Il Pilastro è il luogo ideale per mettere in scena le narrazioni su Bologna assediata da criminalità e migrazioni. Lo è da sempre, come lo sono da sempre i luoghi d’approdo di migrati poveri (quelli ricchi sono ovunque bene accolti). Protagonisti sono stati per decenni donne e uomini del Sud Italia, ora lo sono uomini e donne dei Sud del mondo. Eppure 40 anni fa, alla Barca, dopo l’assassinio di Pasquale Grisolia, si investì in servizi e assistenti sociali. Oggi si parla di caserme e di telecamere.

Il Pilastro

Fatti di sangue, risse, spaccio di droghe proibite avvengono un po’ ovunque in città, ma al Pilastro viene attribuita una caratteristica particolare: qui gli attori della scena malavitosa ci vivono; altrove, a quanto pare, trascorrono solo il tempo per fare affari. Perché, non dimentichiamolo, quello delle droghe, grazie al proibizionismo, è un affare economico di prima grandezza.

Endogeni e esogeni: al Pilastro il male si anniderebbe nelle piazzette all’ombra dei grandi condomini di alloggi popolari e fin dentro gli stabili. Diventa così intrinseco al Pilastro, il male, e per controllarlo (per debellarlo occorrerebbero lavoro, formazione, relazioni, legalizzazione delle droghe) si progettano telecamere di controllo e, in attesa dell’inaugurazione della grande stazione dei carabinieri in costruzione tra via Pirandello e via Casini, si incrementano i passaggi delle Volanti.

Abito in uno di quegli alloggi, l’ho acquistato tre anni fa dagli eredi di un ex inquilino che lo aveva riscattato dal patrimonio pubblico. Grazie alla cattiva fama del rione, qui i prezzi al metro quadro sono i più bassi di Bologna e per 97.000 euro mi sono assicurato un appartamento di 90 metri quadri: un sogno.

Mi ci trovo bene, consiglio la zona a chiunque debba acquistare casa. Spaccio e risse a parte (non così frequenti come si dà a intendere), il Pilastro ha i livelli più bassi di scippi e furti in appartamento. Sia perché “pilastrino non morde pilastrino”, come mi spiegò un abitante storico di queste parti, sia perché qui non c’è tanta ricchezza: il reddito medio risulta essere il più basso di Bologna.

C’è un denso tessuto di cittadinanza attiva nato oltre cinquant’anni fa quando al Pilastro mancava tutto, perfino l’acqua corrente, ma lo sfilacciarsi di storiche agenzie di socializzazione, partiti, movimenti, sindacalismo, si fa sentire.

Nel giro di vent’anni è profondamente cambiata la composizione sociale. Per dire, le e i sessantenni del 2000 ora di anni ne hanno ottanta e più; figlie e figli quasi sempre abitano altrove, una generazione intermedia che se n’è andata e con loro la terza generazione, i giovani. Demograficamente vengono in soccorso migrati da altre nazioni: nel 2000 erano il 4,6%, dopo vent’anni costituiscono il 23,7% della popolazione del rione (la media bolognese è del 15,5%).

È ovvio che sia così: sono alloggi popolari e vengono assegnati a famiglie con basso reddito. Abitati da anziani e molto anziani che vivono della loro pensione e da famiglie giovani il cui reddito proviene da lavori spesso di bassa qualità e di durata intermittente come piace ai liberisti.

Meno ovvio è il fatto che questa rapida e profonda trasformazione (non solo demografica: in vent’anni è cambiato il mondo) non abbia prodotto, se non parzialmente, una altrettanto profonda variazione delle mission istituzionali, con l’eccezione di quella fondamentale agenzia di rimescolamento e relazioni che sono le scuole pubbliche del Pilastro: la scuola primaria Romagnoli e le medie Saffi, il cui personale scolastico meriterebbe quotidiani pubblici elogi per la passione e le capacità non comuni.

Si investa dunque in controllo e repressione: telecamere, carabinieri, polizia municipale: forse serviranno a rassicurare e a bloccare qualche rissa. Ma si investa in servizi e assistenti sociali (notoriamente pochi e sotto pressione), formazione al lavoro (non solo per diventare story teller o professionisti del digitale, anche attività presto spendibili o artigiane: imbianchini, elettricisti, camerieri, cuochi, falegnami, lavoro di cura e così via). Si investa nella vita di relazione e per questa via si crei un clima di ottimismo, di speranza, di quella sicurezza profonda che dà l’amicizia coi vicini di casa. Si investa nei servizi per la salute.

C’è molto da fare. Magari iniziando dall’ascolto, con umiltà. La stessa di cui si diede prova quasi quarant’anni fa quando un sedicenne della Barca, Pasquale Grisolia, venne ucciso da due giovani abitanti dello stesso quartiere. Allora si diede il via a un profondo lavoro di inchiesta per cercare di capire cosa bisognasse mettere in campo, quali le esigenze fino ad allora invisibili.

Un lavoro di ascolto che potrebbe essere portato avanti da giovani donne e uomini del Pilastro, ingaggiati, formati, retribuiti. Perché no? Perché non provarci?

Chi volesse approfondire quali e quanti servizi, pubblici e di volontariato, e attività, quali problematiche ci siano in zona troverà molti riferimenti in un volume edito da Pendragon in uscita a fine giugno, “Buongiorno Pilastro!”, che raccoglie una selezione degli oltre mille articoli pubblicati in questi anni dal blog pilastro.it. Su youtube, la web tv ampioraggio, prodotta dalla compagnia Laminarie che gestisce gli spazi del DOM – e meriterebbe qualche sostegno pubblico e privato più generoso – offre settimanalmente importanti approfondimenti. Qui l’ultima puntata con spunti interessantissimi sul cosa fare https://www.youtube.com/watch?v=ZUtSymmdfys. Un consiglio gastronomico: la pizzeria del circolo Arci la Fattoria: la pizza è eccellente e i prodotti, di grande qualità, sono forniti dalle cooperative di Libera Terra, quelle che coltivano le proprietà sottratte alla mafia. E poi il parco dell’Alboreto, ideale per una passeggiata nel verde. Anche questo è il Pilastro.

(Beppe Ramina)