Continuano le pubblicazioni sulla proposta del segretario del Pd Letta sulla partecipazione dei lavoratori agli utili e alle decisioni aziendali. Pubblichiamo l’intervento di Mauro Lusetti, Presidente Legacoop nazionale.

In una battuta, potrei dire che il movimento cooperativo è talmente a favore della partecipazione dei lavoratori alle imprese, che li sostiene nel diventarne i proprietari.

Spieghiamoci meglio. La partecipazione dei dipendenti alla direzione dell’impresa è un tema fondamentale e che ha profonde radici storiche. In sintesi, riguarda la presenza di rappresentanti dei lavoratori o delle organizzazioni sindacali, negli organismi di amministrazione per contribuire, o per lo meno assistere, alle decisioni relative alle sorti dell’azienda in cui lavorano e che quindi, direttamente o indirettamente, li riguardano da vicino. Come sappiamo ci sono modelli di capitalismo che si sono fondati su questo istituto, come quello tedesco. In Italia, in un ambiente più conflittuale, questo argomento sebbene più volte evocato  non si è mai veramente affermato; negli ultimi anni tuttavia i sindacati lo hanno apertamente sostenuto e posizionato fra le proprie strategie.

Naturalmente, il movimento cooperativo guarda con favore a questa opzione; è ormai piuttosto ovvio che le imprese sono organismi economici e sociali complessi, radicati nelle comunità oltre che nei mercati, e l’apporto dei lavoratori, e della cultura del lavoro, alla loro attività è centrale non solamente per redistribuire quello che producono, ma pure per garantire maggiore efficienza e produttività e, soprattutto, ancorarle a obiettivi di medio lungo periodo, e non solo al lucro.

C’è anche da dire, però, che questo istituto, per quanto valido, per il movimento cooperativo è sempre stato una sorta di obiettivo minimo. Le cooperative, infatti, sorgono non solamente per coinvolgere i lavoratori nelle scelte, ma per consegnare loro la proprietà dell’impresa, e attivarli tramite l’autogestione per una finalità mutualistica.

Questo accade ogni volta che si costituisce una cooperativa, e lo strumento deve pur avere una sua efficacia, dal momento che oltre ad avvenire quotidianamente da oltre centrotrentanni, sovente ha contribuito a salvare anche le imprese cosiddette capitalistiche.

Una volta si chiamavano “cooperative ereditarie”, oggi, più modernamente,   “Workers buyout” (WBO); sono imprese recuperate, operazioni di acquisizione o salvataggio di un’impresa andata in crisi, da parte dei lavoratori dipendenti, che si attivano, introducono delle risorse proprie, e ne diventano proprietari. É un fenomeno diffuso in tutto il mondo, e nell’ordinamento giuridico italiano trova spazio dal 1985 con la “Legge Marcora”.

In sostanza lo Stato, anche tramite i movimenti cooperativi organizzati, sostiene attivamente queste operazioni che salvaguardano posti di lavoro, culture d’impresa, legami economici e sociali nel territorio, e impedisce la dispersione che ogni fallimento comporta.

Queste imprese sono più presenti nel settore manifatturiero ma pure nei servizi, nella logistica e i trasporti, o nei comparti culturali, di informazione e comunicazione; i wbo costituiti a partire dal 2003 presentano oggi un tasso di successo del 74% e impiegano attualmente oltre duemila addetti per un fatturato di oltre mezzo miliardo di euro.

È una esperienza che noi reputiamo di successo, quindi utile, e infatti abbiamo più volte avanzato proposte che la valorizzino in altri ambiti.

Intanto per fornire un ulteriore strumento di intervento nelle cosiddette “crisi generazionali”, ossia quando, specialmente come avviene spesso nelle imprese famigliari, si interrompe la “vena” imprenditoriale ed entra in crisi la successione. Nelle pmi italiane, i lavoratori sono spesso una parte integrante e storica, e subentrando possono garantire la continuità dell’esperienza.

Infine, nel nostro “piano nazionale per la sostenibilità”, presentato ormai un anno fa all’inizio di questa grave crisi, abbiamo addirittura proposto che i dispositivi del wbo siano estesi a tutti i tipi di impresa, in modo che i lavoratori possano essere favoriti direttamente nel loro ingresso nel capitale e quindi nella proprietà delle imprese. Questo permetterebbe di affrontare la tradizionale sottocapitalizzazione delle pmi italiane, oltre a coinvolgere i lavoratori nella direzione.

Alla luce del singolare contesto socio-economico che affrontiamo, il fenomeno dei Workers buyout potrebbe di certo rappresentare per il prossimo futuro una grande opportunità per contrastare i rischi di un ulteriore declino industriale causato dagli effetti della crisi; anche perché occorre che tutte le risorse e gli strumenti a disposizione concorrano alla ricostruzione e al rilancio dello sviluppo italiano.

(Mauro Lusetti, presidente Legacoop nazionale)