Imola. In questi giorni nelle scuole primarie, medie e superiori si stanno svolgendo le prove Invalsi.

Prove di italiano, lettura (per classi campione) e matematica per le classi di seconda elementare; prove di inglese, italiano e matematica per la quinta elementare e la terza media, per la quale è anche prevista una prova al computer a campione; infine prove di italiano, matematica e inglese (lettura e ascolto) per la quinta classe delle superiori, dove non rappresentano un prerequisito per l’accesso agli esami di stato (anche al computer a campione). Dovrebbe saltare invece, inspiegabilmente, la prova (al computer) per le seconde classi delle superiori.

I test che vengono somministrati agli allievi, uguali in tutta Italia, descrivono i traguardi da raggiungere in termini di precise competenze, conoscenze e abilità previste dalla normativa ad ogni ciclo scolastico, ovvero misurano in modo oggettivo quello che gli studenti della scuola italiana devono sapere fare in base ai programmi scolastici definiti dal ministero dell’istruzione. Rappresentano un punto di riferimento per il lavoro degli insegnanti: ciò che la scuola ha il dovere di trasmettere e che ogni ragazzo ha il diritto – dovere di imparare.

Nella prova di italiano, oltre alle conoscenze di grammatica, si verifica la capacità di comprendere un testo letterario o meno: capire e farsi capire nella propria lingua è fondamentale, anche perché la lingua è una palestra del pensiero. Il test di matematica verifica la capacità di risolvere problemi e usare la logica deduttiva in quattro ambiti: statistica, aritmetica o algebra, geometria e funzioni. Nell’esame di inglese si misura la capacità di capire gli altri nella vita reale attraverso testi da leggere o ascoltare, tratti dalla quotidianità.

In Italia sappiamo poco o niente sulle perdite di apprendimento a causa della pandemia da Covid 19. Il principale motivo è che nel 2020 non sono state effettuate le prove Invalsi in nessun grado scolastico.

“Erano l’unico strumento a disposizione per capire che cosa fosse avvenuto, con una metodologia affidabile per confrontare i dati dell’a.s. 2019-20 con quelli degli anni precedenti. Rinunciarvi, lasciando le scuole italiane senza uno strumento diagnostico fondamentale, è stata una decisione inspiegabile del ministero dell’istruzione”. Questo è quanto lamentano due studiosi della Fondazione Agnelli (quella che si occupa anche di Eduscopio, il progetto che valuta le scuole superiori), Andrea Gavosto e Barbara Romano, che hanno condotto per Invalsi una valutazione scientifica sui dati degli altri paesi, che invece queste misurazioni sul grado di apprendimento le hanno svolte.

“In verità – dicono – le perdite di apprendimento potrebbero essere state in Italia gravi e a danno di tutti gli studenti, sebbene non per ciascuno allo stesso modo. Lo suggeriscono i sempre più numerosi studi che misurano la ‘learning loss’ che in ogni grado scolastico si è verificata a causa del Covid in molti Paesi europei e del resto del mondo. I risultati delle ricerche più rigorose (dal Regno Unito, ai Paesi Bassi, agli Stati Uniti) sono molto allarmanti e devono preoccupare anche noi: non c’è ragione, infatti, per assumere che in Italia le cose siano andate meglio”.

Già il fatto che al 12/4/2021 in Italia ci siano state 35 settimane di chiusura delle scuole, contro le 27 del Regno Unito e solo le 10 della Francia, non è un dato positivo. Solo negli Stati Uniti le settimane di chiusure sono state maggiori, attestandosi a 47.

Uno studio olandese, dove le scuole sono state chiuse 8 settimane nel 2020, dove la diffusione della banda larga e degli strumenti informatici è capillare e i test scolastici vengono svolti 2 volte all’anno, la perdita stimata si traduce nel 20% di un anno scolastico. Questa durata coincide con il periodo in cui le scuole sono rimaste chiuse, il che implica che gli studenti hanno fatto pochi o nessun progresso durante questo periodo, nonostante la DaD (didattica a distanza – tramite computer, tablet o smartphone). Inoltre gli studenti provenienti da famiglie svantaggiate sono stati colpiti più duramente: per loro la perdita di apprendimenti è fino al 55% maggiore rispetto alla popolazione generale.

Anche uno studio inglese, basato sul livello di lettura degli studenti del secondo anno (6-7 anni), ha rivelato un ritardo di apprendimento di circa 2 mesi rispetto al campione standardizzato del 2017. Lo stesso ritardo di due mesi si registra anche per la matematica. Infine per gli allievi provenienti da famiglie svantaggiate, il divario rispetto a quelli provenienti da contesti non svantaggiati, sia in lettura sia in matematica, è di circa sette mesi.

Quest’anno si potrà capire, tramite la ripresa della somministrazione dei test Invalsi, cosa e quanto gli studenti abbiano perso in termini di apprendimenti (e, naturalmente, di socialità) sia durante il lockdown prolungato del 2020 sia, successivamente, con le varie fasi di scuola “a singhiozzo” causate dal Covid-19. Si potrà anche comprendere quanto la DaD abbia inciso o meno nel mitigare tali perdite di apprendimento, lasciando anche alcune lezioni positive per il futuro dell’insegnamento. Si tratta di conoscenze indispensabili per decidere quali misure di recupero serviranno nei prossimi mesi e anni.

(Caterina Grazioli)