948.Da sinistra Maria Baroncini di profilo. In primo piano Rita Montagnana e Giuliana Nenni.

Dopo il 25 aprile 1945 Maria torna a Imola con la figlia per un breve periodo. Raggiunge ben presto a Roma il nuovo compagno Mauro Scoccimarro, importante dirigente nazionale del P.C.I.  conosciuto negli anni di Mosca e ritrovato al confino. Lì aveva incontrato e intrattenuto rapporti con alcune delle donne e degli uomini più importanti dell’antifascismo che sarebbero stati madri e padri fondatori della nuova Repubblica. Amendola, Pertini, i Fratelli Rosselli, Adele Bei, Camilla Ravera, Li Causi, Terracini, Secchia e altri. Un destino che segnerà la sua vita anche in seguito. Tornata a Roma continua a lavorare per il Partito Comunista nella segreteria di Togliatti conosciuto anch’egli a Mosca.  E’ fra le fondatrici dell’U.D.I. (Unione Donne Italiane) il cui primo direttivo era composto da Maria Maddalena Rossi (prima presidente nazionale e deputata) Rita Montagnana, Rosetta Longo, Maria Romita, Ada Gobetti, Adele Bei, Giuliana Nenni, Maria Luigia Nitti Baldini.

La figlia Vinca, sedicenne, seguirà le orme della madre. Desiderosa di partecipare alla lotta politica e scoraggiata per via della giovane età, si trasferirà a Milano, dove inizierà a collaborare coi Giovani Comunisti.

Maria Baroncini tornò a Imola nel 1970 in occasione del 50° della Frazione comunista, quando le fu conferita una medaglia di onorificenza.

Novembre 1955. Incontro a Firenze delle Fondatrici di “Noi Donne”

Siamo figlie di queste donne. Il loro dolore ancora ci parla

Perché raccontare queste storie? Perché offrono uno sguardo che va oltre le vicende pubbliche e le spiegano, parlano alle nostre vite nella loro dimensione privata e personale. Il passato ci parla. La memoria è molto di più che ricordo, evocazione e celebrazione. Si parla spesso di passato come qualcosa da lasciare definitivamente dietro alle spalle e ancora di più di futuro come un orizzonte generico, astratto, di cui non si individuano le radici.

Marco Balzano nell’ acuto saggio “Le parole sono importanti” dice che la memoria va attivata. E’ la capacità di rappresentare un evento accaduto con uno sforzo che è nell’etimologia del vocabolo. “Nel verbo memini (e nel suo corrispondente greco mimnèsko) c’è il progetto, l’intenzione, la costruzione, insomma le componenti del pensiero. Questo sforzo di recuperare un brandello di tempo e rappresentarlo fa sì che il verbo designi anche il racconto, la narrazione. Le “memorie”, infatti, sono un genere letterario.” (…) “ La funzione etica della memoria ne sancisce anche la sua dimensione pubblica: salviamo ciò che per la sua ricchezza di senso può illustrare una condizione attuale, ciò che non abbiamo analizzato a sufficienza, ciò che è giusto non dimenticare: per dirla con Bergson, ciò che desta la nostra attenzione alla vita” . Balzano poi sostiene che recuperiamo dal passato ferite ancora non rimarginate le quali chiedono cura e comprensione perché mai cicatrizzate. Ciò che è pacificato diventa passato, un accumulo di materiale neutro che non si aggancia all’oggi. La memoria è ciò che può mettere in discussione l’oggi. Per dirla con Pasolini una “forza contestatrice” capace di “far crollare il presente”. “Per questo” sottolinea Balzano, “il potere ha sempre avuto la necessità di stordirla, di dominarla, di rimuoverla, di alterarla. Di-menticare significa “far uscire dalla mente”, “rendere de-mente”, potremmo dire con una traduzione volutamente estrema.”

Da quando sono avvenute le storie di Maria e di tutte le altre che hanno vissuto una sorte analoga, sono accadute molte cose. Le generazioni che hanno vissuto il fascismo e la Resistenza se ne stanno andando a grandi passi. Ci hanno trasmesso un senso prezioso della vita e dei valori per cui vale la pena battersi. Ma ci sono ancora ferite aperte. La parità salariale e dei diritti, il diritto al lavoro, sono obiettivi comuni a quella generazione e non ancora raggiunti. La conciliazione fra lavoro produttivo e di cura, il riconoscimento di questo come risorsa, sono i fattori che determinano il cosiddetto gap gender. In virtù di questo spesso si sente dire che i diritti non sono scontati, non sono conquistati una volta per tutte. Credo sia vero.

Come ci parlano dunque le vite delle donne che ci hanno preceduto? Non solo ci dicono della durezza del conflitto per vedere riconosciuti i diritti. Queste storie ci indicano una strada, il modo e i processi che servono per costruire la forza che porta al successo. Una forza individuale e collettiva che si nutre di coraggio, di impertinenza, di critica, di azione politica.

1955 a Firenze

In una contemporaneità in cui la politica è sempre meno azione collettiva, confronto, progetto e strategia, la storia di quelle donne ci parla di questo. Grazie alla memoria acquista il senso di un esempio di cui oggi ancora abbiamo bisogno. Ogni generazione ha un compito storico che si fonda sugli avvenimenti precedenti perché da lì si genera. Il problema non è tanto quello di preservare. I tempi cambiano e si agisce nel presente. Le conquiste che abbiamo trovato e che ci hanno reso la vita più agiata rispetto ad allora vanno reinterpretate e rivitalizzate sul presente per il futuro che vogliamo.

Ciò che le nostre madri ci dicono dal passato è che per condizionare il proprio tempo storico ottenendo i diritti e le condizioni di vita a cui aspiriamo occorre essere protagoniste del cambiamento. Ci insegnano un metodo per costruire la forza che ci serve, per capitalizzare l’eredità che ci hanno lasciato e andare oltre. Senza una forza politica attiva che ne determini la reinterpretazione e l’adeguamento ai tempi, i diritti diventano preda di coloro che li considerano un intralcio ai loro interessi e alla loro ideologia. Come stiamo vedendo in questi anni. Le nostre madri ci insegnano come stare nella Storia. Ecco perché il passato ci parla e la memoria ha un senso.

La storica Annarita Buttafuoco in una sua analisi del femminismo evidenzia come questo sia stato anche il frutto di esiti altrettanto significativi di quelli dei movimenti degli anni sessanta, del lavoro politico delle generazioni precedenti. Una idea ripresa da Marisa Rodano, oggi centenne attiva nella Resistenza e nel movimento delle donne, a lungo senatrice della Repubblica, nel suo “Memorie di una che c’era”. Afferma: “nella storia del movimento di lotta delle donne italiane, fra tutti i suoi aspetti e le sue sfaccettature, non vi sarebbe mai stata una cesura effettiva né una contrapposizione reale, ma una, pur sotterranea, continuità e convergenza”. Il senso della memoria.

(Virna Gioiellieri)