Pubblichiamo un nuovo intervento sulla proposta del segretario del Pd Letta di prevedere rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle aziende.

Enrico Letta diventato segretario del PD in condizioni non invidiabili (perchè il suo predecessore ha confessato di vergognarsi del suo partito) avrà bisogno di molto coraggio, e anche molta fantasia, per riuscire nell’intento di poter affermare di esserne invece oramai fiero. Fra le cose che si è proposto per riuscire nell’intento c’è l’idea non nuovissima di far felicemente collaborare i lavoratori coi loro padroni. Difficile, come sappiamo, per via della contraddizione di classe di cui il nipotino di Roosevelt, che conobbi a New York nel 1972, tempo in cui molti giovani americani andavano scoprendo il marxismo, mi disse: “Siamo andati col mio amico John dal nostro professore Samuelson, premio Nobel per l’economia, e gli abbiamo chiesto: prof, cosa ci consiglia di leggere per cominciare a capire questo Marx? E lui ci ha risposto: potete lasciar perdere tutto, è un autore molto complesso, basta che capiate bene, però, il concetto di fondo: la lotta di classe!“.

Credo che Letta vi abbia nel tempo, e persino nella sua scuola di Parigi, riflettuto e pensi che condividendo le azioni dell’azienda padronale i dipendenti finiranno per capire le sue ragioni. Ed è indubbio che questo avverrà. Ma se i nuovi azionisti-operai queste ragioni finiscono per capirle  davvero bene, finiranno per piegarsi alla loro logica: il possessore di capitale  investe il proprio danaro in una attività economica perchè convinto di poterne trarre il massimo profitto, è questa aspettativa che lo ha infatti motivato ad accettare il rischio. Ma perchè il guadagno sia garantito dovrà anche lui piegarsi alle regole della concorrenza che obbligano a ridurre al minimo i costi, innanzitutto quelli del lavoro, e cioè il livello dei salari. E dovranno, anche loro, chiudere gli occhi sulle possibili conseguenze negative, nel medio lungo periodo, di quella produzione, perchè una quota non irrilevante del profitto deriva dal fatto che i costi di questi eventuali danni non li dovrà pagare lui che pure li ha prodotti, bensì la collettività tutta.

E’ vero che possono farsi dei compromessi, e l’esperienza riformista che, sia pure al prezzo di grandi lotte, è stata praticata in larga parte d’Europa nel dopoguerra è lì a provarlo. In particolare laddove, come in Germania, questo compromesso è stato accompagnato dall’introduzione di formule di collaborazione simili a quelle suggerite da Letta, prima di tutto la presenza di rappresentanti sindacali nei Consigli di amministratori delle aziende. Ma Letta dovrebbe sapere che non è stata una bella esperienza: non pochi sindacalisti sono diventati dirigenti dell’azienda e naturalmente il conflitto si è esacerbato ed è diventato più ambiguo. I lavoratori hanno perduto anzichè acquisire forza nella rappresentanza dei loro interessi. Meglio che le cose siano chiare, e cioè non nascondere ma rendere esplicita la contraddizione di classe che può anche portare, se i lavoratori sono forti, a compromessi decenti.

E però Letta dovrebbe sapere che oggi le cose sono assai più complicate perchè mettere in condizione i lavoratori di conoscere – diritto sacrosanto – le strategie dell’azienda è assai più complicato di un tempo, perchè  non c’è più la linearità che caratterizzava una volta la struttura aziendale, geograficamente e  produttivamente frantumata (un pezzo si fabbrica a Monza, un altro a Ravenna un altro in Albania ,il tutto mandato ad Amburgo a comporsi.). Difficile oramai persino individuare la proprietà, non più facile come quando nei cortei si gridava “Agnelli, Pirelli ladri gemelli”, oggi oscuri e variegati finanzieri dislocati nel globo, ufficialmente residenti nel paese dove le tasse sono più gentili. (La Fiat, come sapete, non abita più a Torino, non è più nemmeno italiana, si chiama Stellantis e risiede ad Amsterdam.) Certo che il sindacato deve avere il potere di sapere per poter controllare, ma difficile che questo possa avvenire senza un duro confronto che anche per tante altre ragioni è destinato a diventare sempre più aspro, riducendo sempre di più lo spazio di una pacifica mediazione.

Non vorrei rendere ancora più amara l’avventura di Enrico Letta, ma prima riconoscerà la verità contenuta nelle parole del prof. Samuelson meglio sarà per lui, per  il pd, per la sinistra italiana. Riconoscere che la contraddizione di classe è il nocciolo del problema e che nella lotta aspra cha si apre non si può essere incerti sulla parte da cui stare. Far credere che fra loro non c’è contraddizione è, purtroppo, già una brutta scelta.

(Luciana Castellina)