Non avrei mai immaginato di dover tornare a scrivere di passeggiate in ambito metropolitano per colpa del Coronavirus. L’estate sembrava aver quasi cancellato i contagi e molti, (troppi), avevano abbassato la guardia e cantato vittoria anzitempo. Che non fosse così è stato chiaro fin dall’inizio dell’autunno.

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Il Veneto, sempre in fascia gialla per motivi puramente economici, si è trovato ben presto in cima alle classifiche delle regioni più contagiate. Le restrizioni del periodo del lockdown non sono più in essere, ma la prudenza non è mai troppa e ci si deve autoregolare da soli, con buon senso. Fa paura sentire e leggere di persone che giurano di aver seguito scrupolosamente le regole dettate dall’Istituto superiore di sanità e che, nonostante questo, si sono ammalate.

Così, tra timori, ansie e paure, passiamo le nostre giornate eremitiche con concessioni a passeggiate vicino a casa. Ci permettono di allontanare la mente dai pensieri angosciosi e di rivisitare luoghi noti e arcinoti, ma rivisti con occhio del tutto nuovo.

La prima passeggiata è stata ai giardini dell’Arena. Proprio lì ci recammo a marzo, l’anno scorso, il giorno precedente la chiusura totale. A testimonianza di ciò resta una foto di Bruno, in Borsalino, che legge Repubblica seduto ad uno dei tavoli dei chioschetti che animano i giardini a sinistra dell’entrata.

Sono chioschi di bar, ristorantini con cibo di strada, birrerie, che hanno reso vivace questo spazio verde, trascurato e poco curato per anni. Lungo la via d’acqua, un po’ più in là, dovrebbe presto veder vita un ampliamento della zona verde che ingloberà l’ex Piazzale Boschetti. I lavori sono già iniziati. Staremo a vedere cosa salterà fuori. L’area dei chioschi, sia il marzo scorso che oggi, entrambe giornate festive, mi è parsa abbastanza frequentata. Molte le badanti dell’est, con pranzo al seguito, ma anche tante persone comuni, pensionati, fidanzati, gente che porta a spasso il cane. I chioschi, questa domenica, sono quasi tutti chiusi: solo uno è di turno. In tempi normali sarebbero stati tutti pieni.

I vialetti del giardino sono sorvegliati da volontari del servizio d’ordine che vegliano affinché non ci siano assembramenti.

Ci sediamo ad un tavolino discosto dagli altri, quasi tutti vuoti, per la lettura del quotidiano. Prima, abbiamo fatto due passi accanto ai grandi bagolari, che amiamo in modo particolare, e siamo penetrati, attraverso il sottopassaggio, nel vialetto che conduce all’uscita dal lato di via Scrovegni. Su un prato, poco prima del cancello che conduce al ponte, c’è un gruppo seduto sull’erba che pratica, sotto la guida di un maestro, una disciplina affine allo yoga. C’è silenzio e trillare di uccelli che, beati loro, possono continuare la loro vita di pennuti incuranti di quanto sta succedendo nel mondo degli umani.

Mentre sono seduta, sollevo spesso la testa dal giornale perché presa da altri pensieri. Si tratta per lo più di ricordi. La situazione attuale, e l’età, purtroppo, mi portano spesso con la mente ad episodi del passato.

Questi giardini, da me frequentati con mio fratello Giorgio negli anni cinquanta, erano allora abbastanza diversi. Ci si fermava nella piazzola d’ingresso, sotto la statua di Garibaldi, posavamo la bicicletta dove capitava e ci inoltravamo tra le piante per i nostri giochi.

Il giardino era mal tenuto; c’erano cartacce, deiezioni umane ed animali, verde trascurato. Noi non ci badavamo, presi come eravamo dal fascino romantico della grotta e dall’improvviso buio del corridoio sotterraneo prima di tornare alla luce. Eravamo a due passi da una delle nostre glorie cittadine: la Cappella degli Scrovegni. Ma a quel tempo ignoravamo di avere a portata di mano una simile meraviglia. Di giardini sapevamo pochissimo, di piante ancora meno. Ancora lontano il futuro in cui avremmo visitato i parchi romani o i meravigliosi parchi anglosassoni.

Ho un ricordo vivissimo di questi giardini attraverso poche fotografie superstiti, in bianco e nero, scattate da mio zio Aldo, fratello della mamma.

Mio zio faceva l’insegnante elementare a Cerea ed era allora scapolo. Durante l’estate, siccome mamma lavorava, si stabiliva da noi per quasi un mese, in settembre. Eravamo rimasti orfani di padre da poco e una presenza maschile in casa era ritenuta da mia madre assai importante.

Lo zio ci faceva fare i compiti per le vacanze, ci seguiva con pazienza ed affetto. Ho ancora qualche quaderno con le sue correzioni. Mi è rimasto impresso, ad esempio, che aveva corretto la mia troppo generica descrizione di una forchetta, usando il termine esatto: i “rebbi” della forchetta. Quando ho scritto che era paziente, penso a quanto dev’essere stato noioso seguirmi nei compiti di aritmetica, da sempre mia bestia nera.

Io risentivo molto della perdita del papà ed esigevo attenzioni continue. Ricordo di aver rovinato una foto (che serbo ancora!) che lo zio aveva fatto ad una possibile fidanzata (anch’essa maestra) , presentatagli da mia mamma. Volendo attrarre l’attenzione su di me (o era forse gelosia?) feci apposta capolino nella foto che doveva consacrare unicamente la bella signorina. Ricordo che fui giustamente sgridata.

Soffrivo di gelosia anche nei confronti di mio fratello, che sicuramente era più buono e tranquillo di me. Rimproveravo mia madre di volergli più bene e facevo dispetti. Come quello, appunto, della foto. Credo che quello fosse il mio modo per manifestare il vuoto per la mancanza del papà.

Tornando allo zio, quell’anno aveva deciso di proporre per lo studio della geografia un approfondimento sulle città del Veneto ed aveva iniziato da Padova. Le foto in bianco e nero avrebbero dovuto essere poi proiettate in aula. Io e mio fratello facevamo da piccole guide alla visita della città e comparivamo in ogni foto come primi – e unici- attori. L’iniziativa fu da noi festeggiata con grande entusiasmo…Non so che fine abbiano fatto quelle foto, né se lo zio abbia portato a termine, e in che modo, quel progetto. So che ci divertimmo molto e imparammo tante cose.

Lo zio ci regalò anche un sontuoso libro sul Veneto con illustrazioni non solo delle bellezze artistiche delle varie città e notizie particolareggiate dei personaggi illustri che ne avevano fatto la storia, ma persino racconti sulle specialità gastronomiche regionali. E’ un libro che ho molto amato, ben diverso da quelli, piuttosto anonimi, che erano allora i nostri libri di testo e anche, a mio parere, innovativo perché non si limitava a raccontare la regione dal punto di vista storico ed artistico, ma indagava in tutti i campi con profusione di foto e illustrazioni.

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La passeggiata di oggi parte da Porta Savonarola, una delle principali vie d’accesso alla città in epoca cinquecentesca.

In periodi di traffico normale è poco salutare fermarsi ad osservarla, ma in questo periodo girano molte meno macchine e non c’è il rischio di essere travolti o di respirare troppa aria ammorbata.

E’ una bella Porta, opera di Falconetto, e mi piacciono in modo particolare i due medaglioni interni che racchiudono Minerva e Nettuno, divinità della città, mentre Bacco e Cerere, sull’esterno, raffigurano le divinità della campagna. Mi piace pensare a quanto netta dev’essere stata a quel tempo la distinzione: città- campagna, oggi che questa separazione è quasi scomparsa. Una è ormai fusa all’interno dell’altra.

Arriviamo a Porta Trento, che in realtà dovrebbe chiamarsi “varco” e non Porta, perché è un’apertura nelle mura. Proseguiamo lungo le mura. I radi passanti ci sorpassano veloci, tutti hanno la mascherina.

Questi sono tutti luoghi conosciuti, ma che non si frequentano mai. Ci voleva il virus per riscoprirli.

In Via Raggio di Sole, prima di arrivare al Bastione dei Crociferi (o Bastione impossibile), si affaccia un bellissimo parco dove leggo aver sede il settore servizi scolastici della città. Mi sembra un’oasi incantevole e invidio coloro che possono frequentarla.

Più in là, in Via Citolo da Perugia, iniziano le abitazioni di edilizia popolare realizzate a partire dagli inizi del ventesimo secolo. Sono abitazioni più che dignitose, espressione di un’edilizia che aveva lo scopo di inserire nella città i ceti più popolari. E lo faceva, a mio parere, in modo egregio.

Non venivano innalzati casermoni impersonali, irrispettosi della privacy e del decoro, ma palazzine al massimo a due piani con spazi, sul retro, per l’orto o per le biciclette .

Prima di sbucare in Piazza Mazzini, la passeggiata si snoda lungo via delle Palme e raggiunge il serbatoio dell’acquedotto civico che sorge proprio sui bastioni della cinta muraria.

Sul basamento si apre una porta che conduce ad un sacello dedicato alla memoria dei cittadini uccisi da un’incursione aerea austriaca nel 1916. Qualche anno fa prendemmo parte ad una visita guidata, accompagnata da proiezione di foto, e fu la prima volta che venimmo a conoscenza di questo fatto.

Da bambini, il serbatoio dell’acqua era un’altra delle nostre mete in bicicletta. Il traffico era quasi inesistente e i giardini della Rotonda erano un luogo di giochi e corse senza fine.

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Le nostre passeggiate sono proseguite anche nella settimana che ha preceduto Natale.

Per evitare gli assembramenti, e per non ripetere i soliti percorsi, ci siamo spinti in zone poco attraenti, ma abbastanza vicine. La camminata non deve durare più di un’ora, un’ora e mezza.

Percorrendo la circonvallazione esterna, siamo arrivati fino all’area dove sta per aprire un nuovo ipermercato: Rossetto. Come non bastasse, non lontano da qui c’è la Conad. Queste sono le moderne cattedrali che erigiamo in onore di un consumismo esasperato.

Vediamo un grande ponte/cavalcavia che conduce fuori città e che mal si addice, secondo noi, ad una città come Padova. Ipermercati e ponti sono necessari, in qualche caso indispensabili, ma è la loro dimensione e forma a renderli incongrui in un territorio come il nostro.

La passeggiata, disagevole nell’ultimo tratto, dove siamo stati costretti a scendere in mezzo all’erba fradicia, ci ha procurato un po’ di malinconia.

Siamo passati davanti al villino dove abitava un amico e compagno universitario di B. A piano terra, un tempo, c’era il negozio del padre; avevano una piccola, florida ditta che produceva banconi per bar. Sull’ampio terrazzo, che B. ricorda circondato dal verde, B giocava a tennis con gli amici.

Ora la casa (disabitata?) è circondata da sterpaglie e l’enorme cavalcavia “losangelino” la sovrasta e minaccia con la sua mole.

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Era mia intenzione concludere questa serie di passeggiate con quella che, tradizionalmente, faccio ogni anno la vigilia di Natale.

Non mi piace fare la fila nei negozi e trovo sciocco perdere tempo in piedi e al freddo aspettando il mio turno, perciò, ogni anno, mi organizzo con molto anticipo e faccio i miei acquisti per tempo.

Mi piace però uscire, guardare la gente che fa la fila, curiosare nelle vetrine piene di ogni ben di Dio, godere dell’atmosfera festosa che si palesa ovunque.

Quest’anno le cose sono andate diversamente.

Innanzi tutto la mia passeggiata della vigilia, che di solito avveniva la mattina, è stata spostata al pomeriggio per poter apprezzare le luminarie proiettate sul Palazzo della Ragione e sulla Gran Guardia, poi, essendo l’ultima giornata prima del lockdown, pensavo di trovare il centro semi-vuoto…

Sono rimasta basita nel vedere una città più animata che a Ferragosto!

Tutti i bar, anche i più minuscoli, erano presi d’assalto da decine e decine di persone che gridavano, si abbracciavano, bevevano, gridavano, senza mascherina, alla faccia delle più elementari norme di prudenza. I negozi erano presi d’assalto, quasi fosse stato per tutti l’ultimo giorno di vita.

Decisamente questo mondo mi piace sempre di meno.

(Flavia Turri)