Passeggiata Nr. 1. Era la prima volta che usciva con il solo scopo di passeggiare e non di fare la spesa. Avrebbe osservato rigorosamente le norme: camminare entro l’arco spaziale di 200 m. – una distanza ridicola per una sportiva come lei – e indossare sempre la mascherina.

Osservava stranita le vie della sua città e stentava a riconoscerla. Le venne in mente un romanzo di Cormac Mc Carthy, “La strada”, che narrava le vicende di un superstite della guerra atomica. Quel libro aveva creato in chi lo aveva letto un profondo malessere e, alla fine, una volta riposto con sollievo sullo scaffale, era stato come scacciare un pensiero molesto. Restava la rassicurante convinzione che quanto aveva letto non sarebbe mai potuto succedere nella realtà perché gli uomini tengono troppo alla loro sopravvivenza.

E invece… Nessuna guerra atomica, certo, ma la diffusione di un virus mortale le cui conseguenze, fino a ieri, erano sembrate impossibili.

C’era una bellezza crudele in quelle strade fiancheggiate da palazzetti sopravvissuti a secoli di alterne vicende, umane e politiche. Eccoli qui, oggi, impassibili, (com’è nella loro natura!), di fronte all’ennesimo dramma umano.

Pochi i passanti, molti ancora senza la mascherina d’ordinanza. Li osservava di sfuggita come se anche un solo sguardo potesse portare al contagio. Tutti camminavano in fretta, la mente altrove. La maschera le offriva l’alibi dell’anonimato: guardare, osservare, senza essere guardata e osservata.

Davanti alla pescheria e al negozio di alimentari, corte file ordinate di persone che aspettavano di entrare e mantenevano le distanze: mute. Di solito, quando si aspetta, c’è sempre qualcuno che attacca bottone, anche solo per ingannare l’attesa. Il virus sembrava aver seccato le lingue.

Entrò in chiesa, più che altro per controllare se era deserta. Ne uscì un giovane padre che teneva un bambino per mano. La basilica era vuota e sembrava ancora più buia di quanto non lo fosse mai stata. Gli enormi teleri erano macchie nere e indistinte sulle pareti. Le tornarono a frotte i pensieri che aveva cercato di allontanare dalla mente con quella passeggiata: decine e decine di bare, allineate in un capannone, all’interno delle quali erano stesi i poveri corpi cui era stato negato il conforto e la carezza di una persona amata.

Tutto intorno a lei aveva un’aria minacciosa e infida. Pensò con sollievo alla sua casa e vi si affrettò: non vedeva l’ora di tornare a rinchiudersi nel suo appartamento. Le stanze le apparivano come un fortino solido, munito di tutto il necessario per resistere. D’ ora in poi non sarebbe uscita che per stretta necessità. Voleva vivere. Doveva vivere.

Passeggiata Nr. 2. Dopo cinque giorni di prigionia, rotti solo da una breve uscita per la solita spesa, contravvenne al suo proposito di non fare più passeggiate.

La giornata era più che tiepida, un sole splendente ammiccava dal cielo azzurro. Decise di allungare, di poco, il percorso della settimana precedente. Si spinse fino alla via dei negozi eleganti. Dalle vetrine i manichini con i nuovi abiti primaverili sembravano fantocci pronti per una rappresentazione teatrale. Quello che solo qualche mese prima avrebbe osservato con curiosità e, forse, con desiderio, le sembrò una mascherata senza senso. Ogni traccia di vanità era scomparsa dalla sua vita. Brutto segno. Pessimo segno. Perché seppellirsi prima del tempo? Eppure proprio questo stava accadendole.

Per strada contò sulle dita di una mano le persone che incontrava.

Il terrazzo sul fiume che era stato di Justo e Giuliana, oggi era animato dalla presenza del figlio maggiore, subentrato con la sua famiglia dopo la morte dei genitori. Approfittando della calda luce del sole stava facendo piccoli lavori di falegnameria.

In questi giorni tutti si ingegnavano a far scorrere il tempo in lavori a lungo rimandati. Nel suo cortile la vicina si affaccendava a pulire la macchina e a sbattere i tappetini; sul terrazzo dirimpetto al suo abbaino un’anziana signora stendeva i panni tra i vasi di piante grasse che vivevano ormai di vita propria.

Passò accanto a un giardinetto pavimentato dove una fila di cassette piene di viole ricordavano che ormai era piena primavera e che la natura se ne fregava dei virus.

Possibile che fosse solo lei a non combinare niente di buono? Di tutto il lavoro arretrato che si era portato a casa dallo studio, non aveva preso in mano una sola pratica. I primi giorni aveva pensato: “C’è tempo. La quarantena è lunga”. Quando le settimane erano diventate un mese e di lavoro non ne era stato fatto, cominciò a preoccuparsi seriamente. Cosa le stava succedendo? Di condividere i pensieri con il compagno, che aveva scelto di rimanere nella sua casa, non c’era neanche da pensarci. Non avrebbe capito. Forse l’avrebbe presa in giro. In ogni caso era meglio lasciarlo tranquillo. Beato lui che se la spassava a suon di musica jazz e bricolage e non sembrava patire, per ora, gli effetti della forzata reclusione.

Arrivata poco oltre i duecento metri canonici, svoltò in fretta per tornare verso casa. Anche per oggi ne aveva avuto abbastanza.

Passeggiata nr. 3. Rieccola a spasso nel quartiere. E’ passata un’altra settimana e, questa volta, il decreto del Presidente del Consiglio permette di ampliare il raggio di azione delle passeggiate.

Anche oggi splende un sole radioso. Da quando è iniziata la quarantena non c’è stato un solo giorno di pioggia, il cielo è più terso e brillante che mai. Le macchine, ferme nei garage o parcheggiate ai lati delle strade, hanno permesso all’aria di tornare pulita e respirabile. La natura va riappropriandosi dei suoi spazi: i canti di uccelli si sono moltiplicati negli ultimi tempi e si odono chiaramente ora che un inusuale silenzio avvolge la città. Persino i gatti in giardino si sono moltiplicati e si sono fatti più audaci. Non che siano mai stati timorosi, ma ora sembrano animati da maggior sfacciataggine.

La città sta riaprendo qualche mercato all’aperto. Ci si incrocia in fretta, mantenendo responsabilmente la distanza di sicurezza, ma gli sguardi sono ancora sfuggenti. La mascherina funge da maschera: ci nasconde e ci si nasconde. Per strada capita di incontrare degli incoscienti che sfidano la sorte e non si rendono conto delle conseguenze che il loro comportamento ha sugli altri. Non sono tanti, ma sempre troppi in una situazione così seria.

Drammatiche le conseguenze sociali. Cerca di rimuovere questo pensiero ogni volta che si affaccia alla mente perché le fa troppo male.

Lei ha un lavoro sicuro e non ha quasi nulla da temere, ma come faranno quelli che non sanno se saranno in grado di guadagnarsi il pane alla fine di questa lunga, angosciante chiusura?

Mentre passeggia riflette sulle conseguenze che l’isolamento ha causato in lei.

E’ sempre stata amante dei propri spazi e della solitudine. Tra i luoghi che più ha amato, infatti, ci sono i deserti e non è star sola che le fa paura. Teme di più il suo stato di apatia, di inerzia e passività che le è totalmente nuovo e che ha disseccato in lei creatività e voglia di vivere. Tra le sue paure c’è quella di ammalarsi gravemente e, per la prima volta, contempla seriamente la possibilità che la sua avventura umana possa essere vicina al termine.

Non è una gran sensazione questa mancanza di futuro… Le sembra più che mai di lasciare qualcosa di incompiuto, anche se non saprebbe bene dire che cosa. La sua amata casa, gli stessi oggetti-simbolo che le hanno fatto compagnia nel corso degli anni, gli amati libri: tutto ha perso colore.

Ben diverse le reazioni di chi le sta vicino. Davide, il suo compagno, va riscoprendo la paternità dopo anni di affettuosa indifferenza con un figlio ormai maturo e sposato. Entrambi si guardano ora con occhi nuovi. Ci voleva questo virus perché scoprissero quanto hanno in comune e quanto sono simili nelle reazioni e nel modo di pensare.

Le sue amiche hanno reagito, quasi tutte, sfoderando un attivismo invidiabile.

L. si era buttata a capofitto nella progettazione del nuovo giardino e aveva dedicato all’amato orto ore e ore del suo tempo; P. aveva rimesso in ordine i trentennali quaderni di ricette. Le aveva raccontato di averle persino divise per categorie: le ricette di famiglia, quelle ereditate dalla famiglia del marito e quelle degli amici. Tra queste ultime, le aveva detto, c’erano anche ricette scritte da lei durante un comune soggiorno in montagna.

C’era chi si dedicava agli aperitivi via Skype e chi, sempre via cavo, dava lezione ai nipoti. Insomma, tutti sembravano aver trovato un loro centro. Lei ancora no.

Tornò a casa più che mai arrabbiata con se stessa.

Passeggiata Nr.4. Sono passati parecchi giorni dall’ultima passeggiata. Molte cose sono cambiate nella sua testa. Intanto, per la prima volta, è riuscita a prendere in mano le carte portate dallo studio e ha scoperto quanto benefico sia occuparsi di vecchie questioni di lavoro lasciate in sospeso. Le ha permesso di accantonare i pensieri ossessivi delle ultime settimane e di dedicarsi a qualcosa di più interessante dei lavori di casa e della cucina.

Nella sua regione le cose stanno andando meglio e la gente che incontra per strada tende ad indugiare davanti a qualche vetrina, a guardare di più il cielo e persino a fissare in faccia la gente che incontra. C’è nell’aria la sensazione già prossima della definitiva “liberazione”.

Anche lei comincia a fare timidamente qualche piccolissimo progetto per il futuro: cose davvero da niente, come comprare nuove piante per il terrazzo o andare a fare la spesa senza arraffare gli articoli da acquistare in tutta fretta, per uscire al più presto da “quella scatola di morte”, come aveva definito il supermercato qualche settimana prima.

Una scena a cui ha assistito in questi primi , timidi tentativi di riapertura, le ha fatto sanguinare il cuore.

Un padre, accompagnato dal giovane figlio, tiene in mano un fascio di volantini fatti in casa e cerca, con pudore e timidezza, aiutato dal ragazzino, di lasciarli nei negozi che trova aperti. Non sa cosa offrano o vendano. Una scena di altri tempi, un remake di “Ladri di biciclette” nel 2020. Una scena che fa male.

Passeggiata Nr. 5. Oggi può avventurarsi ovunque nella città. Può persino prendere la macchina per andare a fare la spesa in un ipermercato, se vuole. L’emergenza è quasi alla fine, le restrizioni sono limitate e più che ragionevoli. Può cominciare a guardare avanti, al poco o tanto futuro che le verrà donato.

Mentre passeggia per le strade del centro, più animate e colorate del solito,(o così, almeno, le vede lei), pensa a che cosa ha imparato da questo periodo di quarantena. Più che imparato cose nuove, crede di aver avuto delle conferme, su di sé, innanzitutto.

Ha visto confermato il suo bisogno di solitudine fisica (che non significa lontananza spirituale dagli altri); ha infatti curato i rapporti con amiche in forte difficoltà come se si fossero frequentate di persona perché i rapporti umani si nutrono non solo di contatto fisico, ma forse e di più di umanità e presenza spirituale, di parole che dal vivo non sempre si ha il coraggio di pronunciare e che la distanza aiuta a formulare. Due di queste amiche hanno vissuto e stanno vivendo vicende molto dolorose e lei le ha vissute in prima persona perché questa lontananza fisica, ma non morale, le ha insegnato ancora una volta a mettersi nei panni degli altri.

Sta imparando a non avere aspettative per il futuro, un futuro che sarà certamente diverso da quello che aveva sognato fino a qualche mese fa.

Si è resa conto di avere bisogno di poche cose e, fortunatamente, queste le bastano. Ha imparato che per reggere ai terremoti della vita bisogna piegarsi, accettare senza opporre resistenza. Bisogna essere canne che si piegano e poi, passata la tempesta, si rialzano.

Ha imparato soprattutto a non dare niente per scontato. Tutto è fatica e conquista. Quello che hai oggi lo puoi perdere domani.

Fine delle passeggiate. Libertà

Le restrizioni si sono ridotte sensibilmente. Con mascherina e guanti e mantenendo il distanziamento sociale si può andare quasi ovunque.

Ha rivisto il suo compagno e sono tornati a frequentarsi. Hanno tanto da raccontarsi e confidarsi anche se si sono parlati quotidianamente al telefono.

Sono entrambi molto pessimisti per quel che riguarda la natura umana e non hanno mai creduto che le serenate al balcone e i “volemose bene” sarebbero durati a lungo.

Pochi hanno saputo fare tesoro dell’esperienza vissuta; la maggioranza delle persone è tale e quale a prima della quarantena, forse peggio, perché l’insicurezza economica, il disagio diffuso, hanno esacerbato gli animi e creato divisioni e odi ancora più forti.

Passato il pericolo immediato, allontanato lo spettro della malattia e della morte, è tornato a imperare l’egoismo più gretto. Sulle pagine dei social rispunta il veleno, le frecce intrise d’odio vengono scagliate con maggior violenza di prima. Tutti contro tutto e tutti. Nord contro sud. Destra contro sinistra. Giovani contro anziani. Uomini contro donne. E l’elenco potrebbe continuare…

Bentornati nel mondo reale!

P.S. Il pezzo è stato scritto durante il lockdown di un anno fa

(Flavia Turri)