Ho giocato a calcio fino a trent’anni. Dall’Eccellenza alla Terza categoria ho calcato tutti i campi da Bologna alla Romagna e, che dio ve ne scampi, alcune piazze del ferrarese che era come andare in guerra. Poca Eccellenza, voglio essere onesto, e molta Seconda. Ma non è dell’odore di canfora o di erba appena tagliata quello di cui voglio scrivere oggi, in tanti hanno raccontato la magia degli spogliatoi del calcio dilettantistico, io non saprei fare di meglio. Quello di cui voglio parlare è il dopo. Perché a trent’anni non ci si può fermare di botto e ripararsi sul divano, pena un decadimento improvviso nell’anima e nel fisico. Il dopo è sempre tragico.

Ecco come ho affrontato il post ritiro dall’attività agonistica.

Calcio a 9: il calcetto del giovedì non lo volevo fare. Il calcetto del giovedì mi sapeva di frustrazione, di mariti che volevano stare lontani dalla moglie, di manager stressati che non aspettavano altro che scaricare le nevrosi del lavoro sulle caviglie altrui. Poi ero ancora in forma, avevo smesso di giocare da pochi mesi, chiudendo la carriera con una misera retrocessione dalla Prima alla Seconda categoria. A venirmi in soccorso erano arrivati un manipolo di compaesani impegnati in un vero e proprio campionato di calcio a 9, sui campi di San Lazzaro di Savena.
Durata complessiva: 9 mesi.
Motivo dell’abbandono: frattura del polso su fallo da rigore subito.

Piscina (corso): aggiustato il polso avevo deciso di optare per quello che è unanimemente considerato lo sport più completo di tutti: il nuoto. Tuttavia, non avevo valutato un aspetto secondario, è anche lo sport più palloso del pianeta. Però mi fa bene, mi ripetevo dopo ogni vasca. Mi ero iscritto a Castel San Pietro Terme, a quel tempo nel mio paese la piscina coperta era ancora un miraggio. Avevo trovato anche un prode compagno a farmi compagnia. Avanti e indietro, su e giù per via San Carlo, due volte alla settimana. E poi avanti e indietro, su è giù per la corsia.
Durata complessiva: 2 anni (ebbene sì).
Motivo dell’abbandono: “Fabio, andiamo a nuoto stasera?” “Mi sa che non riesco, sono indietro con il lavoro” “Pure io no sto messo bene, allora rimandiamo a giovedì”. È finita così, non ci hanno mai più visto.

Yoga: cominciavo a sentire i primi morsi della cervicale, lo Yoga prometteva mirabilie, di rimettere in equilibrio il mio corpo facendo sprigionare energie sopite fin dalla nascita.
Durata complessiva: 2 settimane.
Motivo dell’abbandono: se hai fatto uno sport di squadra (e di contatto) non puoi fare yoga. È come mangiare i quadrucci nel brodo di dado dopo un piatto di tortellini nel brodo di cappone.

Boxe: sì, nel mio paese abbiamo una palestra di pugilato e avevo deciso di trascorrerci due sere a settimana. Sia ben chiaro, io mi limitavo alla fase di preparazione atletica, non avevo intenzione di indossare i guantoni e salire sul ring, ci mancava pure di tornare a casa con un occhio nero. L’atmosfera era bella, sembrava di stare in un sobborgo di un quartieraccio americano, tra i sacchi e i punchball.
Durata complessiva: 3/4 mesi.
Motivo dell’abbandono: la mia cervicale peggiorava allenamento dopo allenamento, e si che il preparatore me l’aveva detto: non è il rimedio giusto la boxe per il male al collo. Forse avrei dovuto salire sul ring con la giovane promessa Alì, che magari mi raddrizzava la spina dorsale a suon di montanti.

Tennis: saltuarie partite con amici. Era uno sport nel quale me la cavavo piuttosto bene, tanto che da piccolo avevo pensato di mollare il calcio per darmi alla racchetta. Ad ogni modo non sono andato oltre i tre match, se ricordo bene, e ho pure perso da un caro amico che non faceva passare la palla a meno di due metri d’altezza sopra la rete. Un’umiliazione irreparabile.
Durata complessiva: tre incontri.
Motivo dell’abbandono: troppo impietoso il confronto con il giovane tennista che ero.

Camminare: è il mio oggi. Diecimila passi al giorno, compresi quelli che percorro in casa, dallo studio al bagno, dalla cucina al soggiorno. Ne macino duemila circa tra le mura domestiche, il resto in campagna, con amici o da solo. Ogni tanto, ma raramente, ci metto pure un po’ di corsa, come per insaporire lo sforzo. Col tempo mi sono comprato anche qualche capo di abbigliamento tecnico: una maglia termica e dei calzini per il running, prima o poi mi farò anche le scarpe adatte.
Durata complessiva: sono ormai cinque anni che tengo botta.
Motivo dell’abbandono: non ho ancora abbandonato.

Calcetto: ammetto di essere cascato nella trappola del calcetto. A distanza di molti anni mi sono presentato a tre convocazioni organizzate dai genitori della squadra di calcio di mio figlio. Dopo la prima partita abbiamo portato al pronto soccorso Maurizio Montelli: distorsione al ginocchio.
Dopo venti minuti del secondo match il buon Giorgio Petruzziello è franato per terra lussandosi la spalla. Il terzo incontro è stato rimandato causa biblico acquazzone. Ho appeso le scarpe al chiodo. I diecimila passi sono l’unica attività che fa per me.