Nella notte tra il 25 e il 26 aprile Nomadland si è aggiudicato l’Oscar al miglior film, alla miglior regia (Chloé Zhao) e miglior attrice protagonista (Frances McDormand). La sua vittoria celebra un modo riflessivo e silenzioso di fare cinema, che si stacca dalla tradizione ed osserva più che descrivere. Ne risulta un film accessibile a tutti, che non si impone e lascia allo spettatore la possibilità di cogliere ciò che più gli piace.

Chloé Zhao, ispirandosi ad un libro di Jessica Burder, segue il viaggio di Fern (Frances McDormand), una donna sessantenne che, dopo aver perso il lavoro, il marito e la casa, intraprende un viaggio attraverso l’America a bordo del suo Van adibito ad abitazione, e svolge diversi lavori per mantenersi. Il personaggio di Fern, seppur nella situazione che si trova ad affrontare, è caratterizzato da un forte decoro. La nobiltà dell’individuo viene sottolineata soprattutto nell’approccio che ha ai diversi lavori che svolge, alcuni veramente umili ma mai umilianti.

La storia suggerisce come queste qualità vengano dalla profonda conoscenza di sé, del suo percorso e del suo posto nel mondo. L’essere nomade non è per Fern, così come per molti altri, una condizione imposta, ma una scelta. Questo viene ribadito a più riprese durante il film: la sorella, a cui Fern si rivolge per un prestito di denaro, la invita a restare nell’agio della loro casa e più avanti, Bob, un amico che decide di stabilirsi a casa del proprio figlio, le offre una camera. In entrambi i casi Fern non accetta. Il motivo del rifiuto è illustrato in una splendida sequenza in cui la protagonista avverte la mancanza della natura e della libertà e scappa dalla casa in cui è ospite per recarsi sulle scogliere, dove ritrova l’impeto del vento, il rumore dell’acqua e l’infinita cromaticità dell’orizzonte, per poi abbandonarsi ad un sorriso commosso.

Il concetto è esplicito da inizio film quando una ragazza mostra a Fern un tatuaggio che recita “Home is it just a home? Or is it something you carry within you?” e ancora, quando Fern incontra una ex alunna in un supermercato che le chiede se è veramente homeless, come dice sua madre, e lei risponde “I’m not homeless, I’m houseless”. Questo è il messaggio positivo di Chloé Zhao: la possibilità di una vita differente, slegata da orpelli materiali ma piena di ricordi ed esperienze, in cui la felicità si raggiunge con l’intimo contatto con sé stessi, con gli altri e con l’infinita magia del creato. Nel film si esalta la bellezza della povertà, accostamento ossimorico per la cultura di oggi, soprattutto quella americana, ma che vedendo il film non si può che approvare, chiedendosi se si è ancora in grado di provare.

Nomadland è un film particolare anche per la sua struttura: la trama sommessa lascia spazio a silenzi, poesie, canzoni e storie raccontate. I dialoghi giovano del poco spazio e guadagnano in profondità. È un film senza la foga del raccontare, che mescola realtà e finzione. Questo anche nella scelta del cast dove al fianco della McDormand vi sono nomadi ad interpretare loro stessi, come le simpatiche e divertenti Swankie e Linda May, compagne di Fern per un tratto della storia. Anche i luoghi sono protagonisti con numerosi campi lunghi e lunghissimi che danno un taglio documentaristico alla pellicola. La figura di Fern è invece spesso esplorata dalla regista tramite movimenti lenti della macchina da presa, in particolare con primi e primissimi piani.

Il viaggio interno ed esterno di Fern è accompagnato dalle poche musiche di Ludovico Einaudi, che si sposano perfettamente con la contemplazione quasi malinconica dei paesaggi del film, favorendo la riflessione.

Nomadland rappresenta uno di quei casi in cui il coinvolgimento offerto dalla sala cinematografica permette allo spettatore di avvicinarsi il più possibile alla realtà raccontata. Si vada allora al cinema! Sarebbe un peccato non sfruttare la riapertura.

(Leonardo Ricci Lucchi)