A mezzanotte va la ronda del piacere e nell’oscurità ognuno vuol godere. (Tango delle capinere)

Sarà che l’età dispone l’animo al rispetto e, diceva Enzo Biagi, non c’è niente di più bello di un bel vecchio.
Sarà quell’aria un po’ così che abbiamo noi che abbiamo “fatto il ‘68”.
Sarà quel socratico “vi prego, convincetemi che sto sbagliando”.
Sarà che da l’idea di sapere quel che dice e di non dirlo per vanità o convenienza ma per fare cosa utile alla comunità.

Sarà il bisogno di liberarci, con e senza lockdown, della stupidità, dall’ignoranza, delle frasi fatte, dei luoghi comuni, del non detto, del malamente fatto, di quelli che ci mettono la faccia, e il resto, solo per noi, meraviglioso pubblico di una commedia italiana che non fa più ridere.

Sarà che non piace alla gente che non mi piace, che non è un criterio di giudizio scientifico ma finora ha dato buoni riscontri.

Sta di fatto che e dai tempi eroici di Marco Pantani che non provavo emozioni intense come quelle che suscitano in me le performance dialettiche del prof. Massimo Galli.

La vittoria a braccia alzate sul Governatore Bonaccini mi ha ricordato l’arrivo “en solitaire” all’Alpe d’Huez, con la dedica più bella all’amico scomparso un anno prima.

Quando il Professore si è scrollato dalla ruota l’avversario con un perentorio “caro ragazzo…” non sono più stato nella pelle.

“E vai” ho gridato abbracciando Laura, incurante dei suoi “ma sei scemo?”.

È da mezzogiorno di fuoco con Gary Cooper che sono innamorato dei grandi intransigenti.
Che si frappongono alla deriva civile.
Che fanno della coerenza ai principi la cifra del loro comportamento.
Anche a costo di passare per Cassandre.
Se non si concedono all’ebbrezza dell’avventura, se coltivano il pessimismo della ragione, se mettono in guardia dai pericoli.
Come sentono di dover fare.
Come fece la figlia di Priamo.
Alla quale siamo debitori di un risarcimento storico.
Perché vedeva quel che gli altri non vedevano.

Che portare quel cavallo di legno dentro le mura della città prima di aver verificato le insidie che si celavano nel suo ventre era azzardato.

Cassandra non aveva colpe ma gliele stiamo attribuendo ancora oggi.

Come diamo la colpa agli scienziati di fare dell’allarmismo, qualcuno dice del terrorismo.

Di volere il male dei commercianti e non invece il bene di tutti.

Non credo che Galli voglia sostituirsi alla politica, non mi pare proprio il tipo.

Le chiede di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, quelle misurabili di chi governa e quelle inverificabili ma non prive di effetti comportamentali dell’opposizione.

Chiede che ognuno agisca nella sua sfera, senza trucco e senza inganno, senza millantare una scientificità anche quando non c’è, senza spacciare per sicuro anche quello che non lo è.

A partire dai comportamenti degli italiani sordi ad ogni richiamo.

Per ragioni importanti come l’economia e per motivi futili come un aperitivo o una partita di calcio.

Il popolo non ha innocenza, anch’esso può diventare dispotico, può generare situazioni che arrecano danno alla comunità.

Dall’inizio di questa pandemia siamo divisi fra chi mette avanti a tutto la vita umana e chi si preoccupa maggiormente della propria attività e dei propri bisogni personali.

Se non fossero arrivati i vaccini a mediare il contrasto saremmo allo scontro campale.

Ma anche così, per dirla con le parole di Zagrebelski, “è un tempo triste per chi non possiede la verità e crede nel dialogo e nella libertà”.

Decidere con criterio, valutando onestamente i pro e i contro, chiamando le cose col loro nome, senza ipocrisia, è il solo modo in cui una democrazia governante può affrontare i momenti critici.

Ci vuole saggezza, convinzione e quel senso etico della responsabilità che sa porre limiti alla propria libertà per difendere quella degli altri.

Non c’è espressione più equivoca e diseducativa di quell’impersonale “ci chiuderanno di nuovo”.

Siamo noi gli artefici dei nostri destini.

Trovare un codice etico comune per porre argine ad un individualismo privo di solidarietà è un problema di tutti.

Se vogliamo tener unite le legature umane.

Nel dialogo fra Alcibiade e Pericle, raccontato da Senofonte, il discepolo chiede al maestro:”cos’è la legge?” “Ciò che l’assemblea ha deciso e messo per iscritto”

“Anche la sopraffazione decisa e messa per iscritto?”

“No, questa non sarebbe legge, è legge solo quella che riesce a persuadere”.

L’élite di Atene, forse anch’essa invisa ai populisti ignoranti ansiosi di prenderne il posto senza possederne la sapienza, ci ha consegnato questo lascito prezioso: la discussione in luogo dell’imposizione; l’osservanza delle decisioni assunte come impegno comune, che i Governi devono far rispettare.

Questo è, da 2.500 anni lo spazio democratico entro il quale esercitiamo le nostre libertà di cittadini e individui.

Una tirannide della maggioranza, come la chiama De Tocqueville, che si è via via arricchita di pesi e di contrappesi, di garanzie e di limiti, a tutela delle minoranze e dei singoli.

La Magna Charta nel 1215.

L’Habeas Corpus Act nel 1697.

La dichiarazione di indipendenza americana, nel 1776.

La dichiarazione francese nel 1.789.

La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nel 1948.

Questo è il tracciato dei diritti umani come li conosciamo oggi.

Che la Costituzione italiana non concede nè si limita a garantire ma riconosce perché, osserva Zagrebelsky, precedono i Governi e le Carte.

Avanti a tutti la libertà, che è, per Kant, l’unico originario diritto spettante ad ogni uomo in forza della sua umanità.

Vi troverete la libertà di pensare, di dire, di autodeterminarsi.

Non troverete menzione di un diritto ad ammassarsi a mezzanotte o di abbracciare un passante per strada con un’epidemia in corso.

Perché la vera sopraffazione non è quella di una comunità che si dà liberamente delle regole ma di quella parte di essa che, rifiutando di osservarle, la mette in pericolo.

Per l’aspetto che riguarda noi solamente, la nostra indipendenza è assoluta: “Su sè stesso, sulla sua mente, sul suo corpo l’individuo è sovrano” scrive John Stuart Mill.

L’unico aspetto della nostra condotta di cui ciascuno deve rendere conto alla società è quello che riguarda gli altri.

E qui cascano gli asini che rivendicano una libertà senza limiti, incurante di quella del prossimo.

Una “libertà” che smantella le mura della democrazia.

Sono in buona misura gli stessi che rimpiangono il tempo in cui, di giorno e senza rischi sanitari, l’incontro fra tre persone configurava il reato di adunanza sediziosa.

Però Mussolini fece anche buone cose…

Si, è un tempo triste.

La soglia di indignazione civile si è abbassata e dispersa.

Ci indigniamo per ogni cosa è assai meno per quelle davvero importanti.

C’è una abdicazione etica che cambia il giudizio morale.

Una società attiva, ricca di domande, forte di principi, è la chiave della salute pubblica, innerva le Istituzioni e riconduce a comportamenti virtuosi una politica che se ne allontani.

Ma quando la politica di isterilisce, indebolisce il rapporto con l’etica e la cultura, si riduce a mestiere e potere, in un Paese già fragile, alimenta essa stessa i processi degenerativi.

Io ti lascio fare purché tu mi sostenga.

Tu mi lasci libero di fare perché sei come me.

Io sono te e tu sei me: possiamo andare a donne assieme.

Questo è lo scambio.

Un voto val bene un silenzio.

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!”.

(Guido Tampieri)