Grande è il potere del fraintendimento intenzionale (C. Darwin)

Nel giorno in cui il Parlamento vota per dare a Patrick Zaki, detenuto per reato d’opinione nelle carceri del regime egiziano, la cittadinanza italiana, Giorgia Meloni, che non ha ovviamente aderito a questa iniziativa umanitaria, come del resto si è opposta al perseguimento dell’omofobia, alla legge contro la tortura e a un’altra serie di cosucce (quilinen dicono a Bologna) che hanno a che vedere con la dignità umana ( anche lo ius soli appartiene a questa vasta famiglia, anche il contrasto all’odio) non trova di meglio da fare che indignarsi per la sanguinosa ferita inferta alla nostra libertà dal provvedimento con cui il Governo, in un percorso prodigo di riaperture, mantiene tuttavia, come la Francia, la Germania e la Gran Bretagna, il divieto di andare a ungere di notte le porte delle nostre case.

Che qualcuno si ostina a chiamare coprifuoco.

Impropriamente.

Perché col coprifuoco vero ti sparano.

Mentre con questo non ti controlla nessuno.

A parte Gassman, diventato ora più colpevole dei colpevoli.

Per aver chiesto allo Stato di far rispettare le proprie leggi.

Chissà se Enrico Ruggeri considera un delatore nostalgico della Germania est ( ma non faceva prima a dire del fascismo?) anche chi segnala un gruppo di idioti che si diverte ad andare contromano in autostrada.

Non è anche questa libertà?

Nello stesso giorno una Signora vecchia come la storia e bella come la vita si è presa su da casa, accompagnata dalla scorta che la deve proteggere dalle minacce di morte di un pugno di bastardi, per recarsi in Parlamento a sostenere la causa del ragazzo egiziano.

“Sono la nonna di Zaki” ha detto.

Come dire “siamo tutti berlinesi” e “siamo tutti Charlie Hebdo”.

Dicono che nessuno comprende il valore della verità come chi ne ha sofferto la privazione.

Forse per questo Liliana Segre capisce quel che Giorgia Meloni mostra di non comprendere o intenzionalmente fraintende.

Perché appartiene a una storia, a una cultura differente.

Perché viene da un’esperienza di vita differente.

Quella delle vittime.

Mentre la leader di Fratelli d’Italia, cresciuta al calore della fiamma missina, di cultura ha conosciuto soprattutto quella dei carnefici.

Riveduta, corretta e tuttavia non del tutto rimossa.

La Shoah è stata una tragedia unica nella storia moderna ma se chiedete alle vittime morire soffocati dal gas o con l’acqua che ti dilania i polmoni in fondo al mare non è poi così diverso.

Come sempre uguale è il razzismo, in ogni luogo e in ogni tempo.

E l’intolleranza verso gli altri membri del consorzio umano e verso le regole che si da.

Fin qui la cultura, poi vengono le sensibilità personali, ma non mi piace vincere facile.

Nell’imminenza del 25 Aprile, che rischia di essere disturbato dalle idiozie sulla liberazione dei negozianti dalla dittatura degli scienziati del 26, gioverebbe molto ai nostri ragazzi in credito di presenze ma anche di buoni contenuti educativi ( con gli adulti, malgrado quel che diceva il grande Alberto Manzi, è ormai troppo tardi) che ci impegnassimo tutti per ristabilire il significato autentico della libertà.

La cui essenza non consiste in un piatto di rigatoni a mezzanotte, che per qualche tempo puoi anche mangiare due ore prima senza che il tuo equilibrio psicofisico ne sia turbato (oddio…) ma piuttosto nel non vedersi preclusa la possibilità di farlo quando la situazione lo consente, nel non giacere in miseria così da non potervi accedere, nel non trovare buona la zuppa di un campo di concentramento, come racconta con annichilenti parole Primo Levi, e come toccò in sorte a Solženicyn e, adesso, a Zaki.

Arbeit Macht Freit, il lavoro rende liberi era scritto sul cancello di Auschwitz: due parole nobili per il male supremo.

A queste persone, ai milioni di vittime dei soprusi, della volontà di potenza, del fanatismo, noi dobbiamo almeno il rispetto delle parole per le quali hanno vissuto e sofferto.

Senza affogarle dentro un Mojito.

Che rientra nella rispettabile categoria del piacere e solo alla lontana in quella della libertà.

E deve dunque affievolire di fronte alla sacralità della vita.

Non sembra così difficile da capire.

Sgarbi rivendica il diritto di ammalarsi e noi glielo auguriamo di cuore.

In un émpito di solidarietà arrivò a dire che se nella pienezza dell’esercizio del suo diritto venisse a mancare ci impegniamo a non piangere .

Chi siamo noi per giudicare?

Meno indifferenti ci lascia l’eventualità che in corso d’opera il diritto ad ammalarsi di qualcuno prevarichi il diritto a non ammalarsi del prossimo suo, visto che si tratta pur sempre di epidemia.

Nel qual caso appellarsi ai principi liberali diventa un po’ più difficile.

Questa comune ma ineguale tragedia non azzera le ragioni e i torti.

Non c’è nessuna ragione economica e men che meno politica che giustifichi la messa al bando della prudenza, il dileggio della scienza, la forzatura di prescrizioni sanitarie che hanno lo scopo di spegnere l’incendio e salvare vite umane.

“Il risultato non è stato conseguito per le vaccinazioni – ha detto Boris Johnson- la gente deve sapere che il lockdown è stato fondamentale”.

Dove si dimostra che si può essere conservatori e intelligenti, di destra e responsabili.

Solo un conservatore stupido, scrive Galbraith, è davvero un reazionario.

Non esiste libertà dissociata dalla responsabilità, una libertà che non si fa carico delle conseguenze delle nostre azioni.

Noi guidiamo con prudenza in prossimità di una scuola per evitare di investire un bambino non perché ci obbliga una legge.

O almeno voglio sperare.

Uno Stato non può nascondere le proprie responsabilità dietro l’irrequietezza e l’insofferenza alle regole dei cittadini.

Nè questi possono sentirsi sollevati dalle proprie allorché lo Stato non è all’altezza del compito.

Questa col covid, ma poi tutte le altre che combattiamo nella vita sono battaglie che si vincono o si perdono assieme.

La responsabilità della politica di afferma fissando un obbiettivo realistico e costruendo un percorso plausibile.

Su cui far convergere, richiamandole a questo, appellandosi ad esse, suscitandole ove non si manifestino spontaneamente le responsabilità individuali di ognuno di noi.

“Aprire immediatamente tutto”, come strepita Giorgia Meloni, non è un obbiettivo realistico e dunque non è un atto responsabile.

Non si sa cosa sia, visto che la pretesa è sempre la stessa da un anno, d’estate e d’inverno, all’aperto e al chiuso, coi vaccini e senza, coi morti e coi morti.

Modello Bolzonaro.

Mentre la regina d’Inghilterra invita i cittadini britannici a resistere, Giorgia e i suoi fratelli incitano gli italiani a disertare la battaglia.

Oltremanica per decidere tempi e modi delle aperture tengono conto del numero delle vaccinazioni, del numero dei ricoveri e della pressione delle varianti, qui da noi Salvini vuole contare diversamente il numero dei deceduti.

Piccoli marchingegni di piccoli mestieranti.

Nel segno di quell’avventurismo spregiudicato che contrappunta qua e là la storia d’Italia.

Mussolini dichiarò guerra alla Francia, nostra alleata, per sbocconcellarne i resti dopo il pasto nazista.

Sappiamo come finì.

Meglio, molto meglio procedere con scelte ragionate.

Il covid ci dirà se quelle che stiamo facendo sono anche ragionevoli.

(Guido Tampieri)