Attendevo di entrare nell’aula “Vitali” del dipartimento di Matematica per la lezione di Propedeutica, aperta a chi si sarebbe iscritto al Corso di laurea in Informatica. Nell’aula accanto uno studente sotto esame veniva interrogato da un severo professore che, persino a me che mi dovevo ancora iscrivere alla Facoltà, incuteva una soggezione assurda. Non so in che modo e con che esito si concluse quell’interrogazione, ma, visto come quel docente teneva l’interrogato sulla corda, nacque in me la speranza di non incrociarlo mai sul mio percorso universitario.

La prima nostra lezione di Analisi matematica si svolse nell’Aula Magna della Clinica odontoiatrica, locale in prestito al nostro dipartimento di Informatica. Seduto sul banco osservavo gli altri studenti entrare alla spicciolata, quando in mezzo a loro vidi entrare anche lui; la speranza di non averci mai a che fare svanì in un istante. La lezione iniziò e la sua voce alta, dal tono severo e quasi minaccioso, o almeno a me così sembrava, pervase l’aula. A differenza delle lezioni degli altri docenti, durante quelle di Analisi matematica il silenzio era totale e l’attenzione era tutta concentrata sull’imponente figura del professore, che, trasudando incredibile sicurezza, ci coinvolgeva nel seguire un preciso filo logico nelle sue spiegazioni.

Distinguendosi dai suoi colleghi, dava a tutti del tu, facendo chiaramente capire quanta poca importanza desse a quel fare formale proprio di altri docenti, e ciò gli consentiva anche qualche espressione colorita, in un’immediatezza di rapporti che a volte lo portava a sonore prese in giro nei confronti di chi non afferrava subito i concetti. Durante una lezione, a proposito della conseguenza del risultato di un calcolo, asserì: “Questo è ovvio” e subito dopo, rivolgendosi ad uno studente che annuiva, lo apostrofò: ”Tu che dici sì col testone, dimmi perché è ovvio”; al silenzio dell’imbarazzato ragazzo, riprese: ”Evidentemente tu ed io abbiamo un diverso concetto di ovvio!”. Ricordo che un mio compagno definì quel professore “il Colonnello dei Marines”, figura di quei film americani che trattano dell’addestramento delle reclute e del rapporto fra ufficiali e subalterni.

Devo dire comunque che, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare, all’esame finale si dimostrò molto più indulgente e comprensivo di quanto non lo furono altri: infatti, nonostante a lezione sviscerasse gli argomenti nei minimi dettagli e con assoluta precisione, da noi non pretese tanto, tollerando anche imperfezioni ed errori abbastanza grossolani. Quel fare severo e quasi minaccioso celava comunque l’animo di una buona persona.

È quindi con piacere che lo ricordo tra quanti hanno contribuito alla mia formazione, non solo dal punto di vista di conoscenze e competenze, ma anche del mio diventare uomo.

(Marco Martelli)