Una telefonata tra due capi di stato (sembra …), un po’ di titoli sui palinsesti televisivi e caratteri robusti su giornali e riviste: un passato che ritorna. Un passato di non molti anni fa, anni di piombo come si chiamavano e si chiamano tuttora. Il piombo non fa riferimento ai proiettili che riempivano le strade e le piazze delle nostre città, ma alla cappa di piombo che sovrastava tutta la nostra quotidianità. Un peso composto da profonda incertezza, da dubbi e richiami provenienti dalle parte più disparate e avverse. Un passato di assordante rumore e profondi silenzi.

Chissà se i giovani di oggi, tanto intenti a scrutare gli schermi dei loro immancabili smart, possano essere in grado di comprendere, di capire, di interiorizzare le ferite di un tempo che il tempo non riesce, a tutt’oggi, a cancellare. L’odio invadeva gli animi, la scelta di classe appariva ai più irrinunciabile e imprescindibile, trovando unico sfogo nella rottura degli schemi di un democrazia ancora molto fragile, impreparata ai nuovi sussulti di rabbia dopo tanti anni di silenzio ovattato e imposto.

Pochi nomi di personaggi fuggiti ad una giustizia più e più volte apertamente criticata quando non sorpresa impreparata e corrotta, nomi di disperati che trovavano nell’ingiustizia mirata la ragione di una vita, appartenenti a gruppi clandestini in grado di apportare sangue fresco su ferite ancora da rimarginare. L’odio sparso a volontà che ha trovato unico sfogo nella morte dell’altro, del rivale, del portatore di simbolo. Inseguiti in ogni dove, trovarono sicuro rifugio nella vicina Francia, che valutò, allora, non completamente degna di fiducia la giustizia dello Stato Italiano, degli allora responsabili politici italiani e, così, fino all’altro ieri, hanno potuto vivere indenni una libertà acquisita nell’incertezza, nella temporaneità, nel dubbio. E non si creda che la storia sia finita.

La sete di giustizia alza il tiro e gli scudi, finalmente, si levano. Troppo facile inseguire la certezza degli altri proprio mentre fino a ieri l’incertezza invadeva e ancora invade le nostre aule di tribunale, le nostre istituzioni, le nostre città e case. Mentre attendiamo con giustificato rigore il rientro in patria degli assassini per rinchiuderli nelle celle che da anni li attendono secondo una giustizia dai tempi troppo spesso lunghissimi, siamo costretti ad assistere a procedimenti giudiziari che perdurano nel tempo, negli anni, nei decenni, a perenne rimembranza dell’insipienza dell’uomo. Tutti i cuori in alto a difesa della libertà, indici puntati contro gli assassini comunisti e i bombaroli fascisti in assenza di una seria e motivata analisi del perché. Una sola risposta è possibile: l’odio che si tramuta in vendetta. Unicamente quando riusciremo ad acquisire certezza dell’inutilità della violenza, dell’indispensabilità nel riconoscere le ragioni dell’altro, nell’inutilità della forza bruta e della prevaricazione riusciremo in quell’equilibrio che, da solo, rende la vita serena.

Dobbiamo in tutti i modi, con ogni sforzo, con profonda coscienza nell’agire, far si che i nostri ragazzi, già duramente provati da quest’evolversi di una pandemia che sembra (e forse sarà) senza fine debbano rivivere ed assistere con impotenza a ciò che noi, loro genitori e nonni, abbiamo dovuto vivere e accettare quali testimoni. Stiamo assimilando una verità molto dura: non sempre il tempo cancella le ferite.

(Mauro Magnani)