Avrà il premier Mario Draghi i (super) poteri per frenare l’inerzia distruttiva e smussare gli angoli che l’anima tecnocrata e quella politica del suo governo contrapporranno al suo operato durante i mesi del suo mandato?

Mario Draghi

Come dimenticare ciò che ha ricordato a gran voce il presidente Mattarella sul “fine” dell’incarico proposto a Draghi, che è volto a combattere sì la pandemia, a spendere bene i quattrini che la EU ci ha destinato, ma soprattutto a un cambio di passo contro la banalità dell’efficienza in cui se prendi 10 sei bravo, se prendi 5 sei cattivo, che è figlia di una filosofia “politica” che negli anni ha portato solo guai; come a ricordare che quel che invece servirà nell’immediato futuro per centrare tutti gli obiettivi di cui avremo bisogno per crescere(finanziari, sociali, culturali, ecc.), sarà tanto lavorare bene sui numeri che Draghi conosce fin troppo bene, quanto “alzare l’asticella” della politica dimenticando rottamatori, qualunquisti, populisti e via dicendo, e cominciare invece a pensare “in grande” tanto da parte delle forze di governo quanto da quelle di opposizione, proponendo quelle politiche illuminate, progressiste ed evolutive che già ben conosciamo e da cui tutto deve partire.

Almeno da quanto si legge sui quotidiani e da quel che si ascolta in Tv, priorità di Draghi saranno quelle inerenti le tematiche sulle opere pubbliche, sull’ambiente e sul fisco che sono stritolate però dall’esigenza di fare “presto e bene”, servirà perciò d’un colpo solo guarire tanti dei vecchi mali del Belpaese che ne hanno frenato lo sviluppo e spendere al meglio le risorse di Recovery Fund, fondamentali per alcune specificità che fungeranno da volano per quel “cambio di passo” atteso che ci toglierà dai (tanti) guai.

Riformare il farraginoso meccanismo delle gare d’appalto e conseguenti “assegnazione lavori” per far partire i cantieri anziché bloccarli sarà vitale almeno quanto ridurre i tempi biblici per ottenere le autorizzazioni dei grandi lavori infrastrutturali; la riforma del fisco nascerà invece all’insegna della “progressività” per riordinare un sistema fiscale made in Italy troppo contorto, che invece andrà semplificato, alleggerendo la pressione sui redditi (da lavoro) medio-bassi e (forse) aumentando il prelievo su quelli elevati. Discorso a parte su ambiente e sostenibilità dove “presto e bene” per ora non andrà tanto d’accordo, colpa dell’abitudinario (mal) costume di imprese e famiglie finora abituate e “assuefatte” ad atavici e maldestri stili di vita non più sostenibili, gli stimoli finanziari ed attuativi per lo sviluppo delle tematiche ambientali sono in fase di studio da parte di un (ipotetico) ministero per la Transizione Ecologica e la Sostenibilità voluto dal premier dopo le consultazioni con i rappresentanti di WWF, Greenpeace e Legambiente in ottica clima-sostenibilità e tutela della biodiversità a tutto tondo, nello specifico un forte impegno sarà a sostegno dell’economia circolare delle comunità e sull’efficientamento energetico degli edifici che ad esempio ridurrebbero di molto il problema delle polveri sottili in Valpadana, a favore più in generale di una migliore qualità dell’aria, dell’acqua e del terreno.

I fondi per la transizione ecologica e la digitalizzazione, per la riforma della giustizia civile e della burocrazia, a salvaguardia della salute e sanità, per l’istruzione ed il welfare sociale e di prossimità, saranno l’occasione giusta per Draghi per promuovere le strategie che ci porteranno al progresso e la ricchezza di senso di vita e di lavoro attesa da tempo; un terreno fertile questo, per il governo tecnico a immagine e somiglianza del premier incaricato che dovrà però convivere, e a volte cedere il passo, con l’OK politico delle forze che lo sostengono senza che queste ultime vedano nei “tecnocrati”, come accaduto in passato, una minaccia anziché la soluzione necessaria ai problemi del momento.

Il dubbio forse non è nemmeno la maggior competenza dei “tecnici” rispetto alla minor capacità dei rappresentanti eletti dal popolo o il maggior o minor pragmatismo degli uni e degli altri, ma bensì la propensione abitudinaria tutta italiana “all’instabilità” e alla (utopica) necessità di credere che voltar pagina promuovendo nuove elezioni ogni anno e mezzo come è successo finora, sia la soluzione; non importa se gli interrogativi pre-elettorali saranno destinati a rimanere senza risposta, l’importante da sempre è stato “cambiare”, governo di centrodestra con uno di centrosinistra e viceversa in una spirale di vittimismo-protezionismo-autolesionismo che ha sempre partorito solo tatticismi (e promesse) pre-elettorali, puntualmente disattesi dopo il voto.

(Giuseppe Vassura)