Codesto solo oggi so dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. (Eugenio Montale)

Quand’anche esistesse un punto di quiete di questo mondo delirante, niente e nessuno al momento sembra in grado di portarci fin lì.

A confortarci solo le parole di speranza di un vecchio prete e la lucida tigna di una giovane donna cui stiamo rubando il futuro.

Impossibile dare un senso razionale a quel che accade, comprendere dove stia andando questa astronave senza pilota, senza carburante, senza un punto di atterraggio, sulla quale siamo imbarcati.

Sembra a volte che la storia non insegni niente.

Che l’evidenza di ciò che accade e tocchiamo con mano non serva a niente.

Per essere ottimisti non basta tutta la volontà del mondo.

Meglio cercare, sulla scia di Walter Benjamin, di “organizzare il pessimismo”.

L’ha fatto anche Albert Camus, reinterpretando il mito di Sisifo.

Per punirlo gli Dei, convinti che non esista pena peggiore della fatica senza speranza, lo condannarono a spingere un macigno enorme verso la cima di una montagna, per poi farlo rotolare di nuovo giù verso l’abisso degli Inferi.

Eternamente, inutilmente.

Ma quando Sisifo comprende l’ineluttabilità del suo fardello e se ne assume la responsabilità – scrive Camus – viene liberato dal tormento.

Cerca di dare un senso a quella fatica.

L’universo non gli appare più vuoto, anche la lotta verso la cima basta a riempirgli il cuore.

Questa immagine dello scrittore franco-algerino di uno Sisifo felice della sua condizione, superato lo sconcerto, fa riflettere.

Cesare Pavese è lì ad ammonirci di quanto possa essere pesante la “Fatica di vivere”.

E d’altro canto noi tutti a riempire quel vuoto, a cercare di essere felici ci proviamo ogni giorno.

Vincendo lo sconforto, contrastando la rassegnazione.

A volte riuscendoci, anche solo per un momento.

Nonostante tutto.

Nonostante la fatica di costruire un mondo migliore o anche solo di conservare quello che c’è ci appaia a volte inane.

In prossimità della Conferenza Onu che si terrà a Glasgow in novembre siamo ancora qui a baloccarci con i traguardi ecologici del 2050.

Foto di Foto-Rabe da Pixabay

Dopo aver tradito gli impegni di Rio del 1992, quelli di Kyoto del 2005 e quelli di Parigi del 2015.

Vien da chiedersi che razza di accordi sono se ogni Nazione poi fa quel che gli pare.

Come le Regioni col covid.

Sempre in nome della libertà.

Mai tanto invocata.

Mai tanto umiliata.

Sappiamo tutti che i prossimi 10 anni saranno decisivi, che già siamo in ritardo per dimezzare i gas serra e contenere la crescita della temperatura della Terra entro la soglia critica di 1,5 gradi.

Il resto è polvere e polvere rischia di farci tornare.

Quella ecologica, anche in molta parte dei progetti italiani per le future generazioni, è la transizione più statica della storia.

Che torna, e ritorna, differente nelle forme e simile nella sostanza.

Ancora armamenti, per tutti, come se non ce ne fossero già abbastanza per distruggere ogni cosa.

Ancora dittature, e autocrazie, come usa dire oggi , che se dovessimo intrattenere rapporti solo coi Paesi che rispettano i diritti umani e civili potremmo riunirli tutti a casa di Ferruccio ( cucina, salone, tre letto più servizi).

Ancora stupidi, autolesionisti, pericolosi nazionalismi, ad inseguire nel passato un futuro che mediocri mestieranti non sono capaci di costruire.

Tutti uguali, cinesi, giapponesi, russi, anseatici, tutti Fratelli, che tra quelli d’Italia e quelli musulmani, sotto l’aspetto sovranista non capisci qual’è la differenza, se non che in Egitto avevano vinto le elezioni e qui da noi si atteggiano come se fosse davvero accaduto.

E conflitti, nuovi e vecchi, che sembra di non poterne fare a meno, che la pace non è mai pace, vera, giusta.

“Si vis pacem para pacem” dice San Paolo, se vuoi la pace prepara la pace.

Nessuno in Palestina l’ha fatto.

Dal tempo dell’accordo fra Arafat e Rabin.

Assassinato dalla destra israeliana.

Per farlo fallire.

Io a schierarmi non ci riesco.

Nessuno, tanto più un europeo può in coscienza negare ad Israele il diritto di esistere.

Su questo punto non ci possono essere ambiguità.

E però questo non negoziabile diritto non può diventare in mani spregiudicate un alibi per non fare quel che la ragione, la giustizia, il mondo intero reclamano si faccia per garantire anche al popolo palestinese un’identità territoriale e condizioni di vita degne.

In quella terra martoriata sono in contrasto due verità.

Bisogna essere stati a Gaza per capirlo.

“Guai ai Paesi che sottovalutano l’efficacia della forza- ha scritto Amos Oz dando voce all’Israele progressista- ma deve servire come misura di prevenzione perché nessuna idea può essere sconfitta con la forza. Questo è, assieme, il lucido realismo dello Stato di Israele e il suo tragico errore. A chi ha in mano un martello, dice un proverbio, ogni problema sembra un chiodo. Ma non si risolve così il problema. Gli Israeliani non sono soli in questa terra, i Palestinesi non sono soli. Fino a quando non si accetteranno le conseguenze logiche di questo semplice dato di fatto vivremo in perenne stato d’assedio. Gaza sotto l’assedio di Israele e Israele sotto l’assedio arabo e internazionale.”

L’Egitto, quello di Giulio, quello di Zaki, si propone in veste di mediatore.

E non sai se ridere o piangere.

Ma non è facile per nessuno dormire il sonno dei giusti.

“La maggior parte di noi- dice David Grossman, e val davvero la pena di riportarne le parole per esteso- sembra quasi indifferente alla sofferenza del prossimo. Impariamo a non curarci del dolore di estranei. Riusciamo a ignorare il nesso causale che esiste fra la nostra prosperità e la povertà degli altri, tra la qualità della nostra vita e le sciagure ecologiche. Serve una protesta contro la desolazione, la banalità, la routine, la stupidità, gli stereopiti, la tirannia del semplicismo. È una realtà sempre più dominata dall’aggressività, dall’estraneità . I valori e gli orizzonti, l’atmosfera che si respira, sono dettati da media che trasformano i loro utenti in massa. E lo fanno con prepotenza, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trattando i problemi politici e morali complessi con superficialità, creando attorno a noi un’atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce, rendendo sgradevole tutto ciò che toccano, la morte, l’amore… Incanalano il singolo esclusivamente verso se stesso, i suoi interessi, le sue passioni. Lo liberano da ciò di cui è ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri”.

Sogni d’oro.

(Guido Tampieri)