Prosegue il dibattito sulla proposta del segretario del Pd Letta di vedere “I lavoratori nella dirigenza delle aziende”.

La pandemia sanitaria in corsa ci interroga sulle modalità di organizzazione del mondo del lavoro e dell’impresa. Il sistema napoleonico dei codici Ateco è risultato totalmente inadeguato rispetto alle necessità di individuare i settori economici strategici o essenziali che devono rimanere aperti. La tutela della salute e la sicurezza, oltre ad una dimensione individuale e soggetiva, acquisiscono ora una nuova consapevolezza nella loro dimensione sociale e colletiva, nella comune valutazione che non si può essere in salute ed in sicurezza, se non lo è anche chi lavora al nostro fianco. Le diseguaglianze nel mercato del lavoro si sono acuite a causa della pandemia, penalizzando soprattutto i giovani e le donne che avevano forme contrattuali precarie e a termine. Il bisogno di ridisegnare le priorità strategiche delle politiche industriali, tra cui la transizione ecologica e la transizione digitale, richiamate nel Recovery Fund e nel piano di Next Generation EU, andrebbero dunque integrate dalle politiche di genere come priorità trasversali. Come inserire queste considerazioni andando al di là del classico elastico, tra interventismo pubblico e ragioni del mercato? Come coniugare la sostenibilità (economica, ambientale) con la giustizia sociale?


La democrazia economica può essere la chiave per portare a terra questa “nuova normalità”, da più parti invocata, ma che si fa fatica a tracciare nella direzione di marcia e negli strumenti operativi.

Invero, il principio della partecipazione dei lavoratori è già previsto nel nostro ordinamento costituzionale; tuttavia, in Italia, salvo alcuni isolati e meritori casi territoriali, non esiste una forma istituzionale di partecipazione strategica dei lavoratori e delle lavoratrici nel governo dell’impresa. Questo determina, da un lato, il rischio della frammentazione della tutela del lavoro, con un muro che divide chi ha un lavoro tutelato e chi ha un lavoro precario e, dall’altro, a non avere un luogo di dialogo tra gli interessi dei lavoratori e gli interessi dell’impresa, nella prospettiva di costruire una filiera del valore, in sinergia con il territorio.

Nel dibattito pubblico, di solito prendendo spunto da forme organizzative diffuse in altri Paesi europei (come la Germania) più che dalla valorizzazione delle esperienze presenti nel nostro territorio nazionale, le organizzazioni sindacali e imprenditoriali ciclicamente si interrogano sulla possibilità di costruire forme di “partecipazione strategica” di lavoratori e lavoratrici.

Il Comune di Bologna aveva siglato nel 2018 un’alleanza strategica con il “Forum Diversità e Diseguaglianze” coordinato da Fabrizio Barca per sostenere proposte da presentare al Governo ed al Parlamento: dall’adozione il 31 maggio 2018 della Carte dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano (altrimenti nota come “Carta di Bologna” o “Carta dei rider”) per promuovere una cultura del lavoro digitale senza arretrare sui diritti e le tutele per i lavoratori della gig economy, all’adozione il 19 ottobre 2019 del Protocollo Appalti per mettere l’offerta economicamente più vantaggiosa come criterio ordinario di assegnazione degli appalti pubblici al posto del minor costo e del massimo ribasso.

Tra queste proposte, la valorizzazione degli istituti di partecipazione dei lavoratori/trici al governo dell’impresa, dotati di effettivi poteri di co-decisione, ha portato alla proposta di introdurre la forma istituzionale dei “Consigli del lavoro e della Cittadinanza” come la via per realizzare la democrazia economica dentro l’impresa. La proposta prevede l’istituzione di un Consiglio composto da lavoratrici e lavoratori che nell’impresa e nella filiera produttiva operano sotto le diverse forme contrattuali. Il Consiglio può essere affiancato da soggetti del terzo settore e dell’associazionismo civico in grado di dare rappresentanza alle istanze della comunità locali e dei territori interessati dall’impatto delle decisioni aziendali. Il Consiglio valuterà strategie aziendali, decisioni di localizzazione, condizioni e organizzazione del lavoro, formazione, impatto delle innovazioni tecnologiche su lavoro e retribuzioni, nonché gli impatti ambientali e gli interventi con ricaduta nel territorio. A seconda della tematica può essere dotato di diversi poteri: a) informazione; b) consultazione; c) proposta; d) co-progettazione; e) co-decisione.

Non si tratta di stravolgere la mission delle imprese; si tratta piuttosto di introdurre strumenti di rappresentanza che possano influenzare le decisioni aziendali per interiorizzare valutazioni sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, sul welfare aziendale, sulla promozione delle pari opportunità, sull’innovazione sociale che, in assenza di una rappresentanza diretta degli interessi dei lavoratori, rischiano di rimanere fuori dai circuiti decisionali delle imprese.

In questo modo, le comunità locali potranno conoscere e confrontarsi preventivamente con le scelte strategiche aziendali ricercando, anche con i lavoratori e le lavoratrici, punti di incontro fra soluzioni diverse, in merito a quelle stesse scelte e al supporto infrastrutturale che le imprese chiedono al territorio e trovando punti di sintesi avanzati tra le esigenze del lavoro e quelle della difesa dell’ambiente e della salute. Il Consiglio diventerà un centro di competenza tecnica che accrescerà la qualità del confronto tra amministratori e managers e del pubblico confronto, aiutando a individuare soluzioni eque ed efficienti a problemi complessi.

La più grande lezione che la pandemia sanitaria può offrire all’organizzazione del mondo del lavoro e dell’impresa è che nessuno può uscirne da soli. Costruire spazi di democrazia economica all’interno dei processi decisionali delle imprese può aiutare ad orientare la produzione verso la filiera del valore, investendo sulla fiducia e sul dialogo, anzichè scaricare la conflittualità nei binari dei monologhi paralleli.

L’auspicio è che il rinnovato interesse per le forme di democratizzazione delle istanze dei lavoratori dentro le decisioni aziendali, superi la ditattura dell’emergenza, e possa portare alla messa a terra di proposte che possano dare un rinnovato impulso alla democrazia del governo economico, necessario a fronteggiare con consapevolezza le opportunità ed rischi del cambiamento tecnologico nel mercato del lavoro.

Una rinnovata valorizzazione della democrazia economica attraverso il riconoscimento di istituti come i “Consigli del lavoro e della cittadinanza” sarebbe un segnale di novità (rectius: discontinuità) importante del Governo Draghi in questa direzione.

Leggi anche Lavoratori e “padroni”?, si può, ma in forme nuove

(Marco Lombardo, assessore al Lavoro del Comune di Bologna – Foto tratta dall’archivio degli amici Fiom)