Morta a 81 anni Milva, una delle grandi cantanti italiane. Nel suo repertorio Brecht e Weill, la Germania era la sua seconda patria. Divideva il podio con Mina e Vanoni. La ricordo una volta nella redazione del manifesto in via Tomacelli a Roma, anni settanta. Era venuta a salutare Rossana Rossanda, ma credo anche a sottoscrivere per il giornale come faceva di solito senza mostrarlo di persona. La ricordo alta, maestosa nel portamento, teatrale nei modi, con la caratteristica chioma rossa e fluente. Lei, infatti, era “rossa” di capelli come pure politicamente. Un disco con canzoni scritte per lei da Enzo Jannacci era titolato per l’appunto La rossa. Con Rossanda dovevano conoscersi da tanto, probabilmente da quando Rossana aveva diretto la Casa della cultura a Milano. Milva (Maria Ilva Biolcati, il nome vero), frequentava i circoli della sinistra milanese, quello di Giorgio Strehler  del Piccolo teatro tra gli altri fin dal 1965.

Quando si andava a vederla nei concerti, Milva faceva la stessa impressione di quando la incontravi per caso: altera, padrona assoluta del palcoscenico, sicura in ogni gesto. Mi è capitato di ascoltarla live l’ultima volta in un concerto dedicato al Tango di Astor Piazzolla, con cui incise un disco. Eravamo a Osta antica, tra i ruderi  del teatro romano, un incanto di location. Milva faceva una grande impressione: la perfezione della rappresentazione era esibita da parte sua con il piacere di esserne consapevole. Era tale la perfezione di Milva che poteva addirittura dare fastidio. Troppo sicura di sé. Un artista può infatti conquistare il pubblico pure per qualche incertezza o per la spontaneità che comunica. Non era il caso di Milva. In lei, tutto appariva pensato, voluto, non casuale.  Forse era anche il suo limite. Artisticamente era comunque grandissima, duttile, indiscutibile.


Agli inizi della carriera era  solo la “Pantera di Goro”, dal nome del paesino della provincia di Ferrara in cui era nata. Una delle prime sue esibizioni fu al Festival di Sanremo con Il mare nel cassetto (1961), tipica melodia italiana. Come avvenne con Ornella Vanoni, l’incontro successivo con Giorgio Strehler ne svelò doti interpretative insospettabili. Iniziò a cantare Bertold Brecht e Kurt Weill fin dai primi anni sessanta.

Purtroppo non esiste una copia video della brechtiana L’opera da tre soldi, messa in scena nel 1973 proprio con la regia di Strehler, dove Milva divideva il palcoscenico con Domenico Modugno, impareggiabile interprete di Mackie Messer. Da lì prese le mosse per conquistare il mercato della Germania, dove l’adoravano perché prese subito a parlare e cantare con dimestichezza in tedesco. Era molto ammirata anche in Francia. Poi, ancora, la sua fama  fece il giro del mondo arrivando finanche in Giappone. Della “Pantera di Goro” era rimasto ben poco, era invece nata una star internazionale.

Recitazioni a cinema e teatro, recital indimenticabili hanno inframezzato una carriera strepitosa. Fino al 2010, quando annunciò in tv il suo addito alle scene. Aveva i primi sintomi dell’alzheimer con problemi di memoria. Temeva che la malattia offendesse la precisione delle sue performance. Ora si apprende, da una sua lettera/testamento in cui ringrazia il pubblico, che Milva ha sempre badato per sua stessa ammissione innanzitutto a “tenere in primo piano la qualità delle interpretazioni”. Ultima apparizione in teatro nel 2011 con La Variante di Lüneburg, tratto dall’omonimo libro di Paul Mauresing. Nel 2018, il Festival di Sanremo le assegnò il Premio alla carriera ritirato dalla figlia Martina (Milva detiene, con quota 15, il record delle presenze nella rassegna canora insieme a Peppino Di Capri).

Tra le sue ultime incisioni, le collaborazioni con Franco Battiato nei cd Alexander Platz, Milva e dintorni, Svegliando l’amante che dorme. Milva ha diviso per decenni il podio della canzone italiana con Mina e Ornella Vanoni.

(Aldo Garzia – Foto di Marica Rossi)